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  • Greta Pinzin

Mastro Geppetto, Fabio Stassi

Non so dire bene cosa mi colpiva da piccola della storia di Pinocchio. Forse la timidezza di quel bambino – io lo vedevo tale – che d’un colpo si trasformava in ribellione, slancio verso l’ignoto, forse anche in leggera arroganza. Di certo non mi spaventava l’idea che qualora avessi anche io mentito per coprire un capriccio, il naso mi sarebbe cresciuto a vista d’occhio sbugiardandomi in un istante. Se a Pinocchio infatti cresceva il naso, a me si apriva un sorriso sghembo, di quelli che non si trattengono e svelano imbarazzo. La bugia si rivelava da sola, nemmeno il tempo di uscire dalle labbra con parole centellinate di falsa spontaneità. Era un sorriso simile, ma di stupore, quello che mi si dipinse inconsciamente in volto quando trovai in libreria Mastro Geppetto. La sensazione, rigirandolo tra le mani, fu quella del calore delle cose di casa, sentivo che immergermi tra le pagine mi avrebbe riportato tra sentieri conosciuti. Quelli che invece percorsi, durante la lettura, erano tortuosi paesaggi persi tra montagne imprecisate, in un tempo lontano non ben definito, proprio come quello delle fiabe antiche, delle leggende che si tramandano di bocca in bocca negli anni. «È una storia da un soldo», la definisce il suo autore.


A me è parso invece sin da subito un racconto importante, di quelli che vuoi tenere nascosti, condividere con pochi e parlarne ancora meno. Di quelli che leggi e pensi, grazie. Di quelli che non finiscono mai, ma ritornano tra i pensieri nelle immagini e nei volti di chi incontri, che sembra essere mio nonno, mio padre, il mio vicino di casa quel vecchio falegname ucciso dalla solitudine e dall’indifferenza della gente attorno. E d’altronde è l’autore stesso in appendice al romanzo a rivelarci di aver sempre intravisto quella sagoma nel volto di un suo famigliare, e di aver voluto riscrivere la storia di Geppetto, non di Pinocchio, per riuscire a trovare un finale diverso. Che ci sia riuscito o meno, resta la potenza della parola scritta, la poesia che traspare dalla narrazione, la voglia di restituire dignità agli ultimi e ai dimenticati, di raccontare i sentimenti remoti che anche coloro che ci sembrano lontani da noi nascondono e nemmeno conoscono. Resta una narrazione che si fa grande letteratura, pur volendo essere solo sua erede e che ci fa guardare l’altro con consapevolezza, quando incrociamo l’arroganza e la presunzione per strada.


Quella di Fabio Stassi è una storia che prende vita nell’osteria di un piccolo paese di montagna, insieme alle risa della gente annebbiata dalla serata di vino. Tra gli scherni rivolti ai passanti, nasce l’idea di giocare uno scherzo a un anziano falegname che di nome fa Giuseppe, ma che tutti chiamano Geppetto. È un uomo solo e taciturno, buono o forse ingenuo. Da troppo tempo non ha nessuno accanto, lo sentono parlare con i grilli o con il buio intorno a lui. È un vecchio credulone, si dicono, così decidono di regalargli una socca di legno, a loro dire magica. Nelle sere d’inverno, se ci si avvicina l’orecchio, la si sentirà sussurrare: è viva lo convincono, facci quello che vuoi. E Geppetto, che ne resta incantato, ci ricava una marionetta, anzi un bambino. «È nato già grande» dirà all’ufficio anagrafe quando, spinto dal gruppo, andrà a registrare la nascita di Pinocchio. Così lo presenterà anche al bidello delle scuole i giorni successivi, poiché un bambino si sa, deve imparare a leggere e a scrivere. E per quel figlio venuto dal cielo rinuncerà a tutto, ai suoi vestiti consumati, gli unici rimasti, per l’acquisto di un abbecedario, e al cibo quando scoprirà che il ragazzo ha fame, ma ha paura di chiederglielo e mordicchia di notte, mentre lui dorme, quei pochi viveri che ha nella credenza di casa. Non può sapere, Geppetto, che sono invece i compaesani a intrufolarsi, protetti dal buio, dalla porta della sua casa, a mangiare le sue mele e a spostare la marionetta tra le stanze per simularne i movimenti. Non potrà sapere nemmeno che saranno loro a nasconderla nell’armadio di una delle aule il primo giorno di scuola e che è un’ennesima bugia quella del bidello che gli dirà che no, il suo ragazzo non è uscito insieme agli altri bambini al termine delle lezioni ma è scappato inseguendo un carro di burattini. Da qui si apre il martirio disperato di un padre alla ricerca di un figlio. Di Pinocchio, vero o finto che sia stato, nemmeno all’osteria sapranno più che fine ha fatto, spostato di mano in mano per dar credito a uno scherzo troppo lungo e crudele. Di Geppetto, perso tra le montagne e i boschi desolati, rimane imprigionato tra le pagine l’amore e la cura paterna.


Tutto della vecchia storia di Collodi ritorna in queste pagine, dai luoghi ai ruoli: da un vecchio cieco e uno zoppo furbi e ingannatori come il gatto e la volpe, a una donna vestita d’azzurro che passeggia leggiadra, alla pancia del Pescecane che non è altro che un nomignolo dialettale per indicare un centro di salute mentale dal quale nessuno esce più. E cosa rimane allora di un racconto quando è così vero da farci male? I veri matti in questa storia siamo forse noi lettori che cerchiamo una redenzione anche quando non c’è spiraglio che la mostri. E osserviamo attoniti dalla serratura quel che accade attorno. Ci rendiamo conto che ne abbiamo conosciuti di Geppetto e che a nostra volta siamo stati fermi a guardare un gioco che non ci riguardava o vi abbiamo partecipato perché andava bene così e perché, d’altronde, non si aveva altra scelta. Ma ogni uomo è nel suo piccolo solo un uomo, che abbia accanto boccali di vino e risate goliardiche o pezzi di legno e grilli parlanti.


Rimane una domanda nel fondo del bicchiere vuoto, se saremo stati capaci di fermare il gioco e carezzare quel legno vecchio prima di lanciarlo nel fuoco. Così, alla fine dei libri che ci fanno più male ci ritroviamo tutti sorrisi sghembi sulle labbra che, per quanto ci sforziamo, non riusciamo a levare.


Fonti che hanno supportato la stesura dell’articolo


Fabio Stassi presenta il suo ultimo libro

Fabio Stassi, Mastro Geppetto, Sellerio Editore, 2021