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  • Axel Bongiovanni

Pascoli e il Nido degli esclusi

Capita a volte che le vicissitudini personali di un autore si intreccino così fittamente alla sua poetica da formare un tutt’uno indistricabile di fatti e significati, eventi e loro rappresentazione. Questo è il caso di Giovanni Pascoli, nominato tra i grandi della poesia italiana di ogni tempo. Dalla critica accostato ai decadenti, come D’Annunzio, è molto vicino ai poeti simbolisti, con cui condivide la dote da Fanciullino di cogliere i richiami esistenziali che ci celano dietro i più comuni fatti naturali.


La biografia in versi di Pascoli inizia a San Mauro in Romagna, nel 1855. Quarto di dieci figli, il piccolo Zvanì subisce il primo tremendo lutto che segnerà, da quel momento in avanti, la sua intera produzione poetica. Il 10 agosto del 1867, mentre torna a casa da Cesena, Ruggero Pascoli, padre del poeta, viene sorpreso da sconosciuti che lo aggrediscono e lasciano a terra, morto. Il mancato ritorno del genitore alla dimora familiare, quello che andrà poi a costituire, nell’immaginario pascoliano, il Nido degli affetti perduti, scuote in profondità la coscienza del poeta e si riverbera in una copiosa produzione di versi incentrati su questo singolo, capitale, evento.


La cavalla storna (1903)e X Agosto (1896) sono i più fulgidi esempi di tale produzione, contenuti, rispettivamente, nelle raccolte Canti di Castelvecchio e Myricae. In particolare, in X Agosto il poeta abbandona temporaneamente (o, forse, non ha ancora pienamente accolto) l’anelito simbolista che caratterizzerà la sua successiva produzione e rende i fatti con andamento realistico e, insieme, allegorico. L’uccisione di una rondine che ritorna ai suoi pulcini, caratterizzata da richiami cristologici piuttosto netti («cadde tra spini», «ora è la, come in croce»), si sviluppa in parallelo agli ultimi istanti della vita del padre dell’autore, anch’egli di ritorno al suo nido. E così, il fato della rondine e quello dell’uomo assurgono a simboli universali del cieco male della vita, di cui la Terra è pregna:


San Lorenzo, Io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla. Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de’ suoi rondinini. Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell’ombra, che attende, che pigola sempre più piano. Anche un uomo tornava al suo nido: l’uccisero: disse: Perdono; e restò negli aperti occhi un grido: portava due bambole, in dono...

La morte del capofamiglia scatena una funesta successione di disgrazie: la famiglia Pascoli perde quella relativa agiatezza economica di cui godeva e finisce per disgregarsi. Il poeta, dal canto suo, termina brillantemente gli studi e si avvia a una carriera da insegnante che lo porterà, nel giro di alcuni anni, prima a Bologna, poi a Messina e, infine, a Pisa. A questo periodo intermedio appartengono alcune testimonianze dello stato d’animo di Pascoli, tra cui una lettera che recita: «Il prossimo ottobre andrò professore, ma non so ancora dove: forse lontano; ma che importa? Tutto il mondo è paese ed io ho risoluto di trovar bella la vita e piacevole il mio destino». Tutto sembra indicare una condizione radiosa dell’uomo, risolto ad aprirsi al mondo e lasciar accadere ciò che la vita ha in serbo per lui. A dispetto dell’iniziale proposito, tuttavia, durante le sue peregrinazioni da un’università all’altra, Pascoli sempre evita di mescolarsi alla vita mondana cittadina, preferendo ritagliarsi uno spazio isolato in cui, a contatto con l’ambiente del borgo e delle campagne, sembra trovare la pace interiore e l’ispirazione per scrivere versi. È questo il preludio di quella che diverrà poi nota come la teoria del Nido, di cui il poeta Mario Luzi offre una lucida panoramica:


Di fatto si determina […] che la disgrazia ha diviso e ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, […]. Per il Pascoli si tratta in ogni caso di una vera e propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo presto. Possiamo notare due movimenti concorrenti: uno, quasi paterno, che gli suggerisce di ricostruire con fatica e pietà il nido edificato dai genitori; di investirsi della parte del padre, di imitarlo. Un altro, di ben diversa natura, gli suggerisce invece di chiudersi là dentro con le piccole sorelle che meglio gli garantiscono il regresso all'infanzia, […]. In pratica il Pascoli difende il nido con sacrificio, ma anche lo oppone con voluttà a tutto il resto: non è solo il suo ricovero ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Media Valle del Serchio dove può, oltre tutto, mimetizzarsi con la natura.

Nel 1902, Pascoli, scambiando in denaro alcuni ori vinti al Concorso di poesia latina di Amsterdam, acquista un’elegante dimora nel borgo di Castelvecchio, sull’Appenino tosco-emiliano, e ci va a vivere insieme a due delle sorelle: Ida e Mariù. Il poeta trascorre così le ultime decadi della sua vita tentando faticosamente di ricostruire e tenere insieme quel nido perduto da cui l’improvvisa dipartita del padre lo aveva prematuramente strappato via. Barberi Squarotti giunge a identificare il Nido come la rappresentazione stessa dell’ideale pascoliano di famiglia: intriso di legami oscuri, viscerali, che avviluppano l’individuo e lo proteggono, garantendone l’isolamento dal mondo esterno, pieno di insidie.


Vi è, però, nella pretesa di ricreare ciò che non c’è più, un’esplicita rinuncia. L’amore e, più in generale, la creazione di legami affettivi al di fuori del cerchio sacro familiare, su cui vegliano i defunti, diviene sintomo di una frattura insanabile, di un vero e proprio tradimento. È ciò che accade alla sorella Ida, il cui matrimonio causa in Pascoli un immenso dolore oltre che l’esclusione definitiva dal Nido. Lo stesso Pascoli sembra abdicare del tutto a quel sentimento amoroso che lo aveva brevemente legato a una cugina, risolvendosi, secondo alcuni, a esplicitare questo lato profondo di sé in modo quasi voyeuristico, come sembra emergere anche dalla lettura de Il gelsomino notturno (1903).


Se, infatti, nell’ultima parte del componimento trova spazio una chiara allusione alla fecondazione (simboleggiata qui dall’impollinazione di un fiore), nella prima parte un parallelismo ornitologico ritorna a insistere sul tema del Nido, suprema protezione dai mali del mondo:


E s’aprono i fiori notturni, nell’ora che penso ai miei cari. Sono apparse in mezzo ai viburni le farfalle crepuscolari. Da un pezzo si tacquero i gridi: là sola una casa bisbiglia. Sotto l’ali dormono i nidi, come gli occhi sotto le ciglia…

E proprio in questo ideale domestico ingabbiante, nell’immagine di un riparo sicuro a cui restare per sempre fedeli, si cela uno degli aspetti più attuali della poetica e della biografia pascoliana.

A ben vedere, il poeta non risulta troppo distante da fenomeni moderni di auto-esclusione sociale dei quali gli hikikomori rappresentano la più nota casistica. La parola hikikomori, dal giapponese, si traduce come stare in disparte o tirarsi fuori (sottinteso: dalla società) e definisce quel comportamento di volontario isolamento domiciliare che si produce in alcuni individui come conseguenza di fragilità, fobie e psicosi. Considerato a tutti gli effetti una patologia psichiatrica, il fenomeno comporta la progressiva riduzione dello spazio di manovra sociale e relazionale dell’individuo fino a giungere, il più delle volte, alla volontaria reclusione tra le quattro mura di una cameretta.

Secondo alcune stime, è hikikomori un italiano su 200 o 250. Spesso, il comportamento patologico, più diffuso tra i giovani, si correla positivamente a fenomeni di abuso e dipendenza da internet, videogiochi e prodotti di intrattenimento digitale.

A dispetto di quest’ultimo punto, alla base dei moderni fenomeni di hikikomori, così come della reclusione volontaria di Pascoli, vi è la stessa visione polarizzante: l’apertura all’esterno, l’andare fuori, sono forieri di sofferenze e ostacoli; viceversa, lo spazio rassicurante, perimetrato, di una casa è precondizione alla serenità.

Di certo, la scomparsa del padre e le complesse dinamiche familiari conseguenti hanno instillato in Pascoli l’assoluto bisogno di ripristinare una normalità pre-luttuosa anche a costo di sacrificare la propria intimità genuina, i propri sentimenti, il fisiologico bisogno di indipendenza e autonomia. Restare nel nido, sì, ma rinunciando a volare.


Diversi sono gli spazi prescelti: l’ambiente rurale, il villaggio, per Pascoli; l’intimità di un appartamento immerso nel tessuto urbano per i moderni hikikomori. E diverse sono, senz’altro, anche le motivazioni psicologiche e sociali di una simile scelta. Ma ciò che soprattutto differenzia i moderni hikikomori dall’ottocentesco Pascoli è, forse, soltanto il genio poetico di quest’ultimo.

Genio che gli permise, in vita, di ottenere fama e onori, fino a diventare il poeta ufficiale del neo-unito Regno d’Italia e, dopo la morte, consegnò alla storia i suoi versi. Lo stesso non si può dire, ahimè, per i moderni eremiti, il cui dolore e le cui vicissitudini interiori ed esteriori rimangono troppo spesso senza voce. Questa è forse una delle maledizioni della letteratura, specie di quella classica: ci permette di scorgere l’Essere umano dentro le parole ma al solo prezzo di rinunciare a conoscere l’essere umano dietro le parole.

E, forse, se riuscissimo a cogliere la bellezza che tante volte germoglia dalla sofferenza, offriremmo al disagio dei vivi la stessa commossa empatia, le stesse parole di elogio che conferiamo all’inchiostro dei morti.


Fonti che hanno supportato la stesura dell'articolo


Pascoli G., Myricae (settima edizione), Raffaello Giusti Editore, Livorno 1905 (pp. 107-108)

Montanari Nozzoli A., Delitto Ruggero Pascoli, Rimini e la sua storia. [manca la data]

Domenico Bulferetti, Giovanni Pascoli. L'uomo, il maestro, il poeta, Libreria Editrice Milanese, Milano 1914 (p. 57)

Pascoli G., Canti di Castelvecchio (quarta edizione), Ditta Nicola Zanichelli, Bologna 1907 (pp. 109-110).

Pascoli G., Giovanni Pascoli: Miei pensieri di varia umanità, Vincenzo Muglia Editore, Messina 1903.

Baggio S., Chi sono gli hikikomori in Italia, Il Post, 31 ottobre 2021.

Gnisci B., Hikikomori in Italia. Chi sono, quanti sono, che storie hanno, Lenius, 31 marzo 2020.

Nicoletti G., L'Hikikomori entra nel vocabolario e nella realtà italiana, La Stampa, 17 ottobre 2012.