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  • Federico Favale

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, Christiane F.

A giugno 2022 ricorre un anniversario particolare: Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino celebra il suo quarantunesimo anno di età. Si potrà dire che questa sia una ricorrenza sorvolabile, eppure mantiene un’importanza indiscutibile. Dal 1981 l’opera di Christiane F dimostra una schiettezza fuori dal comune e un piglio realistico che arriva addirittura a spiazzare il lettore. Il libro ha segnato generazioni intere e la genuinità con cui l’autrice racconta le sue vicende ha inevitabilmente conquistato il mondo. Oltretutto, ha imposto a chi legge anche una riflessione molto profonda: siamo tutti in grado di affrontare le nostre debolezze? Qual’ è il confine tra divertimento e autodistruzione?


Pur non apparendo tecnicamente come tale, Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è da considerarsi un libro storico. Siamo negli anni '70, la fase più acuta della guerra fredda e nel bel mezzo di un mondo spaccato a metà. Con piglio pasoliniano si potrebbe constatare che nessun essere umano può vivere al di fuori della sua storia. Il contesto sociale, economico e culturale che ci circonda è definito da noi ma è anche lo stesso che plasma la nostra esperienza. Ecco la matrice storica di un libro che ha fatto effettivamente la storia, ridefinendo identità di gruppo e segnando nettamente il concetto di appartenenza.


La trama


Christiane e la sua famiglia si trasferiscono a Gropiusstadt, sobborgo di Berlino. Si capisce benissimo che le verdi campagne nei dintorni di Amburgo sono lontane: la sensazione di essere finiti in un posto difficile è confermata da un panorama dominato da palazzi fotocopia che si stagliano all’orizzonte. Esternamente simbolo della laboriosità operaia, sono al loro interno lucernario delle problematiche più disparate.


Non passa molto tempo che anche Christiane fa i conti con questa nuova realtà addentrandosi alla perfezione nei suoi meandri: il progetto familiare di aprire un’agenzia di matrimoni fallisce e lei (insieme alla madre e alla sorella minore) si trova costretta a subire le angherie del padre, sempre ubriaco e in perenne confronto con il suo fallimento. Normale quindi che la ragazza voglia trovare soddisfazione altrove, in un posto che possa realmente sentire come suo ma che, al contempo, non metta etichette alla sua debolezza.


Christiane inizia a frequentare quindi una Berlino decadente ma, al contempo, dall’indubbio animo effervescente. I viaggi in metro la informano inoltre che lo spostamento verso il centro cittadino impone una chiara presa di coscienza di quanto la sua esistenza sia diversa da quella di tanti altri. Interessante il paragone antropomorfo tra i borghesi di Berlino Ovest e i maiali: avidi e solitari, i cittadini benestanti di Berlino centro la guardano altezzosi nelle carrozze di quella che, per Christiane, è la vera locomotiva dei sogni, capace di portarla in un’altra realtà. La Kurfürstendamm è nominata infatti pressappoco in ogni singola pagina del racconto: la zona è un punto di ritrovo, un luogo ameno dove ogni distanza sociale si attenua e mescola le esperienze di tutti i suoi passanti. Per Christiane almeno è così.


La voglia di evasione è simboleggiata dal Sound, una delle discoteche più famose all’epoca e che ospiterà le disavventure della giovane e della sua compagnia. È lì che viene fuori tutto lo spirito adolescenziale della ragazza; lì che (nel bene e nel male) la stessa si formerà. Fa infatti la conoscenza di alcuni amici, tra cui Detlef e successivamente Atze. I ragazzi passano le serate (e ciò che resta del giorno dopo) a drogarsi, cercando anche nuovi modi per racimolare soldi (sempre destinati a diverse forme di alterazione psico-fisica). Nel momento in cui la protagonista inizia a frequentarsi con Detlef, cade immediatamente quell’ultimo velo di innocenza rimasto: vedendo che lo stesso non è in grado di prendersi troppo cura di lei, Christiane cede alle tentazioni più estreme e inizia a fare uso di acidi ed eroina.


La scalata verso il basso porta lei e gli altri a fare marchette alla stazione e ad offrire servizi sconci in auto. La morte di alcune delle persone che orbitano intorno a Christiane costituisce poi il punto di non ritorno: il gruppo dello Zoo di Berlino si sta sfaldando. Anche la sua amica Babsi se ne andrà e per la protagonista si profila l’obbligo di una vera e propria presa di posizione. Sceglierà di iniettarsi un’ultima dose in vena, di quelle che quasi vengono preparate per farla finita di proposito, ma il destino ha riservato a lei un fato più lieve. Sopravvissuta alla tragica esperienza, riprende in mano la sua vita.


L’eredità lasciata dall’opera


Quando si dice che Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è un film storico lo si dice perché la città è concretamente protagonista del libro: assume la portata di un burattinaio che tesse le fila delle vite dei personaggi che vivono al suo interno. Non si può fare a meno di escludere Berlino dalla trama del libro; è l’elemento narrativo che da una dimensione storica all’opera.

La città, come è stato anticipato, era divisa e ricca di contraddizioni. Ai tempi, lo sfarzo della parte ovest faceva da contrapposto alla monotonia dell’est, ai jeans copia della Levi’s, alle fedelissime Trabant (macchine popolari possedute da almeno metà della popolazione berlinese).


Il libro, e se vogliamo Christiane F. stessa, hanno contribuito a far percepire questo solco profondo imposto dalla storia. I veri ragazzi dello zoo di Berlino si sono ormai spostati a Kreuzberg (una zona sempre centrale ma decisamente più discreta). Nella Banhof dello zoo è rimasta tuttavia un’aura di sconfitta immensa e, girovagando per quella zona, si può testimoniare quanto la gente sia stata segnata dalle proprie esperienze (dunque, dalla loro storia). Christiane F descriveva luoghi privi di speranza e probabilmente lo zoo è rimasto come tale, nonostante la protagonista del libro si sia salvata da un destino tremendo.


Il lascito è tuttavia di quelli importanti. Da anni si cerca di rendere omaggio all’eredità lasciata da un libro di una portata tale. L’esempio più recente è del 2021, ovvero la serie tv disponibile su Amazon che ha ridato slancio alla storia ma, al contempo, ha fatto storcere il naso a molti. Il piglio sembra essere molto più scanzonato e la struttura iperrealistica creata da Christiane F viene diluita dal tentativo maldestro di scimmiottare serie tv come Euphoria (recente successo americano).


La malinconia delle pagine scritte ha ceduto il passo al sensazionalismo dell’immagine; quindi, rimane da statuire che si tratta effettivamente di prodotti ben diversi. Il sapore di rassegnazione che pervade il libro, seppure sia un contenuto molto amaro da sopportare, è colonna portante dell’intera opera (dunque, dell’immaginario creato dall’autrice, vera protagonista delle vicende). Viene meno la dimensione sacrale dell’esperienza narrata: a prevalere è l’intento edonistico e ricreativo delle droghe. In Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (l’opera scritta) si mantiene un punto di vista diverso e, a fare da corollario al consumo di stupefacenti, è una profonda matrice di divisione sociale. Quando si dice che un libro è meglio della riproduzione su schermo si intende anche dire che l’obiettivo di un prodotto visivo è quello di fare spettacolo. L’eredità lasciata dal libro si inscrive proprio in questo tipo di differenza: la presa di contatto con la realtà esclude intenti di emulazione o glorificazione e mantiene un piglio piatto ma pur sempre fedele alla vera natura delle cose.