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  • Ingrid Alloni

Questo immenso non sapere, Chandra Candiani

Non è scontato trovare libri che toccano il cuore, ma è invece una certezza quando si incontra Chandra Candiani.


Chandra Livia Candiani, poetessa, scrittrice e traduttrice, nasce a Milano nel 1952. Si iscrive alla facoltà di Filosofia, lasciando poi gli studi per lavoro. All'età di trent'anni, entra in contatto con il buddhismo e la meditazione durante un viaggio in India, momento in cui assume il nome di Chandra, luna in sanscrito.

Vincitrice di diversi premi letterari, pubblica raccolte di poesia e tiene seminari di meditazione.


Non è semplice definire la natura dell'opera Questo immenso non sapere. Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano, Einaudi, 2021, se non attraverso le parole di apertura della prefazione della stessa autrice: «Questo è un libro nato disordinato. E ho scelto di lasciarlo così. Perché ogni disordine ha un suo ordine interno e misterioso».


A partire da questa dichiarazione iniziale, mettendo in atto l'epoché filosofica, ossia la sospensione del giudizio, è possibile intraprendere il viaggio nelle parole di Candiani. L'adozione di un apparente disordine concettuale come strategia narrativa permette di trasmettere il messaggio di relazione costitutiva di ogni vita con le altre.

Ogni pagina del testo è accompagnata dal sottofondo alle volte dichiarato della prospettiva buddhista per cui ogni essere vivente è in continua connessione. Non esistono, infatti, classificazioni rispetto alla specie di appartenenza, ma ogni forma di vita costruisce la propria identità a partire dalle relazioni che intrattiene con l'intero ambiente in cui si trova.


Non a caso il sottotitolo dell'opera si propone come dialogo aperto tra vegetali, animali umani e non-umani.


Rispetto alla concezione occidentale dell'identità, infatti, non esistono enti individuali a sé stanti. Ogni individuo può definirsi tale proprio a partire dal luogo, dal tempo e dagli altri esseri con cui si trova. Nelle parole di Candiani, «siamo fatti degli altri», è possibile scorgere un'imperdibile occasione per ridefinirsi a partire dal cuore e da una nuova percezione.

Sono dunque le relazioni e i legami i protagonisti dell'opera. Durante la pandemia di Covid-19, Candiani si trasferisce dalla città in montagna, luogo in cui ha la possibilità di porsi in ascolto profondo con forme di vita non considerate nella confusione sensoriale della città.

L'isolamento dagli esseri umani diventa per lei occasione per frequentare nuovi terreni di relazione e comunicazione. Una passeggiata nel bosco, per esempio, è ricca di incontri: un albero, una foglia, un cinguettio, il sospiro del vento e il silenzio della neve si trasformano in occasioni di profonda connessione con se stessi e con gli altri esseri viventi.

Ogni momento diventa occasione per accorgersi, per ascoltare, attraverso ogni senso. La distanza dalla vita normale, per lei, è pretesto per adottare una disposizione di apertura. Questa postura è simile a un ritorno alla condizione infantile: dall'apparente nulla, da ciò che il consumismo occidentale considera vuoto e noia, si può scoprire la pienezza della vita e della natura.


In questo modo, Candiani, riesce a toccare il cuore dei lettori: attraverso la prosa, elaborata attraverso la delicatezza e la musicalità della poesia, più volte ribadisce che il cuore deve essere educato.


La sensibilità innata dei bambini va infatti allenata in età adulta: animali e alberi sono maestri in questo. Pagine di descrizione e pagine di rifessione si intersecano continuamente, dimostrando l'intreccio degli incontri e la complessa semplicità della natura di cui ci siamo dimenticati.


La lettura di Questo immenso non sapere può essere considerata come forma di esercizio spirituale. Ogni pagina costituisce un momento di riflessione e rappresenta un invito a intraprendere una nuova percezione dell'ambiente circostante e di se stessi in tale ambiente.


Candiani stessa ribadisce che è necessaria una pratica costante, semplice, per imparare a non sapere e a meravigliarsi.

Non a caso sono presenti differenti inviti per un ascolto attivo: Candiani propone, per esempio, di attivare la vista periferica, di accorgersi dell'infinità di strade laterali e di diramazioni nascoste. Portare lo sguardo di lato significa abbandonare, o almeno provare a farlo, l'ossessione per il fine. Perché forse, un suggerimento della pandemia, è proprio quello di distogliere l'attenzione dall'obiettivo, dal conseguimento, dalla realizzazione di uno scopo, perché la strada dell'unica direzionalità frontale è povera di significato e senso.


È necessario, inoltre, rivolgere pazienza e gentilezza anche nei confronti di se stessi. Le ferite, per esempio, vengono rappresentate come cocci non appuntiti. Non è possibile – e nemmeno consigliato – eliminare il dolore, ma imparare a riconoscerlo; ad accettarlo, a prenderne distanza attraverso l'osservazione.

Solo attraverso questo atteggiamento i cocci rimangono cocci, ma non feriscono più. Per potere «salvare le ferite» è necessario interrogarle, riconoscere e restituire loro uno spazio emotivo nel nostro cuore: in questo modo i dolori passati non pervadono il tempo presente.


Candiani inserisce il lettore in una prospettiva temporale in cui passato e futuro diventano sinonimi del presente.


Darsi una possibilità di definizione sconfinata, senza che il passato diventi giogo e il futuro percorso predeterminato, è l'invito che si cela non velatamente in ogni pagina. Raccontare a se stessi i nodi del proprio cuore è un altro esempio di riconoscimento che possiamo regalarci. La scrittura delle proprie invidie, delle gelosie, delle paure, delle angosce, può costituire un'occasione per osservarsi allo specchio e ridefinire i propri contorni.

Allo stesso tempo, è importante anche prestare attenzione alle piccole gioie; a ciò che diamo per scontato, a ciò che il tempo della pandemia ha permesso di notare più facilmente.


Oltre ad accogliere le emozioni e a ciò che viene dal cuore, è necessario imparare ad ospitare nel proprio cuore anche chi viene incontro da fuori.


La poetessa si fa infatti scegliere dagli animali e dall'ambiente naturale; diventa generosa di emozioni nei loro confronti. Sono toccanti le pagine in cui Candiani descrive l'incontro e la relazione che intrattiene con piante del bosco che frequenta quotidianamente. I movimenti dei rami e le carezze delle foglie sono la nuova forma di gestualità in cui si danno i suoi incontri corporei.

Anche i sassi e i corsi d'acqua sono presagi e riconoscerli come tali permette di allenarsi per accogliere ogni avvenimento senza giudicarlo. La sospensione del giudizio, uno degli insegnamenti più celebri del buddhismo e uno dei moniti più diffusi nei corsi new age è un continuo percorso in cui ogni evento viene accolto nel suo avvenire e nel suo andarsene. Senza che ci sia bisogno di aggrapparsi a esso o di respingerlo.

Per potere imparare, però, bisogna darsi tempo, dare tempo al cuore di sentire, prepararlo ad accogliere.


Gli unici personaggi umani che compaiono in Questo immenso non saperesono Agnès Varda e Adriana Cavarero, le cui opere cinematografiche e filosofiche costituiscono un'altra rappresentazione dei messaggi di cui Candiani si fa portavoce.


Il filo rosso che accomuna le tre donne è il ribaltamento della definizione di identità. Essa non si presenta più come categoria di affermazione dello stesso ma, attraverso lo strumento della narrazione, sia nella forma della scrittura che in quella della macchina da presa, permette di notare l'altro che siamo.

Solo abbandonando l'identità come identico, cioè solamente nell'atto di superamento della definizione, intesa come confine e come limite, possiamo incontrare veramente sia noi sia le forme di vita non-umane.

Solo in questo modo, forse, è possibile scoprire una nuova prospettiva che dia senso a un tempo che sembra avere perso di significato.


E Candiani, in Questo immenso non sapere, riesce nel suo intento, ossia restituisce la complessità della vita che si dà nelle forme più semplici della natura, toccando il cuore.