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  • Paola Fontana

Nefando, Monica Ojeda


La letteratura spesso ci offre un rifugio dallo squallore della realtà. A volte però, essa ci destabilizza mostrandocene il lato più torbido e inquietante: leggere Nefando di Monica Ojeda è sicuramente un’esperienza di questo genere. Perno attorno a cui ruota il romanzo è la creazione di un videogioco omonimo che ha destato scandalo per i suoi contenuti perversi e la cui natura non risulta chiara nemmeno ai giocatori stessi, visto che le esperienze di gioco sono diverse per ciascuno. Unico fattore ad accomunarle è il carattere perturbante, l’oscenità, gli eventi inspiegabili e misteriosi.


A essere legati in qualche modo alla realizzazione del gioco sono sei coinquilini, sei giovani alle prese con il proprio vissuto tormentato, impegnati a gestirne i lati più oscuri e controversi. La maggior parte di loro ha un passato (o un presente) travagliato, intessuto di violenza e umiliazione, costellato di episodi di vergogna e perversione.

L’autrice esplora questo mondo abietto ponendo la corporeità al centro della narrazione: protagonista di vicende incestuose, vittima di un disperato e metodico autolesionismo, controparte istintiva e indisciplinata della mente, il corpo si impone costantemente all’attenzione del lettore.


Esso è presente sulla scena anche quando si parla della realtà inorganica che vi sta intorno: la stanza della giovane scrittrice Kiki Ortega ci appare come un abnorme organo digerente che la avvolge, protettiva e soffocante al tempo stesso - «La stanza: un intestino […] La stanza: una bocca senza denti […] La stanza: una placenta» (p. 13) Allo stesso modo, per il diciassettenne Emilio, il foro di proiettile sulla parete di una camera richiama alla mente fessure corporee («È un tunnel profondo come l’ano di mio padre», p. 97).

Questa corporeità onnipresente viene il più delle volte associata al disagio, al dolore, al disgusto. Se ne sperimentano i limiti, se ne avvertono le mancanze. L’inadeguatezza del proprio corpo conduce Ivan a una continua ed esasperata pratica autodistruttiva, animata da un profondo senso di estraneità e disprezzo di sé: «Sei stato sopraffatto dal disgusto e dal dolore dovuti al tuo corpo sbagliato. Abitavi una maschera di te stesso, una cupola che dovevi danneggiare per liberarti dal tuo falso io […] l’unica cosa che desideravi era rovinarti, scorticarti fuori e dentro» (p. 118-119). È da questa frattura interiore che nasce la necessità della creazione letteraria: «la letteratura era un vomito rigurgitato da persone come te, duplici e con mille maschere» (p. 25)


Anche quando è veicolo di amore e godimento, la corporeità appare legata al dolore: accade più volte che il piacere sia frutto di una violenza inflitta a qualcun altro. Per i personaggi di Kiki – autrice di un romanzo in cui l’erotico e il macabro si mescolano indistintamente – il desiderio è inestricabilmente connesso all’aggressività e trova soddisfazione in rapporti feroci e avvilenti. La protagonista del suo romanzo pratica riti violenti in cui gode nel torturare piccoli animali.

Questo legame tra piacere e violenza è brutalmente evidente nelle memorie dei fratelli Teran: nei loro ricordi il godimento degli adulti si accompagna allo strazio dei corpi infantili. Questa compresenza di piacere e dolore nella trama ha come corrispettivo stilistico una scrittura vivace, fatta di metafore vivide e suggestive, ma cruda e diretta nel descrivere eventi disturbanti. Un punto focale del libro è proprio la riflessione sulla scrittura e sul linguaggio, sulla possibilità di tradurre i vissuti in parole. Questa possibilità sembra essere smentita continuamente nel corso del romanzo.

Vi è in ciascuno un elemento primitivo e indomabile che è impossibile da restituire attraverso la scrittura. È un sostrato non linguistico che resiste allo sforzo di raccontarsi, una realtà magmatica e ribelle che si contrappone all’azione ordinatrice e normativa del linguaggio, «qualcosa che non poteva essere educato, qualcosa che ribolliva, non soggetto a legami, che pulsava, tumultuoso, come una campana interiore con una risonanza destinata ad alterare ciò che in loro era stato normato» (p.89) Il tentativo di codificare qualcosa che per definizione è fluido e inafferrabile è chiaramente destinato a fallire, anche se il bisogno di narrare finisce per imporsi. La stessa scrittura di Ojeda, con la sua sovrabbondanza di metafore e i suoi paragoni icastici, sembra lottare contro questa deficienza del linguaggio.

Il Cuco, hacker e game designer, è impegnato nella stessa lotta e anch’egli si rende conto che non può avere la meglio. Attraverso i linguaggi di programmazione, anch’egli si sforza di dire l’indicibile, con l’ovvio esito del fallimento:


Non lo avrebbero saputo: non avrebbero visto che aveva pensato al desiderio, movente del suo io, riflesso su uno schermo […] e all’unica costante non rappresentabile: il caos. M. Ojeda, Nefando, Polidoro editore, 2022, p. 82

La scrittura appare quindi un artificio che tradisce l’esperienza immediata e autentica, per questo Kiki si rifiuta di essere «un’ingegnera del linguaggio» e desidera che la sua narrazione sia qualcosa di vivo. Il suo è il bisogno, destinato a rimanere insoddisfatto, di ricomporre la contraddizione tra vita e scrittura, tra corpo e mente, tra emozioni e parole.

Ivan ha la piena consapevolezza di questa inconciliabilità:


Sapevi che la scrittura non avrebbe potuto parlarti della tua carne. Solo il dolore era in grado di costruire un discorso del corpo-non-tuo, ma il dolore era intrasferibile e inesprimibile sotto forma di linguaggio. M. Ojeda, Nefando, Polidoro editore, 2022, p. 28

Le parole rivelano così la loro insufficienza, mentre lo strazio fisico si rivela via privilegiata verso la comprensione di sé. Non è la sofferenza concettualizzata e verbalizzata, è il dolore vissuto il passaggio indispensabile per conoscerci: esso ci rivela la nostra essenziale vulnerabilità. I personaggi di Nefando ci mostrano così la necessità


di ridursi alla propria espressione minima, a cui arrivi attraversando il dolore fisico, la rivelazione ultima della nostra fragilità, di quanto facile sia scomporci, di quanto instabili e mutevoli siamo. M. Ojeda, Nefando, Polidoro editore, 2022, p. 131


Il divario tra vissuto e parola si trasforma inoltre in una distanza incolmabile tra noi e gli altri. Per il Cuco la tecnologia è uno strumento di empatia, un modo per connettersi con gli altri e accedere al loro mondo interiore. Allo stesso tempo egli avverte però che questa connessione ha dei limiti profondi e insuperabili, che i sentimenti, i pensieri, le emozioni altrui rimarranno a lui sempre estranei, nonostante i tentativi di instaurare un legame empatico.


Anche il videogioco Nefando sembra così un tentativo di sanare la frattura tra realtà e parola, tra l’io e gli altri. Se il linguaggio – che sia quello dei codici informatici o della letteratura – non basta, allora l’unico modo per comunicare con gli altri è renderli giocatori, attori immersi in una realtà che possono vivere in prima persona. In questo modo si mette l’altro nella condizione di sperimentare il disagio e l’inquietudine del nostro io riducendo al minimo la mediazione linguistica. Solo questo coinvolgimento diretto e traumatico, questa partecipazione attiva, rende accessibile il dolore altrui.