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  • Bendetta Iezzi

Una vita come tante, Hanya Yanagihara

Una vita come tante è il romanzo monumentale, definito il simbolo di una generazione, di Hanya Yanagihara. Paragonato fin dal debutto alla tradizione del romanzo ottocentesco per la sua vastità (1104 pagine nella traduzione italiana di Sellerio editore), Una vita come tante è un’opera estremamente contemporanea. Infatti, fin dalla sua pubblicazione nel 2015, ha richiamato un pubblico di lettori eterogeneo in cerca di rappresentazione.


Il successo del romanzo in Italia è un caso editoriale particolarmente interessante.


Nonostante Hanya Yanagihara fosse già nota negli Stati Uniti come giornalista di T: The New York Times Style Magazinee per il suo discusso romanzo di debutto Il popolo degli alberi, nel nostro Paese era un astro nascente sconosciuto ai più. Questo, però, non ha impedito a Una vita come tante di diventare un vero e proprio caso letterario; spinto soprattutto da un passaparola collettivo di lettori che da ben sei anni non riescono a smettere di parlarne, consigliarlo e aprire dibattiti riguardo al romanzo. Il passaparola, il consiglio di blogger e lettori entusiasti, si è rivelato la pubblicità vincente per un romanzo che ha soprattutto la fama di spiazzare il suo pubblico.


Il romanzo ha un’apertura corale; protagonisti sono i quattro giovani amici Malcom, JB, Willem e Jude.


Diversi per carattere e aspirazioni, Malcom sta muovendo i primi passi nel mondo dell’architettura; JB è un artista poliedrico; Willem sogna di diventare un attore e Jude un avvocato di successo. Essi si muovono in una New York feroce, palcoscenico del loro rapporto complesso e della loro ricerca di sé. Dopo poche pagine, però, la coralità dell’incipit lascia il passo al vero centro nevralgico del romanzo, nonché indiscusso protagonista, Jude St. Francis, avvocato talentuoso che nasconde un passato tragico. La storia si dipana seguendo Jude e i suoi amici in un arco narrativo che copre più di quarant’anni delle loro vite, in un continuo rimando tra passato e presente.


Nonostante la fama e l’apparente stabilità della sua vita adulta, Jude è tormentato dai ricordi di un’infanzia terribile. Abbandonato alla nascita in un convento, Jude ha conosciuto tutte le sfumature del dolore; abusato fisicamente e psicologicamente dai frati del convento, Jude ha trovato conforto nella figura paterna di Fratello Luke, il suo aguzzino che lo ha costretto per anni alla prostituzione.


Neanche quando Fratello Luke viene arrestato Jude riesce a trovare pace. Fugge dal convento e finisce nelle grinfie di un medico che lo rapisce, abusa di lui e poi lo investe nel tentativo di ucciderlo, causandogli danni permanenti alle gambe. Questo evento, però, permette al sedicenne Jude di conoscere un’assistente sociale che si prende cura di lui, aiutandolo a entrare al college.


La vita adulta ha regalato a Jude non soltanto degli amici fidati e una carriera stellare, ma anche una famiglia adottiva.


All’età di trent’anni è stato adottato da Harold, un suo professore universitario, prima reale figura paterna della sua esistenza. I fantasmi del passato, tuttavia, sono duri da estirpare, continuano a inseguirlo disvelandosi nei rapporti tossici che Jude colleziona uno dopo l’altro. Jude non vuole accettare la sua disabilità, combatte contro un corpo che lo tradisce e lo umilia ogni giorno, un corpo a cui Jude sente di non appartenere e che gli ricorda ogni giorno le violenze subite. Fratello Luke ha lasciato a Jude una dipendenza potenzialmente fatale: quando l’odio di sé lo acceca, Jude ricorre all’autolesionismo con spietata ferocia.


Il narratore in terza persona usato da Hanya Yanagihara per narrare Una vita come tante scende fin nelle viscere delle ossessioni di Jude; ne indaga i pensieri, le sensazioni, i ricordi vividi e persino quelli cancellati o distorti.


Il cuore del romanzo è la mente di Jude; il disvelarsi dell’odio di sé, del bisogno viscerale di punirsi, cercare il dolore. Tutto sembra perduto quando Jude sceglie di togliersi la vita. Sono i suoi amici, la sua famiglia adottiva e il suo medico, ormai amico, a salvarlo, pur non conoscendo le origini del suo male. Jude intraprende una storia d’amore con Willem, l’affascinante attore che gli è sempre rimasto accanto.


In questo rapporto mai semplice, Jude trova una casa e un conforto, pur non riuscendo a smettere di ferirsi di nascosto. Willem tenta di aiutare Jude in ogni modo; lo convince a parlare con uno psichiatra a cui però Jude decide di non confessare nulla, senza mai arrendersi di fronte a ogni ostacolo che si oppone alla loro felicità.


Willem rimane al fianco di Jude anche quando un’infezione lo costringe all’amputazione delle gambe. Rimangono insieme fino a quando, inaspettatamente, è Willem a soccombere, perdendo la vita in un incidente stradale assieme a Malcom. Jude, privato dell’amore della sua vita e dell’amico di sempre, fatica a non sprofondare. Il padre adottivo Harold, il suo medico e JB si stringono attorno a Jude per farlo restare in vita, in un’operazione d’amore che a tratti sembra sfiorare la caparbietà di una violenza. L’ultimo capitolo del romanzo cambia bruscamente voce narrante. È Harold a parlare; anziano, stanco, a lui spetta il compito di narrare la fine di Jude, quel figlio incontrato tra i banchi dell’università di cui non ha mai conosciuto la storia, almeno fino al momento in cui l’ha perduto.


Al lettore di Una vita come tante non resta che una domanda. È giusto obbligare gli esseri umani alla vita? Continuare a vivere è sempre la risposta migliore ai propri mali? Solo la scomparsa di Jude pone fine al vortice di sofferenze e condanne.


La scelta di usare due diverse voci narranti è una cifra stilistica che merita una riflessione. La terza persona onnisciente che plasma la maggior parte del romanzo è una voce capace di entrare nei luoghi più reconditi della mente di Jude illuminando paure indicibili, ossessioni, connessioni. L’ultimo capitolo è in prima persona, questo cambiamento segna una necessità di ridurre il tutto a uno, un bisogno di tornare a una sola esperienza umana, nella sua unicità.


È la voce di un personaggio secondario, Harold, che confessa i suoi ricordi, i suoi rimpianti. Hanya Yanagihara ha scelto di non mostrarci Jude mentre muore ma di fare un rispettoso passo indietro, permettendo al lettore di congedarsi dal protagonista con uno dei capitoli più emozionanti dell’intero libro perché permeato di una dolcezza, di un perdono, assente nel resto dell’opera. Jude muore solo, probabilmente fra atroci sofferenze, ma Yanagihara ci permette per la prima volta di distogliere lo sguardo. L’ultima immagine che abbiamo di Jude prima di avviarci verso il finale e scoprire della sua morte, è la sua conquista dell’infanzia: Jude è un uomo adulto, circondato dall’amore di due genitori anziani che vorrebbero soltanto alleggerire le sue sofferenze; e proprio nel loro amore incondizionato, Jude scopre che cosa voglia dire essere bambini. Finalmente, per la prima volta nella sua vita, si riappropria del bambino che non è mai stato.


Questo squarcio di innocenza è per Jude la prospettiva di una vita diversa, quella di cui è stato privato ma che può, grazie alla famiglia che lo ha scelto e si è scelto, almeno immaginare.

«Jude» gli sussurra Harold. «Povero Jude. Povero tesoro». E quando sente quelle parole scoppia a piangere, perché nessuno lo ha mai chiamato tesoro, dopo Fratello Luke. Willem aveva provato, qualche volta – a chiamarlo «tesoro», o «amore», addirittura – ma lui glielo aveva sempre impedito: quelle espressioni di affetto erano sporche, ai suoi occhi: nascondevano soltanto crudeltà e depravazione. «Il mio tesoro» ripete Harold, e Jude vorrebbe che smettesse, o che non smettesse più. Yanagihara H., Una vita come tante, Sellerio, Palermo 2016.

Come la stessa Hanya Yanagihara ha dichiarato in un’intervista per il The Guardian, vero protagonista di Una vita come tante è il corpo umano.


Interesse dell’autrice è indagare lo spirito di sopravvivenza degli esseri umani, capire fin dove può spingersi un corpo che è stato abusato e ferito fin dall’infanzia. Il corpo è la casa della nostra anima o la sua prigione? Al lettore non è risparmiato alcun particolare delle sofferenze fisiche di Jude. Quest’aspetto del romanzo è stato spesso ostracizzato dalla critica che ha definito la scrittura della Yanagihara una «pornografia del dolore».

La forza di Una vita come tante sta proprio nel suo coraggio di non tralasciare niente, di non indugiare su alcun particolare. Così, vediamo la pelle di Jude che si apre sotto i colpi della lametta, vediamo il sangue, le infezioni delle sue gambe malate. Vediamo una proiezione fisica del suo dramma. Talvolta il lettore vorrebbe distogliere lo sguardo di fronte a tanto male. Ma è proprio questo che l’autrice vuole: ricordarci la fragilità e la forza di quella macchina di vita che noi chiamiamo corpo.


A ribadire questa connessione tra dentro e fuori, anima e corpo, è la copertina stessa del romanzo, conservata nell’edizione Sellerio. L’autrice ha scelto la fotografia di Peter Hujar intitolata Orgasmic Men: il primo piano di un uomo ritratto in un’espressione a metà tra il piacere e la sofferenza. In una mostra fotografica organizzata dalla stessa Yanagihara intitolata How I learned to see, l’autrice ha svelato le immagini che hanno plasmato il suo immaginario.


La mostra ha evidenziato come, nonostante la forte introspezione delle sue opere, la scrittura dell’autrice sia visiva, concreta; una narrazione che parte dall’immagine, dalla concretezza più che della sensazione. L’influenza di Peter Hujar è evidente nel romanzo, artista della cultura underground degli anni Ottanta, è stato il cantore di una società sconvolta dall’emergenza dell’AIDS, una comunità nascosta, la stessa che la Yanagihara ha tentato di ritrarre. Il corpo e la sua resilienza sono centrali nella fotografia di Hujar, la connessione della sua narrativa visiva con quella letteraria dell’autrice è lampante, non a caso un suo scatto è stato scelto anche per la copertina de Il popolo degli alberi.


Il trauma è un altro tema fondamentale di Una vita come tante – ma in generale dell'intera produzione artistica della Yanagihara.


Anche nel Popolo degli alberi viene narrata una storia di violenza sui minori ma mentre nel primo caso il fulcro della vicenda è il presunto abusatore, qui il centro è la vittima. Jude si impone la sopravvivenza, obbligandosi a dimenticare. Ma dimenticare, cancellare, ciò che ci ha resi chi siamo è impossibile. Lo scrittore statunitense Garth Greenweel ha scritto che la sofferenza di Jude e le discriminazioni subite sarebbero «due traumi collettivi che hanno profondamente modellato l’odierna identità omosessuale». Secondo quest’ottica, la spirale distruttiva di Jude sarebbe la metafora di una sofferenza sociale, la rappresentazione di un’intera comunità.


Una vita come tante è un romanzo complicato, sofferto. È un romanzo terribilmente umano.


Le debolezze di Jude, i fantasmi da cui tenta di fuggire, il modo in cui continua a non amarsi nonostante tutte le persone che lo amino, sono quanto di più sincero mi è capitato di leggere negli ultimi anni. Nessuno può colmare l’affetto che dobbiamo alla nostra persona, cerca di dire Hanya Yanighara, e amarci è l’unico modo che abbiamo per non sprofondare. La vita di Jude è una vita come tante, in parte la vita di tutti noi.


Non è solo il fatto che sia morto, o il modo in cui è morto: è l’idea che, quando è morto, credesse ancora certe cose di se stesso. E così cerco di essere gentile e generoso verso tutto ciò che vedo, e in ogni cosa vedo lui.