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  • Cinzia Balzarini

Non è un fiume, Selva Almada


C’era una volta un Paese pensato per soli uomini: è con questa tacita premessa che sembra esordire Non è un fiume, l’ultimo romanzo di Selva Almada edito da Rizzoli nella traduzione dallo spagnolo di Giulia Zavagna. Costellato di aneddoti e stralci di vita che si tingono talvolta di satira, altre di sorprendente lucidità nei ricordi spassionati dei suoi protagonisti, questo piccolo libro è un’ode alla quotidianità, una narrazione che si perde nel flusso inesorabile di un fiume, lo stesso che custodisce tutti i segreti degli uomini che lo sfidano.


Tutto ha inizio con tre spari. Troppi, secondo chi in quella terra ci vive, per strappare dalle acque torbide del fiume un’immensa razza grigia e polposa, la cui cattura ha tenuto Enero, il Negro e Tilo con il fiato sospeso per ore. Chi conosce il bosco e l’insidioso specchio d’acqua che lo attraversa avrebbe riservato un solo colpo alla bestia, e ne avrebbe fatto un premio ambito. Eppure i tre, venuti dalla terraferma, sono traditi a ogni passo dalla loro estraneità al posto, e puniti dalla natura stessa. Quando il mattino seguente rigettano la razza nel fiume, come se quella cattura fosse stata solo l’ennesima dimostrazione della supremazia dell’uomo sulle altre forme di vita, non sanno di certo che stanno attirando su loro stessi una maledizione.


Ma cosa potrebbe mai turbare la bonaria ilarità di Enero, o il pacato contegno del Negro? Inseparabili come fratelli, hanno portato il giovane Tilo, ormai un uomo fatto e finito, a pescare nel luogo pieno di ricordi che suo padre Eusebio aveva amato. Sono passati molti anni dalla morte dell’amico, eppure il fiume non ha mai smesso di esercitare su di loro il suo antico fascino. Cosa li riporta ancora una volta alle rive che hanno assistito alla scomparsa di Eusebio forse è un’incognita anche per loro. L’eco della tragedia di una serata qualunque di tanti anni prima si perde tuttavia nelle reminiscenze delle avventure dei lontani giorni gloriosi della gioventù, ed è così che il viaggio sull’isola si tinge di piaceri semplici e atmosfere scanzonate. Pescare e perdersi tra le fronde di una natura ostile sembra un rituale obbligato per i tre, che della vita sembrano sapere tutto e niente.


Si potrebbe invero pensare che l’unica vera certezza, in una scrittura volutamente episodica, allusiva e incoerente come quella di Almada, sia proprio l’esistenza del fiume, che mai silenzioso rivendica le confessioni e i pensieri nascosti di chi osa varcarne i cancelli invisibili. Non è un fiume è un’avventura dai contorni picareschi che si esaurisce troppo in fretta, come le innumerevoli sigarette che pendono dalle labbra degli ambigui isolani; un viaggio in un’Argentina diversa, cruda e concreta, che alla tradizione del mate pomeridiano preferisce le fughe senza meta su un pick-up e le battute di pesca nell’afa estiva.


Gli uomini dell’isola non vedono di buon occhio i nuovi arrivati, e ogni minuto trascorso dai tre al limitare del bosco sembra una dichiarazione di guerra alla piccola comunità autoctona che risente dello sconfinamento. Poco importa che Enero, il Negro e Tilo vivano a qualche miglio da quel paradiso inviolabile: ingrati e superbi come tutti coloro che vengono dalla terraferma, hanno osato guardare le loro donne e bere le birre più fresche dell’unico bar dell’isola, una fatiscente baracca di lamiere che sembra tuttavia essere l’unico ritrovo da uomini che quel piccolo mondo chiuso sa offrire.


Se solo sapessero di essere logorati dalle medesime sconfitte mai dimenticate, e perseguitati dagli stessi rimpianti! Eppure, gli uomini sono uomini, sembra dirci Almada, e conoscono un solo modo per sfuggire dai guai in vista: esserne loro stessi gli autori. È così che per dare una lezione ai nuovi arrivati e sperare di mettere bruscamente fine alla loro permanenza indesiderata, gli isolani danno fuoco all’accampamento dei pescatori, e non contenti, preparano un’imboscata in puro stile western.


È tuttavia il fuoco la loro prima arma, e il lettore attento non fatica a comprendere come questo elemento sia in effetti per tutta la durata del libro una metafora della vita che si consuma troppo in fretta, tra corsi deviati e improvvise battute di arresto. Sconsolato e malinconico, Enero ripensa all’anziana madre che si è spenta troppo in fretta, un tenue fuoco azzurro dai ricordi dolceamari. Aguirre, capo della banda di isolani, veglia sulla sorella che per lenire il dolore di una perdita incolmabile incenerisce tutto ciò che apparteneva alle figlie. Tilo è travolto dal fascino delle bellissime ed elusive Lucy e Mariela, due sorelle che infiammano i suoi pensieri e lo invitano a sfidare una volta per tutte i padroni dell’isola, per la vanagloria che è propria dell’ardore dell’adolescenza.


Le voci narranti si mescolano, presente e passato si fondono in un abile gioco di luci e ombre che disorienta e invita a studiare ogni scena, persino la più banale, con il privilegio dell’ubiquità. Enero, il Negro e Tilo restano sull’isola giusto il tempo di sentire la nostalgia della quotidianità, ma la loro permanenza innesca uno strano meccanismo rievocativo che come l’incendio all’accampamento dilaga e divora tutto. Non succede niente e succede tutto: la scrittrice intesse il racconto di questi ingenui antieroi con un tempismo volutamente imperfetto, descrivendo sempre e solo l’attimo prima o dopo la chiave di volta che darà un nuovo senso al flusso dei pensieri di Enero, ai quali siamo stati abituati dalla prima pagina. Dire però che l’ex poliziotto dalla dubbia filosofia di vita sia il protagonista assoluto del romanzo significherebbe tradire le meteore che per un solo istante lo hanno sopraffatto.


I fantasmi che danzano tra le pagine del romanzo sono più reali di chi è rimasto a fare i conti con la loro dipartita. Ciononostante, non sembrano esserci misteri da svelare, se non per il lettore che di frammento in frammento deve ricostruire i momenti salienti di tutte le vite ordinarie che l’autrice estrae dalla sua immaginazione caleidoscopica. Selva Almada ha infatti la capacità di infondere profondità ai suoi personaggi anche quando questi attraversano il racconto con la fugacità di un volo di farfalla: è così che le donne invisibili del libro, lette sempre e solo attraverso lo sguardo degli uomini che le desiderano o le detestano, restano a lungo impigliate nei pensieri di chi le vede passare, distanti e irraggiungibili.


Avvolgente e poetico pur nella semplicità della sua prosa sospesa, fatta di poche immagini evanescenti, Non è un fiume restituisce fedelmente il ritratto di un microcosmo primitivo e senza tempo dell’Argentina, dove la storia si ripete, ma nessuno sembra trarre insegnamento dalle tragedie che si verificano. Sarà compito del lettore ricomporre il mosaico della narrazione, ribaltando la cronologia proposta da Selva Almada per svelare i sapienti trucchi di prestigio che l’autrice ci ha riservato. Giunti all’ultima pagina di questa lettura breve ma decisamente intensa, permane il senso di irrequietezza della gioventù perduta, di azioni mai intraprese e rimpianti addolciti dall’inevitabilità del destino. In questo libro di meandri e risvegli amari, chi sono veramente i fantasmi, e chi, invece, può dirsi libero dalla forza travolgente del fiume che reclama ogni segreto?


Fonti che hanno supportato la stesura dell'articolo


M. E. Woinilowicz, "No es un río", la nueva novela de Selva Almada, Pagina 12, marzo 2022

L. Pezzino, Anche il più sfigato dei maschi quando torna a casa trova una donna da sottomettere, Tuttolibri La Stampa, febbraio 2022

R. Baixeras, Hèroes rivales tràgicos, El periodico, febbraio 2022