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  • Mariana Palladino

Piccoli equivoci senza importanza, Antonio Tabucchi

Cos’è fondamentalmente una scelta se non una conseguenza del caso?

È stato proprio il Caso, una sera di quest’estate che si accinge a sciogliere il suo abbraccio, ad accompagnarmi in un mercatino di libri usati del tutto improvvisato. Per una congiunzione astrale ho adocchiato una raccolta di racconti di uno degli scrittori italiani che più stimo e apprezzo, Antonio Tabucchi. Sovrastato da una pila di altri libri, dalla copertina un po’ sbiadita e forse proprio per questo ammaliante, Piccoli equivoci senza importanza ha coerentemente compiuto il proprio dovere: mi ha sorprendentemente attratta e indotta a portarlo via con me. Un evento fortuito, dunque, come tutto ciò che ci accade nella vita se ci pensiamo: esattamente ciò che lega tutte le storie custodite in queste preziose 150 pagine.

Piccoli equivoci senza importanza è una raccolta di undici racconti pubblicata nel 1985 che, in quello stesso anno, valse a Tabucchi il Premio Selezione Campiello e il Premio Comisso sezione Narrativa. In queste narrazioni, più o meno brevi, talvolta divise in più sequenze, lo scrittore pisano dà libero sfogo alla sua più intima interpretazione della vita e le sue infinite circostanze; si tratta di un’opera che fa del punto di vista, unico e inimitabile, il vero messaggio. Tabucchi vuole rammentarci sostanzialmente che non esiste una sola visione della vita, ma soprattutto che ogni persona ne possiede una unica.

Di questi suoi scritti onirici l’autore non fornisce troppe spiegazioni, anche se nella nota posta all’inizio del libro cita e implicitamente ringrazia come fonte preziosa Pedro Calderón de la Barca, drammaturgo e religioso spagnolo vissuto nel Seicento. In quello che viene considerato il suo capolavoro, La vida es sueño, dramma filosofico-teologico scritto nel 1635 in tre atti e versi, Calderón insiste sul concetto, tipico dell’età del barocco, dell’esistenza tratteggiata dall’illusorietà, dalla fugacità del tempo e dalla vanità delle cose terrene: è come se si trattasse di un grande equivoco, un sogno, dal quale un giorno risvegliarsi.


Anch’io parlo di equivoci, ma non credo di amarli: sono piuttosto portato a reperirli. Malintesi, incertezze, comprensioni tardive, inutili rimpianti, ricordi forse ingannevoli, errori sciocchi e irrimediabili: le cose fuori luogo esercitano su di me un’attrazione irresistibile, quasi fosse una vocazione, una sorta di povera stimmate priva di sublime. Sapere che si tratta di un’attrazione ricambiata non è esattamente una consolazione. Mi potrebbe consolare la convinzione che l’esistenza sia equivoca di per sé e che elargisca equivoci a tutti noi, ma credo che sarebbe un assioma, forse presuntuoso, non molto dissimile dalla metafora barocca. [Tabucchi A., Piccoli equivoci senza importanza, Feltrinelli, Milano 1985.]

A differenza di Calderón, Tabucchi non cerca risposte agli equivoci in sé, si tratta di qualcosa senza importanza in fondo. Ciò che risulta rilevante, invece, è il messaggio, ciò che possiamo trarre e recepire come individui.

In questi undici racconti quasi ipnotici emergono personaggi eccentrici dalle vite sbagliate, magia, enigmi, inquietudine, rassegnazione, ma anche amore, luce, frammenti di vita che possono risultare determinanti. In una prosa perfetta e raffinata, possiamo godere di storie indipendenti l’una dall’altra, nell’ordine di lettura che preferiamo quindi, sebbene lo scrittore li abbia disposti in questo modo (caso o scelta?): Piccoli equivoci senza importanza, Aspettando l’inverno, Rebus, Gli incanti, Stanze, Any where out of the world, Il rancore e le nuvole, Isole, I treni che vanno a Madras, Cambio di mano, Cinema.

Nel primo racconto che dona il titolo alla raccolta viene delineata più che mai la convinzione dell’autore: generalmente si tende a credere di essere artefici del proprio destino, ma in realtà si è solo in balia degli eventi orchestrati dal caso. Nella storia di Tonino e i suoi amici, i protagonisti, è lampante come partendo da una foce comune, in questo caso la stessa università, possano diramarsi diversi fiumi, i vari destini, senza poterne dirigere il flusso o capirne il motivo. Non si tratta di semplici equivoci senza importanza, ma di equivoci segnatamente senza rimedio.

In Aspettando l’inverno si intrecciano dolore e rassegnazione nei confronti della morte, tempo che non torna indietro e gelosia che diventa ossessione per un amore che non si può più avere.

Rebus è un appuntamento, un viaggio, la vita stessa. Un racconto che si pone l’ambizioso obiettivo di spiegare il senso profondo dell’esistenza dell’essere umano soffermandosi su ciò che move il sol e l’altre stelle: l’amore. Da questo racconto è stato tratto anche l’omonimo film diretto da Massimo Guglielmi nel 1989.


Un appuntamento e un viaggio, anche questa è una banalità, mi riferisco alla vita, naturalmente, chissà quante volte è stato detto; e poi nel grande viaggio si fanno dei viaggi, sono i nostri piccoli percorsi insignificanti sulla crosta di questo pianeta che a sua volta viaggia, ma verso dove? È tutto un rebus, le sembrerò maniaco. Però a quel tempo io ero fermo, era un momento di stasi, il mio tempo ristagnava in una pozza di accidia, con quella tranquillità di quando non si è più troppo giovani ma non si è ancora troppo adulti, e si aspetta semplicemente la vita. E invece arrivò Miriam. [Tabucchi A., Piccoli equivoci senza importanza, Feltrinelli, Milano 1985 (p. 30)]

Incanti, come suggerito dal titolo stesso, si distacca dalle precedenti storie per la sua connotazione magica, esoterica e misteriosa. Una sorta di dimensione parallela che confonde il lettore, stordito da una narrazione costantemente in bilico tra realtà e finzione.

In Stanze presente e passato si stringono e scontrano allo stesso tempo. Le stanze rappresentano l’unica cosa contigua tra due fratelli che condividono, ancora una volta, una storia, ma non il destino.

Any where out of the world e Il rancore e le nuvole, oltre a ribadire il concetto di fuga e rivincita nella vita, passeggiano entrambi per le vie di una città tanto cara a Tabucchi (e a chi scrive), Lisbona. Entrambe le storie, seppur con motivi differenti, pongono l’attenzione su desideri e ambizioni, a volte insopportabilmente irraggiungibili, che spingono ad agire in modi diversi.

Isole è un doloroso ritratto della solitudine terrena che spesso attanaglia l’essere umano e che, quasi inconsapevolmente, lo induce a interrompere ogni rapporto con gli altri e, più di tutti, con sé stesso.

I treni che vanno a Madras e Cambio di mano sono racconti di genere diverso, ma attingono a piene mani dalla fantasia dello scrittore; esperimenti di grande genio e diletto che evidenziano tutta la bellezza della scrittura di Tabucchi.

Il racconto che chiude questo viaggio intriso di metafore sulla vita è Cinema. Non del tutto a caso, in questo caso. Ecco ancora la finzione che diventa realtà e la realtà che si assottiglia sempre di più trasformandosi in una farsa: il sipario è finalmente aperto sul palcoscenico della vita.

La raccolta Piccoli equivoci senza importanza rappresenta, forse più di altri, quel libro da tenere sempre a portata di mano e rileggere in caso di necessità. Tutti i racconti riescono a trasmettere qualcosa significativo, che sia una morale, un messaggio o semplicemente la godibilità di una tecnica descrittiva invidiabile che non lascia scampo al lettore. Mai banale o insipido, Tabucchi investe tutto il proprio potere narrativo in queste pagine più che mai rare e indispensabili.