Cerca
  • Cinzia Balzarini

Namiko e i giardini di Kyoto, Andreas Séché

Quando un giovane redattore tedesco si reca a Kyoto per scrivere della bellezza dei giardini zen, di certo non si aspetta che la sua quotidianità, scandita da letture preziose e viaggi attraverso il mondo, stia per essere stravolta da un incontro al confine tra sogno e realtà. Eppure, basta un gioco di sguardi con un’affascinante sconosciuta che vaga tra le mirabili creazioni dei paesaggisti come se fosse in attesa di un amante, per capovolgere tutte le certezze del narratore.


Nel momento esatto in cui il ventinovenne di Amburgo posa per la prima volta lo sguardo sulla figura sconcertante ed elusiva di Namiko, infatti, è sopraffatto da un’emozione talmente violenta e inspiegabile da restarne stregato. Gli occhi sprizzanti di curiosità della donna, nonché il desiderio di scoprire la storia dello straniero venuto dall’Occidente, alludono senza dubbio all’inevitabile passione che come un fulmine temporalesco grava sui due estranei – ma c’è molto più che seduzione e innamoramento, nel romanzo di Andreas Séché.


Il primo scambio tra i due, squisitamente intellettuale e inconsueto, innesca un meccanismo sconosciuto alla sobria razionalità che sembra aver caratterizzato tutte le esperienze di vita del giornalista. Dopo sole poche ore dal fatidico rendez-vous a Ginkakuji, nel giardino del Padiglione d’argento, l’uomo si ritrova così a telefonare all’agenzia per la quale lavora per prolungare la propria permanenza a Kyoto il più a lungo possibile. Il mese di congedo che ne risulterà sarà il principio di un viaggio interiore che si nutrirà di saggezza ecologica, e che rivelerà all’uomo verità inaspettate sulle più sincere gratifiche per l’anima – soprattutto, che l’atto di sussurrare non è che intimità con la voce. Accomodandosi al fianco del redattore mentre una leggera pioggia estiva di reminiscenze ed epifanie compone il ritratto di Namiko, il lettore vive sulla propria pelle la leggiadra danza trionfale di uno spirito che si libera dall’angusta prigione del pensiero occidentale.


Namiko e i giardini di Kyoto, edito da Mondadori nella traduzione dal tedesco di Cristina Vezzaro, fa in effetti dei sussurri e dell’ascolto attivo dei rumori impercettibili del cosmo la sua essenza. Ne è una riprova il titolo originale dell’opera, che allude alla delicatezza espressiva della sua poetica eroina: Namiko und das Flüstern – come se dopotutto la studentessa di germanistica e la sua scelta di pronunciare sottovoce sorprendenti enigmi e verità, come i kōan tanto cari alla filosofia buddista, fossero un binomio inscindibile.


In generale, Namiko amava i suoni delicati. Il respiro leggero del primo vento d’ottobre, il mormorio ovattato dei ruscelli di Kyoto, lo scricchiolio della neve sul muschio, il rintocco lontano delle campane dei templi buddisti e, naturalmente, i sussurri. A volte bastava che fosse sdraiata accanto a me nell’erba perché sentissi che si sarebbe rimessa a sussurrare. Sussurrare, diceva sempre Namiko, è come sottolineare, ma senza, appunto, sottolineare. Nel ritirare la voce, secondo lei, il peso si spostava dalla forma al contenuto, attribuendo a ciò che si voleva dire il tocco discreto delle cose significative.

Il romanzo di Séché cresce effettivamente come il sussurro di una voce amata, e si tramuta in un canto sulle note lente e gravi dello shakuhachi, il flauto tradizionale che accompagna sovente gli spettacoli lungo sinuosi fiumi di sabbia dove nulla è lasciato al caso. Il lettore viene trasportato in un Paese di tradizioni e stili di pensiero che rifuggono dal bagliore dell’apparenza, per avvicinarsi al nucleo del sentimento disadorno ed essenziale dell’ikigai. Tra silenti passeggiate che fanno delle campagne e delle spiagge di un Giappone senza tempo l’inizio di un percorso di crescita personale, si diviene dunque partecipi della metamorfosi di un’anima che, inevitabilmente, si arricchisce di un profondo rispetto per tutto il creato.


L’amore e la nostalgia dell’autore di questo romanzo per Kyoto, culla del Giappone, sono impresse su ogni pagina: aneddoti sull’arte del lontano Oriente e accenni alla storia dei paradisi naturali che fanno della città un gioiello dell’ispirazione buddista si fondono con la biografia del suo alter ego narrativo. Eppure, se le premesse narrative di Namiko e i giardini di Kyoto corrispondono all’esperienza mai dimenticata dello scrittore oltre il velo ultramoderno che siamo soliti credere impresso sulle metropoli giapponesi, la storia d’amore che diventa il perno dell’intera opera si realizza interamente nel regno dell’immaginazione.


Namiko, che trova nelle fronde di un pino la figura un amante in attesa, e nel ricercatore venuto dalla Germania un interlocutore disposto a spogliarsi della presunzione di chi ha sempre e solo fatto della ragione la propria chiave di lettura del mondo, incarna alla perfezione la visione spirituale del rapporto tra uomo e natura tanto cara alla tradizione nipponica. L’inevitabile sentimento che germoglia nell’animo del giornalista straniero si evolve dunque in una presa di coscienza della superficialità di tutto ciò che fino a quel momento aveva scandito i ritmi della sua esistenza. Le serate inebrianti con gli amici, il rumore di una città sempre in movimento, persino i romanzi che il giovane custodiva gelosamente nell’ormai lontana dimora di Amburgo: tutte le sue certezze si trasformano all’improvviso in mere distrazioni dal richiamo di una vita piena e completa, e l’uomo si accorge di essersi volontariamente rinchiuso in una dimensione di contentezza artificiale.


Sfogliando il romanzo, sorge il dubbio che l’affascinante protagonista non sia una donna in carne e ossa, bensì uno spirito superiore, radicato in una saggezza estranea all’inquietudine della giovinezza. Attraverso la sapienza delle piccole cose e dei gesti impercettibili del quotidiano, Namiko ci mostra la via verso un mondo che rifiuta la logica dei ragionamenti complessi, per invitarci piuttosto alla rispettosa salvaguardia di un pianeta del quale dimentichiamo troppo spesso di essere parte integrante.


È in questa riscoperta delle gioie frugali della coesistenza con la natura che emerge l’importanza dei kōan disseminati lungo tutto il romanzo: si può afferrare il vuoto? La luce non è più luce quando si offusca? Dove va la rotondità della luna quando diventa una falce appuntita? Questi insidiosi enigmi pensati al solo fine di trarre in inganno e complicare la vita alla gente, come d’altronde confesserà un esperto al nostro narratore, dimostrano la limitatezza della mente: non esiste infatti una risposta oggettiva, poiché l’atto stesso di ragionare su una possibile risoluzione dei dilemmi intellettuali incarnati da questi indovinelli va contro la loro natura elusiva. È solo rinunciando con modestia alle verità che abbiamo sempre ritenuto universali e assolute, che, come l’ingenuo alter ego di Séché, possiamo aprirci a un mondo di piacevoli imprevisti e straordinarie avventure, imparando a vivere nel momento.


La sapiente eroina del romanzo insegna all’amato che persino un sistema complesso e ricercato come la scrittura giapponese si basa su concetti essenziali, legati al flusso della vita. Namiko e i giardini di Kyoto si costituisce in questo senso come una miniera di aneddoti e lezioni sulla stratificazione semantica che caratterizza la lingua della sua protagonista. Il carattere che il giapponese prende in prestito dal cinese per formare la parola ricchezza, se si vuole scegliere solamente uno dei moltissimi esempi che Séché trae dalle sue memorie, si articola partendo dal concetto di tetto disegnato con un trattino all’interno, per simboleggiare una casa piena; sotto di esso viene tracciato un rettangolo che allude alla forma di una bocca, e a questo segue un carattere che rappresenta un campo coltivato: per i giapponesi, originariamente la ricchezza equivale dunque ad avere un luogo d’appartenenza e un sostentamento tratto dalla natura. Le cose semplici, per l’appunto.


Il libro di Séché è senza dubbio una lettura che invita ognuno di noi a mettere a tacere le preoccupazioni del quotidiano per concederci il lusso di tornare bambini, intrufolandoci magari in qualche antico giardino zen protetto da alte mura, o danzando sotto la pioggia fino a crollare esausti in un campo. Come il redattore tedesco, incontrando Namiko e la visione del mondo che ella incarna ci chiediamo se valga la pena di restare impigliati in una routine che soffoca l’anima, o se, al contrario, siamo disposti a ricorrere a un pizzico di follia, per abbracciare la vitalità cangiante della natura e fiorire nel nostro potenziale.



Fonti che hanno supportato la stesura dell’articolo


https://www.mondadori.it/approfondimenti/namiko-e-i-giardini-di-kyoto-andreas-seche-ricerca-se-stessi/

https://romanceealtririmedi.wordpress.com/2022/02/24/blogtour-namiko-e-i-giardini-di-kyoto-di-andreas-seche-i-giardini-zen/

https://www.liberopensiero.eu/19/03/2022/rubriche/namiko-e-i-giardini-di-kyoto-andreas-seche-ci-racconta-un-amore-tra-oriente-e-occidente/