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  • Mariana Palladino

Scritto sul corpo, Jeanette Winterson


Written on the Body è il titolo originale del settimo romanzo di Jeanette Winterson, pubblicato nel 1992. Scritto sul corpo, nella sua traduzione a cura di Giovanna Marrone edita da Mondadori Libri S.p.A. (176 pagine), è l’opera che ha permesso alla scrittrice britannica di affermarsi anche in Italia. Con questo romanzo Jeanette Winterson, classe 1959, ha vinto il Lambda Literary Award for Lesbian Fiction (premio letterario annuale assegnato dalla Lambda Literary Foundation a un’opera di narrativa su temi lesbici. Poiché il premio viene assegnato in base ai temi dell’opera, non la sessualità o il genere di chi scrive, anche uomini e donne eterosessuali possono essere nominati o vincere il premio, NdR).


Il libro, divenuto un culto per la comunità lesbica e non solo, dimostra tutta la propria raffinatezza già a partire dalla scelta del titolo.


Potremmo, infatti, intendere Scritto sul corpo in due modi: un trattato che concerne il corpo, inteso come ode e illustrazione delle sue funzioni in senso anatomico oppure un racconto di qualcosa che è inciso sul corpo stesso, qualcosa di non tangibile o visibile, un ricordo che graffia dall’interno. In un certo senso entrambe le interpretazioni trovano spazio nella ricercatissima scrittura di Jeanette Winterson.


«Perché è la perdita la misura dell’amore?» ci e si chiede l’io narrante nell’incipit di questo romanzo. Una domanda che seduce istantaneamente e che ha la chiara intenzione di svelare il tema che ci attende. Un espediente narrativo che costringe quasi a soffermarsi più del dovuto su quest’unica prima riga. Causando un sorriso amaro, il quesito ci strattona, non ci prende per mano, al contrario ci trascina subito al centro del racconto. Una storia in cui è facile immedesimarsi: due persone che si incontrano e si innamorano perdutamente e imprevedibilmente.


L’io narrante, di cui non si conosce il genere sessuale, vive un momento di rassegnazione.


Ci parla di una vita caratterizzata da numerose e poliedriche relazioni, con uomini e donne, intrise di avventura, passione, erotismo, follia. Una vita che, però, non si è mai totalmente abbandonata all’amore. Quell’amore che è terrificante, da cui a volte è preferibile distogliere lo sguardo e scappare. Per sfuggire a quel tipo di amore, quello che in fondo desideriamo, devastante e totalizzante, finiamo spesso per accontentarci, preferendo una stabile ma tendenzialmente noiosa serenità a un’assoluta ma spesso fugace felicità. È alla tediosa serenità che l’io narrante decide di dare una possibilità abbracciando per la prima volta quei cliché tanto sbeffeggiati: la poltrona, la villetta a schiera in periferia, la TV fino a tarda notte, russare fianco a fianco, l’anniversario. Il cliché, nel caso dell’io narrante, ha il nome di Jacqueline: un’unione voluta dal cielo in un momento giù di morale. Un sentimento tiepido che poco ha da raccontare, per cui è difficile entusiasmarsi e che dura poco più di un anno. Fino all’arrivo di Louise.


«La porta era aperta. È vero, lei non l’aprì proprio da sola. Per lei l’aprì un maggiordomo, di nome Noia. Lei disse: «Noia, procurami un passatempo». Noia rispose: «Come desidera signora», e mettendosi i guanti bianchi, perché le impronti digitali non lo tradissero, bussò al mio cuore e a me parve che dicesse di chiamarsi Amore.»

Louise ha la pelle bianca e luminosa e i capelli rossi; è brillante, intelligente, astuta, irresistibile. Ovviamente sposata. Tentazione e desiderio macchiano e, allo stesso tempo, colorano le pagine che caratterizzano l’inizio di questa storia.


Poche pagine, diversamente da ciò che ci si potrebbe aspettare. Scritto sul corpo non vuole essere semplicemente la narrazione di una storia d’amore, sebbene l’amore e la passione possano essere considerati il leitmotiv del romanzo. È, più profondamente, un invito a leggere e comprendere attraverso i sensi dell’io narrante: i suoi ricordi prendono vita attraverso il tatto. È come se le mani fossero il codice segreto di un corpo che, ormai, è il risultato di due. Le precedenti relazioni, di tanto in tanto approfondite lungo la storia, rappresentano le trasformazioni e i cambiamenti del proprio io, ma è solo Louise che riesce a decifrare l’essenza di quell’io. È solo grazie a lei che il tempo non ha più significato. È l’amore per lei che fa di ogni altra vita una menzogna.


Un romanzo sensoriale, quindi, e forse proprio per questo, anche doloroso.


Nella seconda parte osserveremo il corpo, quel corpo, da un altro punto di vista dell’io narrante: prima così amato e poi tristemente odiato, in principio solo ammirato, ora studiato e dissezionato. Alla base di questo c’è rabbia e disperazione: diventa un’ossessione comprendere perché quella felicità debba essere sempre così effimera. Il corpo di Louise risulterà essere ferito, debole, malato. Una scoperta che lacera e squarcia quell’idillio: dalla fusione completa alla brusca separazione. Una separazione che è in realtà una fuga dell’io narrante: la paura di perdere che vince sul coraggio di restare. La perdita che è misura dell’amore.


Amore, passione, erotismo, matrimonio, adulterio, malattia: sono queste le tematiche approfondite senza sconto alcuno. C’è, però, un altro tema latente, silenzioso, che striscia e inietta il suo veleno come un serpente fino all’ultima pagina: la mancanza. Quella sofferenza che è il vuoto, l’assenza, il tormento. L’unicità di qualcuno e qualcosa che non può essere sostituito da altro proprio in virtù di quel carattere di unicità. Perché poi dovremmo desiderare di sostituire una persona che abbiamo amato? Ci sono posti del cuore che non sarebbero mai esistiti se non avessimo incontrato determinate persone. Non servirebbe a nulla sovrapporci un nome o un volto, non basterebbe: sono posti assegnati ormai. Quello che può succedere, più probabilmente, è che si creino posti nuovi, forse con più difficoltà rispetto al passato, ma comunque importanti, certamente diversi.


Lirismo e sentimentalismo suggellano un romanzo bellissimo, denso, evocativo. In più, la scelta consapevole di non assegnare un genere sessuale alla voce narrante non solo risulta essere vincente, ma anche straordinariamente attuale in termini di inclusione. In questo modo, chiunque ha la possibilità di identificarsi in questa storia e concentrarsi sul messaggio dell’autrice. Un messaggio per cui Jeanette Winterson sceglie un linguaggio raffinatissimo, ricco di termini desueti: è come se poesia e prosa si unissero come quei corpi ormai divenuti familiari.

Un libro che non si risparmia in nulla e che permette di arricchire chi siamo e ciò che sappiamo senza mai risultare pretenzioso. Pagine su cui ho avvertito spesso il bisogno di tornare, sostare e insistere per poter cogliere qualcosa in più, assorbire meglio, approfondire quelle domande che sono diventate anche mie. Come le mani di Louise su quel corpo, le parole restano impresse e continuano a bruciare anche a lettura terminata.