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  • Lucrezia Roviello

Monica Vitti, Cristina Borsatti

Andava a Londra con il treno perché aveva paura di volare ed è stata paragonata alla divina Katharine Hepburn, questa è la Monica Vitti dell’omonima opera scritta da Cristina Borsatti, scrittrice, sceneggiatrice, story editor e giornalista ed edita da Giunti Editore. La storia di un’attrice comica e drammatica allo stesso tempo, ammaliatrice di registi che, inevitabilmente, smaniavano per lavorare con lei.


Fai ridere senza saperlo… il tuo è un talento istintivo.

Non è facile cominciare a parlare di Monica Vitti: contenere la sua grandezza in un articolo è di una complessità colossale. Per farlo, sarebbe giusto lasciarsi guidare dalla quarta di copertina del testo di Cristina Borsatti: Monica Vitti è stata gigantesca. Ecco, così potrebbe iniziare questo pezzo.

Resta difficile pensare che esista qualcuno che non abbia mai pronunciato il suo nome, o non abbia mai sentito la sua voce graffiante; probabilmente c’è chi ha visto qualche suo film, ma che forse ha ignorato la storia di una donna che – con molta tenacia e testardaggine – il palco, la macchina da presa, l’obiettivo, e tutto ciò che ha realizzato se l’è guadagnato con tenacia. Questo è il racconto che, sin dalle prime pagine, delinea Cristina Borsatti. Maria Teresa Ceciarelli, passata poi alla storia della cinematografia come Monica Vitti (un mix tra le sillabe del suo nome e dal cognome della mamma – Vittiglia), è una ragazzina antifotogenica, con una voce troppo profonda, troppo drammatica, che non se ne fa una ragione del doppio rifiuto da parte dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, ma comunque riesce a entrarvi e che, imparando a muovere i passi giusti e a controllare la voce, esordisce a teatro alla tenera età di quattordici anni ne La Nemica di Niccodemi.


La Vitti conquista tutto: decolla dai piccoli palcoscenici, spettacoli di varietà che non fanno altro che risaltare le sue naturali doti comiche, sorvola su modesti set e arriva, infine, all’inevitabile traguardo: il cinema. Ma non uno qualsiasi, lei è la musa della cinematografia di Antonioni. La Vitti è, infatti, la protagonista della trilogia dell’incomunicabilità, in cui gli spazi desolati si mescolano ai drammi sentimentali dei personaggi e ai lunghi silenzi che si traducono con l’insoddisfazione e la rassegnazione. E lei, la Vitti, è il vitreo volto dell’esistenzialismo pessimista italiano del cinema. E Tuttavia, dopo un silenzio così assordante, arriva il boom degli anni Sessanta e, anche qui, Monica Vitti si immerge in commedie piene di quei frigoriferi, televisori e forni che lo stesso Antonioni farà saltare in aria in Zabriskie Point.


Vedevo che Monica, nonostante facesse film con Antonioni, con personaggi da film muto, misteriosi, d’altri tempi, nella vita era vivace, divertente, piena d’umorismo. E mi son detto, come mai? Questa è un’attrice di talento, una bella ragazza, perché non può fare un personaggio umoristico, comico?

I contributi delle interviste presenti all’interno dell’opera di Cristina Borsatti sono fondamentali per arrivare a delineare una Monica Vitti artista vista dagli occhi dei registi che hanno voluto fortemente lavorare con lei. Il ventaglio dei nomi si apre con l’intervista a Mario Monicelli, regista dell’indimenticabile La ragazza con la pistola (in cui Monica Vitti interpretava Assunta Patanè, sedotta e abbandonata, in cerca dell’uomo che l’ha fatta sprofondare nell’abisso), passando per le parole di Scola che la dipinge come una rivoluzionaria, l’unica che, tramite la sua bravura, ha dimostrato (o è stata in grado) di intervenire sui suoi personaggi, una donna per cui scrivere una sceneggiatura, fino a Dino Risi, che lodando le sue doti culinarie, la ricorda come piacevole, brillante, intelligente, dotata di uno spirito d’osservazione formidabile, molto attenta, molto curiosa.

Tramite le parole della Borsatti si può, inoltre, conoscere un essere umano singolare, prismatico e affascinante. Una Monica Vitti che proprio non ne vuole sapere di prendere un aereo, troppa paura! A Londra ci si va in treno! Una donna che – stando a ciò che lei stessa scrive – non pensa che raccontare la propria vita faccia bene, perché se è stata sofferente, riviverla può essere un dramma e che in caso contrario la malinconia potrebbe sopraggiungere. La difficoltà dell’operato dell’autrice è simile a quello di chi comincia un puzzle e si ritrova a realizzare il Murales di Andreina: la Borsatti effettua un’operazione di recupero di scritti, interviste, dati storici e li unisce restituendo l’immagine a 360° di Monica Vitti. E la cosa più piacevole è che la narrazione si interrompe laddove deve farlo, come se si volesse lasciare un po’ di intimità alla persona preso in analisi.


In casa mia c’era sempre molto da ricordare, come un pegno da pagare per continuare a vivere. Tratto da Sette sottane

C’è chi sostiene che, con la morte di Monica Vitti, si è chiuso un capitolo della cinematografia italiana del passato, fatta di artisti versatili, che sapevano spaziare dalla commedia alla tragedia, maestri fautori di indimenticabili macchiette. È un po’ triste pensarlo, ma forse è così. Forse è finita l’era di quei grandi che hanno lasciato impresso il proprio sguardo in ognuno di coloro che ha lo ha incontrato tramite lo schermo del cinema. D’altro canto, chi è riuscito a eliminare dalla memoria il volto di Giulietta Masina nella scena finale de Le Notti di Cabiria che, dopo che una giovane le rivolge un tenero Buonasera, muta la sua espressione dal pianto al sorriso e, guardando in camera, accenna a un leggero movimento del capo verso il basso?

Chi ha mai provato a dimenticare un solo sguardo della Magnani, o una sua risata fragorosa e dirompente? Domando: come si fa a dimenticare quel Maledetti. Maledetti di Aldo Fabrizi in Roma Città Aperta? Non è facile.

Ma ce ne sarebbero a bizzeffe di attori e attrici che hanno lasciato questo strano pianeta lasciando una grande orma.

Leggere Monica Vitti è, per gli amanti del cinema, un andare oltre la macchina da presa e il grande (o piccolo schermo), è rivedere la mossa della Ninì Tirabusciò e sorridere semplicemente leggendo La suonatrice di piatti, titolo di un surreale episodio di Noi donne siamo fatte così. Ma è anche ricordare, non dimenticare mai.

E forse aveva ragione lei ricordare diventa come un pegno da pagare per continuare a vivere.



Fonti che hanno supportato la scrittura dell’articolo


Vitti M., Sette sottane, Sperling& Kupfer, Milano 2003


Filmografia citata

Antonioni M., Zabriskie Point (1970).

Fellini F., Le Notti di Cabiria (1957)

Monicelli, M. La ragazza con la pistola (1698)

Risi D., Noi donne siamo fatte così (1971)

Rossellini R., Roma Città Aperta (1945)


Teatrologia

Niccodemi D., La Nemica