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  • Federico Favale

Mio Figlio, Sue Klebold

Nel bestseller acclamato dal New York Times, Sue Klebold fa i conti con il massacro della Columbine High School di cui suo figlio Dylan è artefice. Vengono esplorate le cause, le motivazioni che adducono a un atto di questa portata e naturalmente le sue devastanti conseguenze. Il punto di vista è quello di una madre che più che dare risposte ha dovuto porsi domande; tra tutte, la più difficile a cui rispondere è se l’amore per suo figlio potrà continuare a esistere.


Un evento di cronaca che ha fatto scuola


La considerazione più puntuale, la chiosa più esplicativa possibile di un fatto simile viene proprio da uno dei genitori di una giovane vittima della sparatoria: «La cosa più difficile da comprendere è vedere ragazzi che uccidono altri ragazzi». È da qui che occorre partire per comprendere al meglio il punto di vista di chi è stato investito da tutto ciò, ossia dai fatti.

Il 20 aprile del 1999 due liceali (prossimi al diploma) entrano nella loro scuola, la Columbine High School di Littleton (Colorado). Sono armati fino al collo e decidono di porre fine, indiscriminatamente, alle vite di alcuni dei loro compagni. Le vittime totali sono ben tredici (ai quali vanno aggiunte le vite degli assassini stessi, considerabili come tali da una certa branca di commentatori). I due, infatti, hanno posto fine alla loro stessa vita una volta compiuto il tutto e hanno lasciato dietro di loro una scia immensa di dubbi, domande e rabbia. L’evento ha raggiunto una portata mediatica e culturale tale da poter essere identificato come una sorta di 11 settembre scolastico che ha acceso coscienze e risvegliato paure. A partire da questa data, nelle scuole sono aumentate le misure di controllo, le forme di prevenzione psicologica e purtroppo anche i casi di emulazione. I due killer, Eric Harris e Dylan Klebold, si sono elevati (agli occhi di molti) come degli esempi da seguire. Quest’ultimo rivolgimento ha necessariamente comportato una seria messa in discussione delle dinamiche liceali (sia sociali che didattiche) e rappresenta uno dei tanti fattori che Sue Klebold in Mio Figlio (titolo originale A Mother’s Reckoning) deve fronteggiare.


L’entrata in scena di una madre come tante


Incredibilmente dettagliato Mio Figlio non può che partire dall’evento scatenante, fulcro di un processo di valutazione che impone una rilettura degli eventi passati e una preparazione mentale rivolta al futuro. Sin da subito Sue propone una sorta di telecronaca di eventi che si stagliano nel corso delle pagine; quel fatidico giorno è il primo a essere scandagliato. Un giorno come tanti, condito di sentimenti basilari comuni: un «Buongiorno tesoro» ripetuto almeno un centinaio di volte e un «Ciao» detto di sfuggita che qualunque figlio o figlia può propinare con noncuranza. Unico fattore che sorprende Sue è la fretta che aveva il suo Dylan di avviarsi verso scuola (un atteggiamento che un adolescente può benissimo mantenere, se coinvolto in una miriade di attività ricreative e non).

Contattata mentre si trova in ufficio, nota nella voce del marito un tono poco rassicurante; l’ansia crescente viene definitivamente confermata dalle immagini televisive che seguono già una mattanza in corso d’opera. L’unica certezza che ha è l’istinto di tornare a casa, seguire la vicenda più da vicino (e magari ottenere conferme che possano smentire le possibilità più oscure). L’arrivo della polizia a perquisire l’abitazione, l’assenza di telefonate in segreteria da parte di Dylan sono indizi che compongono una realizzazione ormai certa e che ancora non possono scongiurare il peggio. La presa d’atto passa poi per un ultimo lacerante pensiero se mai fosse mio figlio la causa di questo, allora prego perché possa morire. È un ufficiale di polizia, infine, a informarla sulla morte di Dylan e così anche la preghiera più dura che si possa fare trova compimento.

Inizia un vero e proprio calvario; Sue non si sente protagonista di un delitto così efferato ma ne viene a conoscenza quasi fosse un’estranea (e come tale dichiara di sentirsi). Dovendo letteralmente scappare di casa, assediata da giornalisti e vicini curiosi, la giornata più folle della sua vita termina in un letto (quello di una coppia di amici di famiglia) dove iniziano le prime riflessioni. Rabbia, sconforto e disperazione sono i compagni della mamma più chiacchierata d’America; già si fa riferimento a lei, già si cerca un capro espiatorio da incolpare per lo scempio messo in atto dai mostri della porta accanto (così i giornali informano anche lei di chi era suo figlio).


Le riflessioni sugli anni precedenti

Come detto, la quotidianità che Sue propone in ogni singola pagina è così imbevuta di continui esempi e vicende che è difficile individuare i fatti più indicativi. Di situazioni allarmanti ce ne sono state ma niente che non possa rientrare nel novero di avvisaglie di insicurezza adolescenziale.

Sono dunque soltanto due i fatti che possono assurgere a simbolo dell’inconsapevolezza benevola che può investire una madre. Un anno prima della sparatoria Dylan aveva espresso la volontà di ricevere come regalo di Natale una pistola; richiesta che in Italia verrebbe accolta con un certo stato d’inquietudine. Ebbene anche a questa richiesta c’è una spiegazione credibile: nello stato del Colorado (oltre a essere legale la detenzione di armi da fuoco) è prassi comune che i ragazzi ne chiedano una ai genitori (a onore di cronaca, Sue fa sapere che Dylan rimase uno dei pochi a non averla e che quindi la sua risposta fu fermamente «no»). Successivamente non si sono riproposte situazioni che potessero far presagire una certa venerazione da parte del figlio per le armi.

Il secondo dei fatti più delicati da trattare è l’arresto che il figlio ed Eric (l’altro fautore della strage) avevano sperimentato nei mesi precedenti: sorpresi a rubare delle componenti elettroniche per Pc da un furgone parcheggiato in zona, vennero incolpati e successivamente processati. Avevano quindi iniziato un percorso di recupero sociale (la fantomatica probation americana) che aveva dato i suoi frutti. Sue Klebold informa che il programma era stato portato a termine dal figlio e il reintegro nella vita di tutti i giorni era avvenuto sperimentando al contempo un netto miglioramento comportamentale. Non fu così per Eric, personaggio dai molteplici volti che una volta superata questa vicenda aveva invece manifestato atteggiamenti preoccupanti e indicativi di delirio misantropo. La sua figura può ricordarsi come un ragazzo educato, abile nel celare i lati più oscuri del suo carattere e, a posteriori, come un manipolatore seriale. Ripetutamente Sue ci assicura di aver sperato che Dylan non desse spago a quest’amicizia (nata per altro poco tempo prima) ma che le sue preoccupazioni non avevano modo di ingigantirsi dato che, a un certo punto, Dylan non dichiarava più di andare da Eric ma di uscire per tutt’altro tipo di attività. Quale madre ha il pieno controllo della vita del figlio, quale madre non reagisce a un passo falso dello stesso per poi lasciargli lo spazio sufficiente per tornare a camminare da solo?


La pesante eredità lasciata


Si arriva poi al processo più difficile da compiere; guardare avanti e rimodellare la propria vita sulla base di una tragedia simile. È stato anticipato l’intento di emulare i protagonisti di questo atto di follia che costituisce ancora una delle tematiche più delicate che l’avvenimento in sé ha causato. Emulazione è un termine inquietante ma allo stesso tempo merita un approfondimento sostanziale. Si tratta di ripercorrere le gesta di due ragazzi sofferenti (uno per depressione e l’altro per rabbia nei confronti della società) divenuti simboli di una certa propensione anti-sistemica. Il loro ruolo nella società studentesca sarebbe stato quello degli outcast, gli emarginati. Vittime di bullismo e della mancata comprensione altrui avrebbero anche commesso quest’immane assassinio per vendicarsi nei confronti della gerarchia scolastica (letale e senza pietà).

Sue fa i conti anche con questa sfida che le si propina davanti. La sua percezione è che una tale forma di bullismo non fosse nemmeno stata sofferta da Dylan e piuttosto invita i lettori a concentrarsi su un dettaglio non indifferente: suo figlio era mosso fondamentalmente da un intento suicida, divenuto omicidio solo come estrema conseguenza. Non era mosso da vendetta; il vero patema d’animo era legato a sé stesso non a qualche forma di rivalsa sociale. L’epilogo altrimenti sarebbe stato ben diverso.

Nel non augurarsi che nessun altro possa prendere Dylan come esempio (augurio che è stato smentito almeno in un altro paio d’occasioni) il suo impegno concreto è rivolto al sostegno nei confronti delle associazioni che si occupano di salute mentale, di sostegno all’adolescenza. Nell’ultima parte del libro ci sono parole che si ripetono con una frequenza snervante; lutto è la più frequente in assoluto.

C’è chi pensa che il suo non possa considerarsi lutto. Non c’è spazio per la sventura nella vita di chi ha dato alla luce un assassino. Eppure, il lutto (nel caso di Sue) è doppio; capire se l’amore verso un figlio può continuare a essere vissuto è un dubbio altamente dilaniante. La miglior risposta che sa dare a sé stessa è che Dylan non è stato solo un assassino. Senza sollevarlo delle colpe atroci di cui si è macchiato, asserisce che il tempo trascorso insieme non può essere cancellato, piuttosto occorre metabolizzarlo e scindere due momenti storici ben diversi: gli anni dove aveva sperimentato la dolcezza del suo bambino e il giorno della sua trasformazione in criminale. A ogni momento di nostalgia corrisponderà inevitabilmente un momento di dolore e rammarico.