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  • Micol Mei

Primo sangue, Amélie Nothomb

Il presente è iniziato ventotto anni fa. Ai primi balbettii della mia coscienza noto un'insolita gioia di vivere. Insolita perché insolente: attorno a me regnava la tristezza. Avevo otto mesi quando mio padre morì in un incidente durante un'operazione di sminamento. Insomma, morire è un po' una tradizione di famiglia. Primo Sangue, Amélie Nothomb, Voland, P. 9

Comincia in questo modo l'ultimo romanzo o meglio memoir dell'autrice belga Amélie Nothomb, Primo Sangue. Per chi segue la scrittrice dai suoi precedenti 29 libri pubblicati, qui troverà certamente qualcosa di inedito, di nuovo, uno scorcio sulle sue vicissitudini personali e intime di una creatrice riservata, misteriosa e discreta.


Chi ci parla direttamente in prima persona però non è Amélie, bensì suo padre. Questa è la storia di Patrick Nothomb. Ci viene però narrata in prima persona, perciò viviamo lo spiegarsi delle vicende con i suoi occhi, dal suo punto di vista esclusivo, come se stessimo leggendo un diario che traccia una linea temporale arbitraria, in cui scopriamo cosa Patrick, in realtà Amélie, sceglie di raccontare.

La premessa del romanzo è peculiare perché sceglie di partire dalla fine, da ciò che preme di più alla Nothomb riportare ma necessariamente serve fare subito un passo indietro per delineare un quadro interiore del personaggio che ci accompagnerà per tutto il testo. Dobbiamo conoscere Patrick Nothomb e come è arrivato a quella fine apparente.


Subito ci pare evidente come lui nel momento del pericolo e della minaccia di morte imminente glorifichi la vita e tutto ciò che di bello c'è nel mondo. Perché noi umani siamo animali strani e ci rendiamo conto di quanta grazia ci sia stata concessa solo quando rischiamo di perderla. Questo punto è fondamentale per la comprensione del romanzo, Patrick è un uomo semplice e complesso al tempo stesso e nelle avversità che incontrerà nel suo percorso amerà di più le insidie e le sfide che la vita gli riserverà piuttosto che una comodità indifferente.


Esiste una netta dicotomia nell'infanzia e giovinezza di Patrick, dapprima vi è il mondo ovattato di Bruxelles dove vive e cresce con i nonni materni e una madre evanescente, da lui idealizzata ma in qualche modo inarrivabile, come la fredda Liv Ulmann madre in Sussurri e Grida di Ingmar Bergman.

Una madre stupenda, impegnata altrove anche quando vicina, che suscita timore e un disperato bisogno di accettazione. Una donna restata vedova troppo giovane, che rivive nella sua mondanità una scappatoia da un destino di rimpianti e dolore inconsolabile.

In seguito subentrerà un universo agli antipodi, il castello dei Nothomb nelle Ardenne, dove il nonno barone insegue un passato perduto e nonostante la superficie vive in uno stato di carenza, povertà e totale illusione. Il nonno scrive poesie, terribili, lunghe, ampollose, che non gli fanno ricavare un soldo e arrecano solo danno al suo ego smisurato e alle povere creature che lo circondano, a partire dalla sua consorte.


Patrick sembra non vedere tutto questo al principio o forse il suo animo fanciullesco vuole credere che quelle buone maniere nobili siano in qualche modo confortanti, rappresentanti di una figura paterna che non ha.


Era la prima volta che un uomo mi stringeva tra le braccia: mi resi conto in quel momento di quanto avrei voluto un padre. Primo Sangue, Amélie Nothomb, Voland, P. 61

Dalla sua solitudine nella grande città, dai Nothomb avrà fin troppa compagnia, un’orda di piccoli che tecnicamente sono suoi zii e zie ma hanno all'incirca la sua stessa età o un po' di più.

Nel castello dei Nothomb per i bambini la lotta quotidiana è un gioco alla sopravvivenza, nel vero senso della parola. Pare che Patrick sia iniziato a una forzata socializzazione secondaria in maniera ferocemente ingiusta, eppure il fare parte di un gruppo, sebbene questo lo consideri inizialmente solo un peso in più, lo fa sentire libero e vivo, nonostante sia costretto a vivere ristrettezze e problematiche di ogni genere.


Rosicchiando il mio tozzo di pane, osservai mio nonno. Vestito in modo elegante, parlava con gran rispetto alla moglie, che pendeva dalle sue labbra, e ai figli più grandi. Sembrava non notare i bambini gracili e malvestiti che occupavano l'altra parte della tavola e che non ricevevano la minima educazione, se non quella di un darwinismo nudo e crudo. Primo Sangue, Amélie Nothomb, Voland, P. 34

Gli strani equilibri della crescita di Patrick Nothomb vengono perfettamente riassunti in un breve passaggio verso metà libro, che ci narra delle contraddizioni con cui è costretto a fare i conti:


La notte mi infilavo nel mio bel letto caldo e confortevole. (A Bruxelles). Ripensavo con nostalgia al pagliericcio del dormitorio di Point d'Oye (Il castello nelle Ardenne): com'era bello dormire con il resto della banda e ascoltare la civetta! Dal ritratto appeso di fronte a me, Mamma mi guardava con una dolcezza che non le avevo mai visto. Primo Sangue, Amélie Nothomb, Voland, P. 51

Quella che ci viene trasmessa da Amélie Nothomb è un'ideazione di infanzia pre settecentesca, in cui i bambini e i giovani adulti vengono vissuti come un'incombenza e tenuti a una certa distanza oppure costretti a una competizione spietata di sopravvivenza del più forte, non di protezione e cura come siamo abituati culturalmente oggi giorno. Traspira un'epoca in cui il peggiore dei castighi pare proprio il disonore.


Il cuore del memoir redatto dall'autrice però sta tutto in un inaspettato e determinante tratto distintivo del padre Patrick, ovvero il suo totale e assoluto disgusto patologico per la vista del sangue. Lo stesso Patrick riconosce un chiaro nesso tra la morte del padre e la sua limitazione. Col tempo comprende che è solo il primo sangue a farlo svenire, il sangue fresco. Quello rappreso non ha un impatto emotivo su di lui.


Patrick ha la fortuna di conoscere la donna della sua vita attraverso stupende peripezie realmente accadute e si rivede riflesso nello specchio quando la conosce. Nonostante la loro unione è ostacolata dalla differenza di classe dei due, Patrick e Daniéle hanno la meglio con la loro unione e perseveranza. Nel frattempo Patrick è diventato un uomo laureato in Giurisprudenza e in dirittura d'arrivo a una carriera di diplomatico. Dal primo parto di Daniéle, Patrick capisce che sarà padre imparando da suo figlio, non avendo nessun esempio a cui aggrapparsi.


Verso la fine del libro finalmente ritroviamo il principio, lo scopo per il quale Amélie Nothomb ha scelto di raccontare la storia di suo padre. Patrick Nothomb diventa diplomatico e la sua prima missione riguarda il Congo, appena ottenuta l'indipendenza. In qualità di console a Stanleyville, nel 1964 Patrick subisce quella che sarà la più grande cattura di ostaggi del XX secolo. Patrick si ritrova ad avere il destino di più di mille e cinquecento persone tra le mani. Dipende tutto dalla sua capacità di persuasione, dialettica, senza stancarsi mai per distogliere i rapitori dall'idea di uccidere altri ostaggi. Quando purtroppo ciò accade sotto i suoi occhi, Patrick distoglie lo sguardo cercando di non far mai scoprire il suo segreto. Sebbene i rapitori si fossero resi conto del fatto che Patrick Nothomb non guardasse mai i suoi connazionali durante la loro morte, lui trovò un elegante escamotage per giustificarsi, ovvero il non voler osservare per rispetto della loro anima.

Li poteva esaminare solo quando giacevano a terra da già un po' di tempo, ovviamente non perché la loro anima se ne fosse andata ma perché il sangue era diventato ormai secco.


Finché regnava la parola, potevo sperare di cavarmela. Primo Sangue, Amélie Nothomb, Voland, P. 107

Quelle estati e inverni passati con la banda di bambini selvaggi avevano temprato Patrick e forse in qualche modo, anche salvato la vita. E ci ha regalato Amélie Nothomb.