Cerca
  • Greta Pinzin

Niente di vero, Veronica Raimo

A che serve scrivere? si chiede Veronica a conclusione del libro. Lei, la scrittrice, non ha mai voluto farla, sognava di diventare una popstar, di suonare strampalata e senza regole precise chissà quale strumento su chissà quale palco. Una vera vena artistica però, non l’hai mai avuta. Per fare bella figura con gli insegnanti e i genitori rubava disegni agli sconosciuti e li spacciava per suoi. A mentire è sempre stata brava o, per meglio dire, a costruire una realtà differente da quella in cui credeva di abitare. Ed ecco che, quando adulta, si rimette a leggere i suoi vecchi diari di bambina quelle pagine infantili le sembrano, tutto sommato, non così irreali, il gioco delle maschere era già al tempo ben avviato: «sentivo una strana intimità con quello che leggevo: non c’era niente di vero ed ero sopraffatta dalla tenerezza, erano i miei primi passi nell’impostura». Quello di Veronica Raimo è un viaggio all’indietro nei non detti di una vita che finalmente le si mostra senza veli e senza vergogne. C’è di tutto tra queste pagine, a tratti esilaranti, a tratti commoventi, una lunga lettera che vuole esorcizzare nella confessione ciò che è stato. Ci si riconosce e forse per questo ciò che scatta leggendo è la stessa tenerezza provata dalla protagonista quando sfoglia nuovamente i suoi diari: l’umanità non è poi così diversa nelle sue numerose sfaccettature.


La scrittura è di per sé finzione, un’astratta costruzione; eppure qua viene usata con coraggio per demolire quel muro di ipocrisia che tutti innalziamo attorno alle nostre vite imperfette. Anche in quella di Veronica è sempre stato così, le belle apparenze hanno preso il posto delle imperfezioni, nascoste sotto al tappeto insieme alla polvere. È il padre per primo a iniziare a giocare, ridisegnando i confini dei sessanta metri quadrati dell’appartamento in cui vivevano per restituire alla sua famiglia l’apparenza di uno spazioso trilocale, solamente abbozzato. Il risultato sono imprecisi e sottili muri a fare da separé, finestrelle dimezzate e condivise tra le camere, porte strettissime che danno accesso a qualche centimetro di privacy per ognuno. Non è nemmeno possibile gettarsi dalla finestra, tentare la fuga e scappare lontano, qualora si sopravvivesse al salto nel vuoto, perché per aprire le ante bisogna andare nella stanza accanto. Verika, così la chiama la madre, cresce in questi spazi angusti con il fratello, devoto credente, pronto a rifilarle qualche sermone o parabola biblica a ogni sgambetto che la vita le riserva. Dagli amori alle amicizie ogni cosa può essere letta in chiave cristiana e rivissuta per trarne una lezione di vita; un piccolo genio di famiglia, anche lui curiosamente diventato scrittore, con cui Verika bambina trascorre noiosi pomeriggi tutti uguali. Leggono molto e giocano ai dadi, si imbrogliano a vicenda per riuscire a vincere e intanto cercano di sopravvivere all’iperprotettività della madre e all’ipocondria del padre. L’una riesce a rintracciare la figlia anche in capo al mondo, «c’è Francesca» diventa un motto, un codice segreto, un lasciapassare per esorcizzare quella presenza ossessiva che la rincorre dovunque e si manifesta, puntuale, assieme allo squillo del telefono. L’altro, convinto che nessuno sforzo sia mai sufficiente per proteggersi dai mali dell’esistenza, propone rimedi fai da te, che dal complottismo delle grandi aziende farmaceutiche non può uscire nulla di sicuro, e bende fatte di Scottex con cui rivestire la figlia, affetta da un’insolita forma di allergia. La pelle, che si ricopre di pruriginose macchie rossastre, è invece solo lo sfogo naturale di tanta angoscia repressa.


Per sfuggire dall’apprensione genitoriale Veronica trova rifugio spesso a casa dei nonni, due persone tanto diverse quanto insolite, che osserva in silenzio legandosi intensamente al nonno. Dorme accanto a lui, anziano, sino a quando diventa formalmente una signorina e a quel punto si vede costretta a declinare con una scusa quell’intima abitudine che gli aveva legati per anni; con la nonna invece non si crea mai un vero rapporto, è una donna austera e distante, solitaria; ogni sera si mette il rossetto e i suoi abiti migliori per sedersi davanti alla televisione e guardare i suoi amori lontani, ai quali parla e sorride dal di fuori. I due coniugi, legati nell’idea di famiglia, non si sfiorano mai, muoiono da soli, a fatica si salutano. Veronica crede sia così l’amore: dapprima lo idealizza in lettere e pensieri a ragazzi sfuggenti, sognati e inseguiti sino all’attimo prima della partenza, un viaggio in Irlanda, uno a Mosca, per vivere di baci. Poi lo ricorda a distanza, in una camera a Berlino, sola, tra libri e lunghe passeggiate per la città. Tutto si è eclissato nel ricordo di un weekend d’amore, quando da ragazzina aveva segretamente progettato una fuga assieme all’innamorato di allora, inseguendo l’idea di una notte da adulta, abbracciata per la prima volta al corpo di un uomo che non sarebbe stato quello del nonno… sognante Verika ruba le chiavi della casa vacanze al padre, inventa una realtà alternativa per colmare il suo posto vuoto a tavola nel fine settimana e parte per un lungo viaggio in macchina. Al suo arrivo, dopo aver trovato nella cassetta della posta numerose lettere scritte a mano firmate da una donna di nome Rosa, realizza d’un tratto il perché dei numerosi viaggi di papà nella vecchia casa al mare e la fame d’amore si spegne. Non ha paura di raccontare le emozioni, i desideri e le azioni. La scelta di non fare, di non andare, di non avere.


Quanto di ciò che siamo corrisponde effettivamente a ciò che viviamo e quanto a ciò che ci raccontiamo? Forse non siamo altro che frutto della commistione di questi due differenti punti di vista e spesso, solo del secondo. La scrittura, filtro della realtà, è un mezzo per decostruirla o crearla a suo piacimento e, attraverso l’arte, provare a ritrovare un senso nelle incertezze del nostro presente, nei dubbi che ci assillano e in tutte le questioni alle quali non troviamo risposta. Siamo liberi di scegliere i nostri finali, di cambiare la storia quando non ci piace abbastanza, senza tuttavia riuscire a sapere davvero quale delle realtà che creiamo o viviamo sia quella reale. Un modo diverso, auto-protettivo, per ridisegnare i contorni della propria persona e reinserirla in un contesto adatto, in una storia che non ci faccia più male. In questa meticolosa operazione di laminazione della quotidianità, la risata e l’autoironia rimangono alla fine l’ultima àncora di salvezza cui aggrapparsi quando ci si guarda dentro, nel mare in tempesta della nostra interiorità, così spesso in subbuglio.


Con sarcasmo e sottile malinconia, Veronica Raimo ci restituisce un libro potentissimo, reale nelle sue menzogne: specchiarsi nell’imperfezione di altre vite ci fa ritrovare qualcosa anche di noi stessi. Non c’è niente di vero in ciò che raccontiamo agli altri di noi e, in fondo, il bello di essere in gioco è anche un po’ questo.



Fonti che hanno supportato la stesura dell'articolo


V. Raimo, Niente di Vero. Einaudi, 2022

A. Maniscalco, Oggi ho meno rimpianti e nostalgie: Veronica Raimo si racconta, Il libraio, www.illibraio.it/news/dautore/niente-di-vero-veronica-raimo-1416976/amp/ M. Insolia, L'età dell'impostora, L'Indipendente, www.lindiependente.it/intervista-veronica-raimo