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  • Paola Fontana

Perché non mangiare gli animali: vegetarianismo e anti-specismo


Mangiare qualcuno


«In much of the industrialized world, we eat meat not because we have to; we eat meat because we choose to» (Joy, M. p.29). In Why we love dogs, eat pigs and wear cows, Melanie Joy introduce il termine carnism per indicare questa scelta, dando un nome a una pratica che è un’abitudine più che una decisione consapevole. Parlare di carnismo significa sottolineare che mangiare carne non è un fatto neutrale: è una precisa presa di posizione, risultato di una serie di credenze – seppur implicite. Ciò risulta più scontato per il vegetarianismo, il quale non consiste semplicemente in una dieta a base vegetale, ma in un complesso di convinzioni etiche. Vale la pena considerare le ragioni che motivano queste due pratiche e che stanno alla base di un dibattito di origine antica.

Nel III secolo d.C. Porfirio, filosofo neoplatonico, argomentava in favore dell’astinenza dagli animali per ragioni teoretiche e spirituali. Nella sua opera Perché non mangiare gli animali, polemizzava inoltre con chi riteneva che il concetto di giustizia non dovesse essere applicato agli animali, e che pertanto fosse legittimo mangiarli. Tra i contributi della letteratura contemporanea sull’argomento, decisivo è stato quello di Jonathan Safran Foer, Se niente importa. Perché mangiamo gli animali, un libro in cui la rigorosa analisi delle motivazioni dell’alimentazione onnivora si unisce a un’appassionante narrazione autobiografica. Il messaggio che emerge da questi testi è chiaro: in gioco vi è non tanto l’alimentazione, ma credenze, valori morali, tradizioni familiari. Il pasto è un momento conviviale, è intriso di quella valenza simbolica e rituale che hanno gli eventi socialmente rilevanti, quindi non può che coinvolgere la sfera culturale. Quest’ultima incide ovviamente sulle nostre abitudini alimentari, sulle nostre esperienze, sul modo in cui ci approcciamo agli animali. È la cultura poi a introdurre una discriminazione tra le specie, influenzando in modo inconsapevole la percezione che abbiamo di esse: le differenze biologiche tra cani e maiali non sono tali da giustificare gli atteggiamenti profondamente diversi nei loro confronti. Non è un caso che sia Joy che Foer si soffermino sulla possibilità di mangiare carne di cane: entrambi gli autori lanciano questa provocazione al lettore nelle prime pagine dei loro testi. La maggior parte dei lettori probabilmente avverte un profondo fastidio di fronte alla difesa della cinofagia, mentre pochi provano lo stesso disagio davanti alla carne bovina. Quando però si tratta di esaminare le motivazioni di questa differenza, è difficile fornire una spiegazione razionale, «perché nella formazione delle nostre abitudini più della ragione contano le storie che raccontiamo a noi stessi e che ci raccontiamo a vicenda» (Foer, J.S., p.8).

Queste storie ci fanno trascurare il fatto che – si tratti di una mucca, di un cane o di un pesce – consumare carne significa in ogni caso mangiare qualcuno: un individuo in grado di percepire il dolore, con una propria storia, una personalità e delle relazioni. Questa ricchezza e complessità che costituisce la soggettività animale viene misconosciuta a causa di credenze radicate che raramente vengono messe in questione. L’influenza della dimensione culturale è tale da determinare una rimozione che è tranquillizzante per gli umani, ma è una condanna per gli altri animali.


Noi e loro: antropocentrismo e specismo


Se si analizzano le ragioni addotte a favore del carnismo risulta chiaro che esse si reggono su presupposti antropocentrici e specisti. La convinzione che l’uomo occupi un posto privilegiato nell’universo si rivela in primo luogo sul piano linguistico. Il termine animale si riferisce alla totalità delle specie, eccetto quella umana: è una parola che suggerisce l’esistenza di un confine netto, di una differenza sostanziale, e che allo stesso tempo trascura le differenze tra le altre specie. L’immensa varietà di creature esistenti, con le proprie caratteristiche specie-specifiche, si ritrova appiattita in un un’unica categoria contrapposta all’umano. Cosa giustifica questa divisione asimmetrica? Per molti la risposta è la ragione.

L’idea che il pensiero razionale sia una proprietà che contraddistingue l’umano è ancora presente nel senso comune. La ragione – contrapposta all’istinto – sarebbe un tratto costitutivo degli umani e li distinguerebbe in modo essenziale dagli altri animali. Si tratta di una nozione vaga, priva di alcuna valenza scientifica, e che risulta piuttosto discutibile come criterio di demarcazione: si può parlare di pensiero razionale nel caso di un soggetto affetto da disturbi cognitivi? Sarebbe sensato considerare un neonato meno umano perché non ancora in grado di effettuare ragionamenti complessi? Questi interrogativi mostrano la debolezza di questa tesi, già nota ai pensatori del passato. Porfirio – che attribuisce questa opinione ad Aristotele – sottolineava che le differenze rispetto agli altri animali non sono riconducibili all’essenza: piuttosto essi posseggono certe proprietà in misura differente rispetto agli umani. Ci sono inoltre caratteristiche comuni ma che si manifestano in modalità difficilmente comprensibili se non si posseggono delle approfondite conoscenze etologiche, come nel caso del linguaggio. L’incomprensibilità dei linguaggi degli altri animali però non giustifica l’affermazione di una separazione netta tra umani e animali. Si tratta anzi di qualcosa che sperimentiamo anche con i nostri conspecifici, sebbene in misura minore: «neppure i Greci intendono la lingua degli Indiani né quelli che sono stati nutriti nell’Attica quella degli Sciti […] ma, allo stesso modo di un grido di gru, il suono degli uni giunge agli altri» (Porfirio, p. 107). La distanza interspecifica è indiscutibilmente più ampia e radicale di quella intraspecifica. Tuttavia, le differenze rispetto agli animali non umani non dovrebbero legittimare una separazione netta più di quanto la diversità tra umani giustifica divisioni tra chi parla lingue diverse.

Tuttavia, questo dibattito circa il possesso della ragione e del linguaggio da parte degli animali non umani e le differenze tra noi e loro ci appare come un insieme di inutili sofisticherie se consideriamo un fatto elementare: la capacità di provare dolore. È questa una motivazione decisamente più convincente per smettere di mangiare carne. Come scrive Jeremy Bentham «the question is not, Can they reasons? nor, Can they talk? but, Can they suffer? » (Bentham, p.384). In modo simile Peter Singer osserva che la sofferenza «is the only defensible boundary of concern for the interests of others. To mark this boundary by some other characteristic like intelligence or rationality would be to mark it in an arbitrary manner» (Singer, P., p.38)


Carne (in)felice


L’enfasi sulla sofferenza però non è abbastanza per uscire dal carnismo. Si potrebbe comunque promuovere la produzione di carne tramite allevamenti etici, nei quali si fa uso di metodi non cruenti. L’assenza di dolore però non è abbastanza, poiché ogni individuo aspira a una vita piena, gratificante, gioiosa. Non solo, un allevamento che fosse in grado di garantire un’esistenza del genere a degli animali rimarrebbe comunque un allevamento: un luogo finalizzato alla produzione, nel quale gli animali vengono utilizzati come mezzi per ottenere carne, e che ne prevede in ogni caso la macellazione. Dobbiamo chiederci: considereremmo accettabile questa sorte per un cane? Lo sottoporremmo a una morte non necessaria anche se indolore? Quale allevatore si sforzerebbe di garantire il benessere di una creatura la cui vita è considerata di valore inferiore alle nostre preferenze culinarie? Non dobbiamo inoltre dimenticare che in ogni caso la pratica dell’allevamento rimanda a una precisa concezione degli animali non umani: questi si trovano in una posizione di subordinazione agli scopi umani, in un rapporto di sfruttamento, per quanto questo possa avvenire senza sofferenza.

In ultima analisi, la cosiddetta carne felice risulta una misura insufficiente e rappresenta tra l’altro, un’eccezione. Di norma in un allevamento si fa ben poco per far sì che la produzione avvenga con modalità umane. Non è necessario soffermarsi sulle condizioni in cui versano gli animali per comprendere che nell’ottica della produzione il loro benessere è sacrificabile. Per evitare questo sacrificio inutile la soluzione più sensata è quella di escludere gli animali dai nostri pasti:

«Se contribuire alle sofferenze di miliardi di animali che vivono vite raccapriccianti e (spessissimo) muoiono in modi altrettanto raccapriccianti non è motivo d'ispirazione, che cosa può esserlo? […] E se hai la tentazione di mettere a tacere questi tarli della coscienza dicendo non ora, allora quando?» (Foer, J.S. pp.253-254).


Fonti che hanno supportato la stesura dell’articolo

Bentham, J. (2000). An Introduction to the Principles of Morals and Legislation. Kitchener: Batoche Books.

Foer, J. S. (2010). Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? Milano: Guanda.

Joy, M. (2010). Why we love dogs, eat pigs and wear cows. An introduction to carnism. Newburyport: Red Wheel/Weiser.

Porfirio. (2022). Perché non mangiare gli animali. Milano: Bompiani.

Singer, P. (2015). Animal Liberation. The Definitive Classic of the Animal Movement. New York: Open Road Integrated Media.