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  • Mariana Palladino

Sostiene Pereira, Antonio Tabucchi

Passeggiare per le vie di Lisbona è una delle esperienze più incredibili che possiate vivere. Che stiate esplorando e discendendo stretti, angusti e scivolosi vicoli o ammirando delle vere e proprie opere d’arte sulle mura dei vicoli più nascosti; camminando per i lunghi viali alberati accarezzati dalla brezza oceanica o apprezzando l’aura caleidoscopica del Bairro Alto; che stiate contemplando un tramonto da una panchina a Cais do Sodré, affacciati sulla città da uno dei famosi miradouros, dall’altro lato del fiume Tejo, dal balcone di un appartamento in cima ad una collina o che stiate bevendo una cerveja in chioschetti all’ombra di imponenti chiese, non importa: Lisbona vi farà sentire sempre meravigliosamente a casa.


Sostiene Pereira è il romanzo che ha permesso, a buon diritto, ad Antonio Tabucchi (1943-2012) di vincere nello stesso anno di pubblicazione, il 1994, il Premio Campiello, il Premio Scanno e il Premio Jean Monnet per la Letteratura europea. In esso si riesce ad avvertire questa sensazione in ogni momento: è come vivere intimamente la saudade lusitana. Lo scrittore è, infatti, riuscito a tratteggiare una città che, seppur con i suoi dovuti mutamenti, è ancora oggi facilmente riconoscibile, semplicemente passeggiando e risalendo i viali portoghesi.


Non è difficile comprendere come un autore della risma di Tabucchi sia riuscito a spiegare Lisbona, visto l’amore smisurato che nutriva per questa città e per Pessoa, per il quale aveva imparato il portoghese grazie alla moglie Maria José de Lancastre.


Com’è risaputo viveva la sua vita dividendosi tra la capitale portoghese quando amava dedicarsi perlopiù alla scrittura e la sua Toscana, dove era docente di Lingua e Letteratura portoghese presso l’Università di Siena. Non considerava la Letteratura una professione, ma qualcosa che coinvolgesse i desideri, i sogni e la fantasia. Di questa triade deve aver avvertito l’urgenza quando, in una sera di settembre del 1992, il dottor Pereira ha bussato alla porta della sua fantasia chiedendo di essere delineato come un personaggio di una storia innovativa.


Come pubblicato su Il Gazzettino del settembre 1994, Tabucchi ha raccontato di aver ricevuto l’ispirazione in una torrida giornata d’agosto. In quello stesso anno a Lisbona, era venuto a conoscenza della morte di un vecchio giornalista che aveva conosciuto alla fine degli anni Sessanta a Parigi. Si trattava di un uomo che era riuscito a eludere le censure della dittatura di Salazar degli anni Quaranta e Cinquanta nel Portogallo e che poi aveva vissuto in esilio fino al ritorno della democrazia.


Una volta rientrato, però, il paese era profondamente mutato e divenuto «un paese giovane diretto da gente giovane»; il giornalista, ormai pensionato, non riusciva più a far sentire la sua voce o a trovare la sua dimensione.


In Sostiene Pereira, Tabucchi decide di onorare quell’uomo rendendolo un eroe moderno, un eroe che diventa eroe perché decide di compiere il suo dovere. Un simbolo della libertà d’informazione in un’epoca buia e piena di orrore, ambientando l’intera vicenda nel 1938.


Pereira è un uomo in sovrappeso, goffo, vedovo, cardiopatico e infelice, con una malsana ossessione per la morte, cattolico reticente, appassionato di romanzi francesi. È, inoltre, una persona profondamente abitudinaria e isolata dal resto del mondo; all’oscuro del momento storico che vive: dopo aver ricevuto l’incarico di dirigere la rubrica culturale da parte del direttore di un quotidiano cattolico del pomeriggio, il Lisboa, trascorre le sue giornate in una squallida stanzetta di Rua Rodrigo da Fonseca che altro non è che la sua redazione, composta da lui soltanto.


Pereira pranza tutti i giorni al Cafè Orquidea ordinando le sue omelettes alle erbe aromatiche e innumerevoli limonate fresche per contrastare il caldo. Rientra a casa e parla al ritratto della moglie come se lei fosse ancora viva; come se quel sorriso congelato nel tempo potesse davvero essere un consenso o un rimprovero. Non ha veri amici, Pereira: si reca spesso a parlare con Don António della Chiesa das Mercês per confessarsi ed esprimere i suoi dubbi riguardo la resurrezione della carne. Chiede aggiornamenti sulle ultime vicende solo e soltanto al pragmatico cameriere del Cafè Orquidea, Manuel. Cerca di evitare qualsiasi contatto con l’impicciona portinaia della sua redazione, e ancor di più, con la redazione vera e propria del Lisboa, si accorge di non avere più interesse nel coltivare un vecchio rapporto con un professore amico suo, Silva, non riuscendo neanche più a condividerci una cena.


Un uomo, quindi, rassegnato e assopito ma che col tempo saprà rivelare tutti i lati del proprio carattere.


Compassionevole quando incontra un giovane italiano, tale Francesco Monteiro Rossi, e la sua compagna Marta, permettendo al loro rinfrescante spirito rivoluzionario di sconquassare la sua vita. Consapevole delle sue debolezze e pronto al cambiamento quando si reca in una clinica talassoterapica per curare la sua cardiopatia; la stessa clinica in cui finisce per lenire il suo senso di inquietudine conversando naturalmente con il dottor Cardoso, iniziando ad abbracciare il suo nuovo io egemone. Cosciente del suo dovere intellettuale nel momento in cui incontra una misteriosa signora Delgado su un treno di ritorno.

È così che, in seguito, in una vita ormai condannata alla mediocrità, l’insospettabile dottor Cardoso riuscirà a far prevalere la forza ormai svecchiata e riconquistata della parola, dell’intelligenza e del carisma a quella bruta, che imbavaglia e spadroneggia.


Tabucchi non solo racconta una storia che potrebbe appartenere a un essere umano qualunque, ma lo fa riuscendo a trasformare quel qualunque in qualcosa.


La metamorfosi non avviene solo nel pensiero del protagonista, ma anche nelle sue azioni. La passiva accettazione dell’invadenza da parte della portinaia diviene decisa rivendicazione dei propri spazi; la confessione dal parroco che in principio pare essere più subita che assistita lascia il posto all’onesta spiegazione dei dubbi fino ad allora celati; la cieca ubbidienza viene sostituita dalla necessità di una resistenza intellettuale.

La ricerca della comprensione della morte, che era il fine implicito in quella prima telefonata a Monteiro Rossi, viene alterata e assume le sembianze di un espediente per reagire ed agire. Un messaggio forte e chiaro che si permette di schiaffeggiare bonariamente il lettore: bisogna fare, dire, dare. Bisogna essere ciò che siamo e dire ciò pensiamo, senza nasconderci; neanche nel peggior dei casi possibili, sfruttando ciò che sappiamo, ma soprattutto approfondendo quello che ignoriamo.


La cornice di Sostiene Pereira è, come già anticipato, meravigliosa.


Già dalla prima pagina non si può restare inerti davanti alla descrizione di Lisbona che sfavillava in una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata. Consumando ogni parola si avverte nettamente la sensazione di camminare al fianco di Pereira, d’intravedere in lontananza il tavolo in cui ama sedersi a pranzo e sentire il sapore aspro e gelido di un paio di limonate, di essere rapiti dalle lampadine colorate gialle e verdi che in Praça da Alegria fanno da volta alla voce di Monteiro Rossi quando intona O sole mio, di sentire l’odore di carta e muffa nella stanzetta-redazione, di essere seduti accanto a lui, posto finestrino, sul treno della linea di Estoril, a guardare il mare scorrere veloce.


Si sente la sua voce sommessa e commossa quando si confida con sua moglie, cercando ancora un consiglio nel buio intimo di uno stretto corridoio. Si stringono tra le mani gli articoletti da cestinare per via degli argomenti sovversivi di quello strambo ragazzo italiano. Anche a lui, però, esattamente come Pereira, vogliamo bene.


Restiamo ammaliati dalla sfrontatezza di Marta, dal suo modo di accomodarsi, appropriarsi dello spazio intorno e velocemente sparire nel verde di piccole piazzette. Amiamo la genuinità delle tante conversazioni che avvengono tra Pereira e il dottor Cardoso, invidiandone i contenuti estremamente intelligenti e interessanti. Beviamo un’altra limonata e poi un porto secco, gustandone il sapore reazionario. Rimaniamo attoniti di fronte alla violenza, la corruzione, l’ingiustizia, la cattiveria dell’uomo.


La bellezza di Sostiene Pereira non risiede solo nel suo chiaro simbolismo, ma nel modo in cui questo viene sfoderato.


Una delle immagini più belle è sicuramente quella relativa al bagno liberatorio che Pereira si concede nel viaggio verso la clinica talassoterapica. Accade all’improvviso, sulla scia dei ricordi di gioventù che probabilmente Monteiro e Marta gli hanno suscitato, quando si recava alle spiagge del Nord con i compagni d’università e nuotava per mattinate intere: Pereira agguanta la sua piccola valigia e ferma impulsivamente il suo viaggio alla fermata a Santo Amaro, una bella spiaggia arcuata dove si vedevano le baracche di tela a strisce bianche e azzurre.


Lo vediamo camminare più velocemente rispetto al solito, illuminato dal sole, elegante, un uomo sicuramente già molto diverso rispetto a quello incontrato nelle prime pagine. Eccolo sfilarsi le scarpe e poi i calzini, avanzando con in mano una valigia e nell’altra le scarpe, e poi mentre nuota misuratamente arrivando alla boa di salvataggio che stringe a sé, e ancora mentre rilassa finalmente mente e corpo, distendendo braccia e gambe, a fare il morticino. È solo un attimo di felicità, di abbandono, di libertà; un attimo così forte da non far desiderare altro.


A questa semplicità di proiezione, però, più domande si fanno, pagina dopo pagina, lapalissiane: noi come avremmo agito?


Saremmo stati ugualmente coraggiosi? Saremmo stati davvero capaci di abbandonare la nostra comfort zone per un fine più grande? Avremmo vissuto la Storia o ne avremmo fatto semplicemente la cronaca? Se neanche una sola risposta si è istantaneamente formata e fissata allora forse è il caso di leggere questo romanzo. Una volta, più volte. La fortuna di una lettura del genere non coinvolgerà solo i desideri, i sogni e la fantasia, ma anche il senso della realtà e la concretezza del qui e ora.