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  • Sara Curzel

Quel che resta del giorno, Kazuo Ishiguro

Il maggiordomo inglese è forse uno degli archetipi più riconosciuti internazionalmente per incarnare l’idea dello stoicismo. Una figura sempre estremamente posata, leale e fedele alla famiglia che serve e un concetto che Kazuo Ishiguro fa suo per creare il protagonista di Quel che resta del giorno, Mr. Stevens.


Pubblicato nel 1989 è il terzo romanzo di Ishiguro, che gli valse il Booker Prize nello stesso anno. In Italia è stato pubblicato da Einaudi nel 1990.


Quel che resta del giorno è una storia che lo scrittore utilizza per metterci davanti alla parte di noi che ha paura di aprirsi agli altri, che ha paura di amare, che ha paura di provare cosa significa essere coinvolti emozionalmente da qualcuno, nascondendosi spesso dietro a una facciata professionale. La storia di un uomo così gravato dal decoro da lasciarsi sfuggire l'amore della sua vita.


Mr. Stevens è il maggiordomo di Darlington Hall, una maestosa dimora nella campagna inglese poco distante da Oxford.


Il romanzo prende le mosse nell'estate del 1956, quando Mr. Stevens intraprende un viaggio in auto per visitare Miss Kenton, una governante che lavorava nella stessa casa e che è partita vent’anni prima per sposarsi. Deciso a volerle chiedere come procede la sua vita e se intende tornare a servizio, il maggiordomo racconta della lettera che Miss Kenton gli ha inviato e che, a suo parere, contiene suggerimenti sul fatto che il suo matrimonio sta andando a rotoli. Durante il viaggio, Mr. Stevens si lascia andare ai ricordi, a partire dalla vita nell’antica dimora al servizio del precedente proprietario, Lord Darlington, un aristocratico alleato dei nazisti e rievocando avvenimenti ormai lontani nel passato, parlando anche del padre, anch’egli un maggiordomo.


Ogni annotazione in questo diario di viaggio diventa un esercizio di proiezione nel passato con una educata fuga dalle emozioni. Ogni qualvolta Mr. Stevens raggiunge un argomento delicato, si ripara in chiacchiere autoprotettive che si protraggono per pagine e pagine prima di continuare con il discorso. Così, l’immagine che otteniamo di lui è quella di un uomo che cerca in ogni modo di non lasciar trasparire le proprie emozioni.


Ishiguro, però, riesce nella cosa più meravigliosa che un'opera letteraria possa fare: ti fa sentire parte della storia e, una volta raggiunta la fine del romanzo, sembra davvero di aver lasciato un amico. Un amico che avresti voluto schiaffeggiare per alcune decisioni che ha evitato di prendere (come, per esempio, impiegare quattro decenni a dichiarare i suoi sentimenti) e per altre che, invece ha preso eccome; lo stesso uomo, però, che tutto sommato avresti voluto anche abbracciare, se non fosse che sai bene che sarebbe rimasto oltremodo indignato da quella manifestazione d’affetto.


Il primo romanzo di Ishiguro a non avere un’ambientazione giapponese (nonostante quella dei primi due – Un pallido orizzonte di colline e Un artista del mondo fluttuante - fosse immaginaria).


L'ambientazione di Quel che resta del giorno si può definire estremamente inglese. Un romanzo che parla di abnegazione e dignità, un’idea, quella di Mr. Stevens, che a proposito di questo concetto cambia quasi radicalmente all’interno del romanzo, rendendosi conto che lo spirito di abnegazione con il quale ha vissuto ha fatto sì che eliminasse le proprie emozioni per servire la persona per la quale ha lavorato gran parte della sua vita. Mr. Stevens è costretto a cambiare idea sulle sue illusioni a proposito di Lord Darlington e a lasciar perdere il suo orgoglio e la sua amata dignità, finché tutto ciò che gli rimane è Miss Kenton e ciò che avrebbe potuto essere.


La storia raggiunge il suo culmine nella quiete di una sala da tè della Cornovaglia e anche qui, come altrove nel romanzo, è quello che non viene detto a fare la differenza.


Ma la paura del mostrare le proprie emozioni è anche la nostra, come lettori. Spesso sento parlare di questo romanzo come lento, come un libro dove non succede nulla, e in cui non c’è azione. È naturale che queste affermazioni dipendano dai gusti letterari di ognuno di noi, ma questo romanzo è fatto in gran parte di interiorità del personaggio, dalle sue (non) emozioni, dallo scoprirsi pian piano, rivedendo la sua vita. Il fulcro è proprio questo, vedere come Mr. Stevens si scopre durante il suo viaggio, un viaggio che intraprende fisicamente, ma anche e soprattutto attraverso la memoria ed è raccontato con una prosa fatta di pensieri e gesti, poetica.


Memoria e solitudine, due concetti che Ishiguro rimodella in molti dei suoi romanzi e che spesso sono complementari, costituiscono la materia centrale di questo romanzo.


E così ora, mentre me ne sto seduto qui a Little Compton, nella sala da pranzo di questo grazioso hotel, con un po’ di tempo a mia disposizione, mentre osservo la pioggia che ricade schizzando sui marciapiedi della piazza del villaggio, qui fuori, non riesco ad impedire alla mia mente di vagare secondo quegli stessi percorsi. Ishiguro K., Quel che resta del giorno, Einaudi, Torino 2016 (p. 234)

Il romanzo è stato anche adattato per il cinema da James Ivory, in un film con protagonisti Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Uscito nelle sale nel 1993 e nominato a otto premi Oscar e a cinque Golden Globes nel 1994. In un’intervista abbastanza recente, nel 2017, rilasciata durante il Toronto International Film Festival, Ishiguro ha posto il focus della lettura di questo romanzo anche alla luce di una delle motivazioni per le quali ha deciso di scrivere proprio a proposito della figura del maggiordomo; motivazione che lo ha spinto a scrivere il romanzo nel 1989, ma che può arrivare sino al 2021 senza essere stata scalfito poi troppo dal tempo.


Secondo Ishiguro siamo tutti un po’ maggiordomi, in una sorta di senso morale e politico.


Anche se cittadini di Paesi democratici, la maggior parte di noi conduce una vita normale, lontana da posizioni di potere economico o politico e offre la propria prestazione lavorativa a chi sta più in alto. Nella speranza che quel contributo venga usato nel migliore dei modi e per il più nobile degli scopi.

Ma spesso non ne possiamo essere sicuri. E questo è ciò che accade a Mr. Stevens, che desidera essere il migliore dei maggiordomi e dedica la sua vita a questo scopo, per poi scoprire che il suo contributo è andato a una persona che agiva in maniera che lui, tutto sommato, ha realizzato di non approvare pienamente. Un concetto sul quale sarebbe bene soffermarsi a pensare.


Ma torniamo a parlare della sfera emozionale di Quel che resta del giorno.


Con questo romanzo e, più in generale con Ishiguro, si tratta anche di andare oltre il genere, oltre le letture alle quali siamo abituati, oltre l’azione fisica ed essere pronti e aperti a scoprire un personaggio attraverso le sue (non) emozioni e, soprattutto, attraverso la scoperta dei suoi sentimenti.


Ishiguro è sicuramente uno scrittore che lavora prima di tutto sulle emozioni e sulle relazioni fra i personaggi e che fa dei sentimenti una componente importante e personale, basti pensare che l’ascolto di una canzone gli ha fatto cambiare idea sul finale del romanzo. Terminata la stesura aveva la sensazione che mancasse qualcosa, in particolar modo per come aveva deciso di terminare il racconto di Mr. Stevens. Un giorno, ascoltando Ruby’s Arms, una canzone di Tom Waits, capì che avrebbe dovuto riscrivere proprio l’ultima parte, che in qualche modo avrebbe dovuto rompere la corazza del maggiordomo.

In molte altre occasioni la musica ha influenzato la scrittura di Ishiguro.

Questo è il potere delle emozioni. E sì, anche della musica.