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  • Paola Fontana

X+Y. Un manifesto matematico per ripensare la questione di genere, Eugenia Cheng

Esistono caratteristiche intrinsecamente maschili o femminili? La risposta è un indiscutibile no, ma l’esperienza ci mette di fronte a dei radicati pregiudizi in proposito.

L’unico modo per estirparli definitivamente è mostrare la debolezza delle assunzioni a cui sono ancorati. Per farlo possiamo contare sui potenti strumenti forniti dalla matematica, come mostra Eugenia Cheng in X+Y. Un manifesto matematico per ripensare la questione di genere.

Il ragionamento matematico è spesso associato a una sterile esecuzione di calcoli o a un esercizio di problem solving, ma naturalmente non si limita a ciò. Esso prevede infatti un processo di teorizzazione che risulta particolarmente fruttuoso quando si tratta di gestire questioni divisive come quella di genere.

A generare incomprensioni è il fatto che lo stesso oggetto di discussione spesso è indefinito: ci si chiede cosa renda diversi uomini e donne, o quale definizione di femminismo sia opportuno adottare. Da questo punto di vista, la matematica svolge un ruolo chiarificatore.


L’utilizzo di teorie matematiche consente di individuare dei pattern, cioè dei modelli definiti dalle relazioni tra individui che ricorrono in contesti differenti. In altri termini, esse permettono di mettere in correlazione casi diversi identificando una struttura comune, attraverso un’operazione di astrazione. Individuare tale struttura, trascurando i dettagli e limitandosi solo ad alcuni aspetti strutturali, consente di semplificare una situazione rendendola più comprensibile. Occorre sottolineare che tale semplificazione è solo provvisoria: non ha la pretesa di descrivere accuratamente una circostanza – in tal caso sarebbe opportuno restituirne la complessità – ma di comprendere meglio il modo in cui gli individui che ne fanno parte interagiscono. In questo modo è possibile scorgere analogie profonde e prima insospettabili tra situazioni estremamente diverse.

Cheng rivolge particolare attenzione alla teoria delle categorie, una branca della matematica in cui è centrale l’analisi delle relazioni tra gli elementi di un gruppo piuttosto che la descrizione delle loro caratteristiche intrinseche. Se applicato alla distinzione di genere, questo approccio ci aiuta a scardinare una pericolosa forma di essenzialismo, la quale distingue caratteristiche e comportamenti tipicamente femminili e maschili. È chiaro che l’intento di Cheng non è ignorare le differenze: lo scopo è piuttosto analizzare situazioni in cui il genere non è rilevante, adottando distinzioni alternative, meno divisive e in ogni caso non definitive.


Chi sostiene l’idea di una distinzione essenziale potrebbe fare appello all’esperienza: certi tratti o azioni si riscontrano più frequentemente negli uomini che nelle donne e viceversa. Il problema è che le nostre osservazioni sono viziate da bias cognitivi difficili da identificare e neutralizzare: per esempio, il bias della conferma ci induce a sovrastimare il valore delle informazioni a sostegno delle nostre opinioni. Inoltre, Cheng mette in luce le difficoltà che la ricerca scientifica dovrebbe affrontare per dirimere la questione – distinguere caratteristiche innate e acquisite, stabilire i criteri di questa distinzione ecc. – nonché i limiti di strumenti statistici come medie e mediane, che forniscono informazioni parziali e talvolta fuorvianti.

Un ulteriore rischio è che le presunte differenze finiscano per assumere non un ruolo descrittivo, ma normativo: esse diventano modelli comportamentali a cui uomini e donne tentano di conformarsi per via della pressione sociale e sulla base dei quali vengono giudicati. Gli aggettivi maschile e femminile «non si limitano a descrivere il comportamento di uomini e donne: prescrivono un presunto comportamento ideale o naturale di uomini e donne» (Cheng E., p.74). Si instaura così un insidioso processo circolare in cui le azioni subiscono l’influenza di tale modello ideale e al tempo stesso lo rafforzano, poiché ne costituiscono una conferma.


L’osservazione del comportamento di uomini e donne diventa così il punto di partenza per un’argomentazione a favore di una differenza sostanziale tra i generi. Tuttavia, il passaggio dalla constatazione che uomini e donne possiedono caratteristiche diverse alla conclusione che essi sono essenzialmente diversi è ingiustificato. Un’altra conseguenza che spesso si trae è che, dato che la disparità di genere riflette questa diversità naturale, ogni intervento per contrastarla è superfluo. La matematica ci consente di analizzare la struttura di argomentazioni come questa e di smascherarne la debolezza, rilevandone gli assunti impliciti e indicando i passaggi scorretti. Considerati questi aspetti, il testo di Cheng sembra rievocare il progetto di Susan Stebbing, filosofa e logica britannica che già nella prima metà del secolo scorso insisteva sulla necessità di impiegare la logica per affrontare questioni politiche. Grazie al rigore del procedimento deduttivo possiamo evitare che i nostri pregiudizi compromettano le nostre argomentazioni e indicare eventuali mosse inferenziali non valide per contestare tesi discriminatorie. Stebbing non menziona esplicitamente il femminismo o la questione di genere, ma dagli argomenti analizzati nel suo libro del 1939, Thinking to some purpose, è chiaro che la logica per lei è «a tool for exposing and confronting bias in arguments, and for formulating and defending arguments for gender equality» (Russell, G., p.95).


La logica e la matematica, pertanto, possono essere impiegate per affrontare questioni pratiche, nonostante la loro analisi si collochi in una dimensione astratta.

L’obiettivo, infatti, non è stabilire cosa è vero: in questo senso la logica, così come la matematica, è sganciata dalla realtà. Questa caratteristica tuttavia costituisce una risorsa, perché ci consente di mettere tra parentesi la nostra realtà e costruire scenari alternativi. Come fa notare Cheng, «invece di chiederci se una cosa è vera o falsa potremmo domandarci: in quali mondi potrebbe essere vera e in quali mondi è falsa?» (Cheng E., p.70).


Il potenziale rivoluzionario della matematica e della logica risiede proprio nella possibilità di astrarre dalle situazioni reali e immaginarne diverse: è grazie a questo approccio ipotetico che possiamo mettere la realtà in discussione e provare a cambiarla.

Per Cheng, inoltre, per poter realizzare tale cambiamento è necessaria anche un’operazione di tipo linguistico. Non si tratta di una mossa superficiale, al contrario grazie a essa possiamo svincolare il genere dalla personalità, rompendo un’associazione che è alla base di fraintendimenti e pregiudizi. Cheng introduce i termini ingressivo e congressivo per indicare rispettivamente un comportamento individualista e competitivo da una parte e uno altruista e collaborativo dall’altra. Si può osservare che un comportamento ingressivo è più frequente negli uomini che nelle donne, ma non si tratta di una caratteristica innata né esclusivamente maschile, per questo è importante mantenere le due nozioni distinte. Lo stesso vale per la congressività e le donne.


L’autrice osserva che la società incoraggia il comportamento ingressivo, comunicando l’idea che il successo si possa conseguire solo scavalcando gli altri e affermandosi come singoli, puntando all’indipendenza piuttosto che all’interconnessione. Ciò penalizza enormemente le persone meno inclini alla competizione e alla prevaricazione, poiché le loro capacità non vengono valorizzate in un contesto sociale ingressivo.

Gli squilibri di genere ci appaiono così in una luce del tutto nuova: molte donne si trovano in una situazione di svantaggio perché non adottano un approccio ingressivo, e vengono invitate a conformarsi a questo standard per realizzarsi. La soluzione è valorizzare la congressività, piuttosto che tentare di favorire le donne in quanto tali: favorendo il comportamento congressivo, invece, ci traiamo fuori dal pantano. E penso anche che sia un approccio pienamente femminista, perché si oppone allo status quo che avvantaggia gli uomini, e ha il potenziale per essere meno divisivo perché non si oppone specificamente agli uomini (Cheng E., p.168).


Si tratta infatti di un fenomeno che non riguarda esclusivamente le donne, per questo è opportuno avvalersi di questo vocabolario non genderizzato.

Pertanto, secondo Cheng è importante promuovere comportamenti congressivi – soprattutto nell'ambito dell’istruzione – in modo che tutti possano dare il proprio contributo alla comunità, indipendentemente dal proprio genere.

Caratteristiche come la competitività o la tendenza a collaborare, l’egoismo o l’apertura alla condivisione, sono trasversali – nonostante la statistica le attribuisca rispettivamente a uomini e donne – e cioè trascendono la distinzione tra maschile e femminile.

Cheng mostra così che il modo migliore di affrontare la disparità di genere è eliminare la stessa distinzione di genere dal discorso, adottando concetti e scelte lessicali alternativi.

In ultima analisi, «tornare ai principi primi» - per riprendere un’espressione di Cheng – e cioè rintracciare gli assunti impliciti delle nostre argomentazioni per metterli in discussione, è il modo in cui la logica e la matematica possono contribuire a trasformare la società.


Fonti che hanno supportato la stesura dell’articolo


Cheng E., X+Y. Un manifesto matematico per ripensare la questione di genere, Ponte alle grazie, Firenze, 2021.

Russell, G., Logic. A feminist approach, in: Shew M., Garchar K., Philosophy for girls. An invitation to the life of thought, Oxford University Press, 2020.

Stebbing S., Thinking to some purpose, Pelican Books, Londra, 1939.