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  • Mariana Palladino

Mille anni che sto qui, Mariolina Venezia

Aggiornamento: 5 mar


Mille anni che sto qui è un’opera di Mariolina Venezia del 2006 edito dalla casa editrice Einaudi. L’autrice con questo romanzo si è aggiudicata, nel 2007, il Premio Campiello e il Premio Nazionale di Narrativa Maria Teresa Di Lascia.


Come nasce un romanzo?


Probabilmente da un’idea, un’immagine ricorrente che tormenta lo scrittore, un nome evocativo, un’improvvisa voglia di mostrarsi. Ancora oggi, nel 2022, è difficile fornire una risposta immediata e sufficientemente completa a tale quesito. Nel caso di alcuni è proprio una domanda ciò che dà il via a tutto il processo creativo; una domanda impellente, sofferta, interiorizzata a cui si rende necessario dare una risposta. «Come puoi non amare ciò che ti ha fatto nascere?» ci e si chiede l’autrice, si tratta di una questione certamente complessa, a tratti provocatoria, che ha spinto la scrittrice lucana a narrare le vicende dei Falcone, una famiglia di Grottole (Matera) dall’Unità d’Italia fino alla caduta del Muro di Berlino.


Mariolina Venezia autrice di romanzi gialli


Facciamo un passo indietro. Mariolina Venezia, classe 1961, nasce a Matera e vive attualmente a Roma, dopo essere stata a lungo in Francia. Oltre a essere una scrittrice è anche una poetessa e sceneggiatrice. Nel 2009 si cimenta nel genere giallo e pubblica, sempre per Einaudi, Come piante fra i sassi. Dalle pagine di questo romanzo ambientato anch’esso in Basilicata, a Matera, nasce il noto personaggio di Imma Tataranni, da cui verrà tratta la serie televisiva italiana Imma Tataranni – Sostituto procuratore (2019 – in produzione) diretta da Francesco Amato. Di questa saga faranno parte: Maltempo (2013), Rione Serra Venerdì (2018), Via del Riscatto (2019), Ecchecavolo (2021).

Prima di Imma Tataranni e del suo successo televisivo, però, c’era Gioia di Mille anni che sto qui, protagonista di una saga familiare necessaria all’autrice quanto ai lettori. Cinque generazioni che si susseguono, storie di amicizia, amore, gelosia e morte che toccano da vicino e accarezzano con malinconia, specchio di società che cambiano e si intersecano, una sola vera domanda: sono ciò che è stato?


La tristezza di Gioia arrivava da lontano. La sorprendeva all’improvviso nel vagone di una metropolitana, alla fermata di un autobus, mentre attraversava la strada, fra la folla. M. Venezia, Mille anni che sto qui, Einaudi, Torino 2006, p. 7

È attraverso quest’immagine sbiadita, dai contorni opachi, che la scrittrice ci strattona dalla quotidianità frenetica per farci fare un tuffo nel passato, per raccontarci una condizione che probabilmente pensavamo essere solo nostra, di cui non conosciamo la genesi, ma solo che esiste e ci accompagna in maniera silenziosa e incessante da sempre. È grazie a una richiesta della nonna Candida, che non riesce a rammentare le sue origini, che Gioia ricostruisce la sua genealogia. Nel suo caso, quindi, risale a Don Francesco Falcone, quella tristezza, alle sue giare piene d’olio scoppiate e riversatesi lungo le strade di Grottole creando scompiglio e meraviglia tra gli abitanti. Era il 27 marzo 1861 e Concetta, la sua ex contadina e già madre di sei femmine, stava nuovamente partorendo, nella speranza di dare alla luce il tanto atteso maschio di Don Francesco. Fu così che dopo Costanza, Albina, Candida, Giustina, Chetanella e Giuseppina arrivò Oreste (a cui in seguito si aggiungerà anche Angelica). Una storia tormentata, quella di Don Francesco e Concetta, prima amanti e poi compagni di vita, tra dispiaceri, vergogne e rassegnazione. Riusciranno ad amarsi solo quando non ci saranno più interessi in ballo: da vecchi e liberi. Attraverso la loro storia, la prima di tante, la scrittrice vuole mostrarci come le costrizioni, gli interessi, i doveri limitino le nostre vite privandole del vero nettare: l’abbandono all’amore e la sensazione di libertà che ne può derivare.

È questo il modus operandi che caratterizzerà le 247 pagine ricche di tragedia, commedia, poesia e avventura che inevitabilmente finiranno per stregare il lettore fino a ricondurlo per mano a quella fermata dell’autobus.


Attraverso i vari personaggi e le rispettive personalità che, di volta in volta, di generazione in generazione, prenderanno il timone della storia verranno affrontate numerose tematiche decisamente attuali.


C’è chi cerca fortuna nelle Americhe credendo che altre terre possano concedere, in alcuni casi per davvero, ciò che quel profondo Sud non conosce. Altri preferiranno restare e abbracciare un’infelicità più stabile, più sicura e conti fatti più decorosa. Qualcuno scoprirà che la capacità di cambiare idea, invece, è ciò che permette di sopravvivere e magari generare nuove prospettive.


Il concetto dell’identità per Mariolina Venezia


Tutte queste storie, in realtà, convergono in unico grande concetto che è quello dell’identità, descritta da Mariolina Venezia sia come ciò che gli altri non sono, ma anche come un insieme di forme della medesima materia con differenze irrilevanti. La scrittrice sembra voler far conoscere Gioia al lettore per comparazione: è infatti attraverso la madre Alba, la nonna Candida, la bisnonna Albina e la trisnonna Concetta che l’ultima di questa discendenza riesce ad assimilare il pensiero che la vita è ciò che possiamo immaginare e non solo subire. Gioia rappresenta le deviazioni che finiscono per essere le uniche strade da percorrere per giungere a destinazione, qualsiasi essa sia.


Il ruolo delle donne nell’intreccio


Come è ben chiaro sono le donne a impadronirsi dell’intreccio e spadroneggiare in materia di estroversione. Si tratta di un’impronta tutt’altro che banale in una società come quella riportata, notevolmente maschilista e patriarcale. È soprattutto grazie all’astuzia e alla sovversione delle personalità femminili che il racconto assume toni e colori stimolanti.



Altri due aspetti fondamentali che rendono intrigante e coinvolgente la lettura sono il tempo e lo spazio e come questi si abbraccino e respingano allo stesso tempo.


Grottole, come molte altre realtà della Basilicata e del Sud Italia, sembra preservare una certa staticità tutto il tempo della narrazione. Nonostante altrove si assista a vere e proprie rivoluzioni sociali, politiche ed economiche qui il tempo sembra dilatarsi senza concedere grossi mutamenti. «Mi pare mille anni che sto qui, diceva la mattina, dopo aver preso il caffè. Mi è venuta la susta. E basta, sempre la stessa minestra!», afferma nonna Candida. È interessante che sia proprio lei il mittente di queste parole: colei che non ha mai visto davvero altro. Ironicamente si tratta della stessa sensazione di chi torna dopo aver assorbito altri luoghi e a cui pare di essere inghiottito da un buco nel tempo, qualcosa che finisce per far dubitare della propria realtà. Questo dualismo viene indagato abbondantemente, costringendo il lettore a pensare questa staticità sia come sinonimo di robustezza sia come assoluta fragilità.


Lo stile e la scrittura di Mille anni che sto qui


La scrittura, è doveroso sottolinearlo, è estremamente ricercata e intensa. Lo stile risulta descrittivo, arguto, pungente. Impossibile non fare riferimento, a questo proposito, a tutti i modi di dire che, di tanto in tanto, precedono i capitoli, frutto di una ricostruzione dettagliata delle tradizioni di Grottole e dintorni.

Mille anni che sto qui è senza dubbio un romanzo impegnativo, ma affascinante. Il miglior modo di affrontarlo è goderselo: lasciandosi trasportare dalle immagini, dalla voce narrante che arriva da lontano, come la tristezza, e dalle domande che provengono da ancora più lontano, come la felicità.