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  • Rosanna Anselmi

Vivere di patate, Francesco Giusti

Vivere di patate. 2019-2021 è l’ultima delle sette raccolte poetiche di Francesco Giusti, poeta e pittore veneziano. Pubblicata per la prima volta lo scorso ottobre, Vivere di patate è edita dalla casa editrice Nottetempo e si colloca nella loro collana dedicata ai poeti.


Il racconto poetico di Giusti è lungo 71 poesie, divise in tre sezioni: Il cappello largo del mondo, Stagion de Fiamela, Antica Galea. Oltre a queste, in apertura e in chiusura della raccolta si trovano due poesie, Una costosa estate e Sempre.


Chiusa tra la prima e l’ultima, la sezione centrale accoglie le poesie in lingua dialettale. La scelta linguistico-culturale di scrivere in dialetto non è casuale, ma costante in Giusti e si ritrova anche nella sua penultima raccolta, Quando le ombre si staccano dal muro (Quodlibet, 2019).


La lingua poetica che Giusti sceglie, così come tutte le varie forme che essa assume, diventa una peculiarità di questo poeta. Non è solo il dialetto a rendere sui generis queste poesie, ma anche – e soprattutto – l’assetto sintattico su cui le poesie si sviluppano.

Questi due elementi, il dialetto da un lato e la sintassi dall’altro, che erano già stati messi in evidenza dalla critica a proposito di Quando le ombre si staccano dal muro, tornano anche in questa ultima raccolta.


La poesia di Giusti, infatti, è forse, a una prima lettura, tutt’altro che intuitiva: si spezza, ritorna su se stessa, sulle stesse parole, sulle stesse trame, e su queste continuamente si interroga. Un’intera poesia può essere un singolo periodo senza virgole « Come posso mai aspettare / la fine della notte quando sei tu la notte / e chiami chiami chiami / con tutte le lune di cui disponi e che la distanza / offusca? » (da Notte d’inverno, p.39) e un’altra, invece, è un singhiozzante elenco di cose separate da punti o virgole:

[…] Si volta, le luci di nuovo due. Si volta, è lui dentro di sé. Si volta, è l’ombra di geranio, è quella del fico, della parola che pigola sul bordo di un nido, sedia, gatta, foglietto che vola e volando si porta via il recapito della sua amata Calamity Jane. Giusti F., Vivere di patate, Cavaliere solitario, Nottetempo, Milano 2021 (p. 42)

Le due poesie citate fanno parte della prima sezione di Vivere di patate e, se vogliamo, possiamo proprio partire da queste per capire qual è il tema portante di tutta la sezione, ma anche dell’intera raccolta: le assenze o le vuote presenze.


È una poesia che parla di cose-non cose e non a caso, in apertura della raccolta, la poesia Una costosa estate ci dice questo:

Porto fiori ai non nomi di chi ha lasciato giorni un tempo felici dentro una pelle vuota.

Con tutta l’aria di una dichiarazione poetica, in questo incipit si raccolgono tutti i contenuti chiave: la mancanza, i ricordi, il vuoto lasciato da qualcosa che non c’è più. Azzardato dire che è la malinconia che fa da padrona?


Il racconto poetico di Giusti si può definire viaggio perché a chiamarlo così è il poeta stesso: in Vecchio astronauta (prima poesia della prima raccolta), il poeta si proietta in un’atmosfera notturna e racconta che, a una certa ora della notte, si alza, si veste, sale sul davanzale e parte. Mosso il primo passo, da questo momento il cielo, la luna, le stelle, diventano le nostre compagne di viaggio: la loro presenza costante in moltissime poesie ha certamente un valore importante. Ma quale?


Questi elementi naturali diventano portatori di sentimenti umani e di valori, persino custodi della ragione:

La ragione sta sulla luna. È la follia il velo che ci separa. Giusti F., Vivere di patate, Cavaliere solitario, Nottetempo, Milano 2021 (p. 42)

Ma non basta, perché il tono con il quale il poeta Giusti si rivolge a essi è, a tutti gli effetti, un tono di riverenza e di preghiera, come nelle poesie Preghiera e Discendenza. Nella prima, la notte si fa amica di noi uomini, incapaci di attutire i colpi dell’angoscia; nella seconda, le stelle, entità celesti fuori dal tempo e dalla storia, sono superiori a noi – esseri finiti – e per questo, portatrici di verità che noi non conosciamo.


Se nella prima sezione di Vivere di patate i protagonisti sono questi elementi lontani da noi e la poesia appare più astratta, nella seconda sezione Giusti richiama l’attenzione su quello che è più vicino a noi, più terreno e comune.


Ma non cambia il tono malinconico che si legge tra le pagine di questa seconda sezione, tutta in dialetto veneziano. Quello che stupisce ogni volta che si legge una poesia in dialetto è l’arrogante capacità del volgare di saper raccontare la vita meglio della lingua italiana.


Sarà che il dialetto è nato con noi, sarà che è intriso di vita stessa. Onestamente non lo so, ma so per certo che la forza espressiva delle parlate dialettali non può mai trovarsi nell’italiano, che – è bene ricordarlo – dal dialetto è nato ed è stato successivamente codificato. E invece il dialetto resta parlar materno, celebre espressione dantesca usata per evidenziare la vitalità e la naturalezza del parlato dialettale.


Francesco Giusti, tutto questo lo saprà di certo. Quindi appare azzeccatissima la scelta di aprire questa seconda sezione con una poesia dedicata a Venezia:

Come fregola de tempo che te ga fato cresser el sal sule piere mi stago dentro de ti, Venessia, ma non so dove, parché no sento che ti ti me senti, che ti ti sa de mi e se ti me disi de si no so se sia vero cussì zirada che ti xe a vardar sti qua che vien a farte e bele beline, a portarte schei come a n’a dona de strada che se mostra e se colora, e ti ti te bei de sto far, e xe sta qua, me incorzo, la roba che de più me fa malar. Giusti F., Vivere di patate, Ciaciaro co le piere, Nottetempo, Milano 2021 (p. 54)

L’ultima tappa di questo viaggio è Antica galea, terza sezione della raccolta.


Come a voler tirare le somme di quando narrato finora, in questa parte finale Giusti riprende tutti i principali temi affrontati lungo il viaggio, alternando componimenti di contenuto quotidiano a componimenti di riflessione. Tra le ultime poesie, scopriamo Coprifuoco e Distanza tra noi da rispettare, due testi nei quali Giusti trova lo spazio per raccontare di una catastrofe, quella che, da ormai due anni, ci accomuna tutti.


Non sono più le lotte quotidiane, le battaglie interiori, il fuoco dei ricordi, la nostalgia del passato. No, è un’altra cosa, che non viene chiamata col suo nome, ma sappiamo cos’è. È la pandemia. Attraverso un’analisi chiara e lucidissima dell’atmosfera sospesa che ha avvolto le nostre città durante i duri mesi del lockdown, Giusti ci ricorda che «quando emergiamo/ le panchine devono restare vuote, / non dobbiamo andare incontro ai rischi» (da Coprifuoco, p.99).


Crea un perfetto quadro del vuoto e del silenzio di quei mesi e del nostro stato d’animo travagliato:

[…] Striscia il vuoto per le piccole strade[…] Non vogliamo però sentirli, noi, restiamo indifferenza e pregiudizio, blindati nelle case; ci chiediamo se da una parte all’altra della tavola ci sia o no il metro di distanza da osservare per evitare il contagio. Giusti F., Vivere di patate, Distanza tra noi da rispettare, Nottetempo, Milano 2021 (p. 101)

Questo viaggio nelle parole di Giusti si rivela un esercizio poetico impegnativo ma strabiliante. La scrittura di questo poeta è complessa, intricata e di spessore, ma è una poesia attraente, la cui lettura è sicuramente agevolata dai giochi linguistici che si ripetono qua e là.


Sebbene prevalga il tono grave della riflessione, c’è forse un messaggio di positività tra le parole di Giusti, come un vago desiderio di trovare la luce, la vita, in quell’immenso cielo lontano. Perché, dice Giusti «è dura ma ancora il sole / ha l’ardire di forare la nebbia» (da Coprifuoco, p.99).


 

Fonti che hanno supportato la scrittura dell'articolo

Fiori U., La lingua doppia della poesia, in DoppioZero, 10 aprile 2019; Franza C., Il poeta Francesco Giusti e il suo “Quando le ombre si staccano dal muro” pubblicato da Quodlibet. Un libro rigoglioso e sacrale che si avvale di un bilinguismo senza precedenti, Scenari dell’Arte, in Il Giornale.it, 5 agosto 2020; Giusti F., Vivere di patate, Nottetempo, Milano, 2021.