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  • Mariana Palladino

Le stanze buie, Francesca Diotallevi

Un carillon. Dei guanti da maggiordomo. Un orologio a cipolla nel taschino. Una chiave.

Sono questi alcuni degli oggetti-simbolo necessari a scardinare le porte de Le stanze buie, romanzo d’esordio di Francesca Diotallevi. Delle stanze inaugurate già nel 2013 da Mursia Editore che, però, oggi tornano a bisbigliare, intrigare e raccontare grazie ad una versione profondamente rivista da Neri Pozza Editore.


La ripubblicazione di questo romanzo permette a Francesca Diotallevi di riaffermare la propria solidità letteraria, in seguito alla pubblicazione di Amedeo, je t'aime (Mondadori Electa, 2015), Dentro soffia il vento (Neri Pozza, 2016), vincitore della seconda edizione del Premio Neri Pozza sezione giovani e Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza, 2018), candidato al Premio Strega e vincitore del Premio Comisso sezione giovani, del Premio Manzoni e del Premio Mastronardi.


Partiamo proprio dal carillon: uno splendido oggetto in acero laccato avorio che, nel suo scomparto interno in velluto, racchiude molti segreti.


Quegli stessi segreti che, una mattina di marzo 1904, a Torino, hanno attirato una folla di curiosi all’asta del mobilio «della casa stregata». Nel brusio generale, chi ci presta i propri occhi e pensieri è Vittorio Fubini, protagonista di questo romanzo che si rifà alla letteratura storica, gotica e romantica senza banalizzarle mai. In questa prima stanza appesantita da tendaggi, spirali di fumo dei sigari e pettegolezzi, Vittorio si presenta.

Sono solo un uomo che sta cercando di rimettere insieme i frammenti di un passato che, come sassi nelle tasche di un suicida, pesano da troppi anni sulla sua coscienza. Diotallevi F., Le stanze buie, Neri Pozza Editore, Milano-Vicenza 2021

Non nelle tasche ma tra le mani Vittorio stringe e porta via con sé il carillon appena acquistato, o meglio dire, recuperato.


Un oggetto che, sul palco, tra le mani del banditore pareva insignificante, immobile, senza nulla d’importante da dire, ma che, in realtà, strilla e strepita: la ballerina di porcellana al suo interno è stanca di ballare, ora ha smania di cantare la sua verità.


È, quindi, il momento di indossare i guanti da maggiordomo e rispolverare una storia che ha inizio quarant’anni prima. Ci ritroviamo, così, catapultati nel 1864, circondati dal paesaggio vitivinicolo delle Langhe, nella provincia di Cuneo, a Neive. È qui che, con il cuore pesante, il trentanovenne Fubini si trasferisce, in seguito alla morte di uno zio che non ha mai conosciuto, tale Alfredo Musso. Uno zio a cui, suo malgrado, deve molto: per tutta la vita ha contribuito al suo mantenimento e gli ha garantito gli studi da maggiordomo. Per questo motivo, seppur riluttante, il protagonista assume in eredità il ruolo di primo maggiordomo di Villa Flores, una modesta tenuta in campagna circondata da vigne.


Vittorio si dimostra da subito scontroso e altezzoso, costretto com’è ad abbandonare quel qualcosa di più grande della Torino in fermento, che definisce la mente e il cuore di questa nuova Italia. La sua personalità si abbina perfettamente al suo aspetto: un uomo alto, dotato di lineamenti spigolosi e folti capelli castano chiaro, ordinati da una perfetta scriminatura laterale. Certamente antipatico, si mostra subito severo con tutto il personale della villa che è esiguo e oltraggiosamente poco avvezzo alle buone maniere.

In più, viene presto deluso anche dal signore della tenuta, il conte Amedeo Flores, le cui sembianze non esprimono nulla di nobile, ma trasandatezza nel corpo e, come avremo modo di scoprire poi, anche nell’anima. Il conte Flores è, infatti, proprio come la sua villa: abbandonata, oscura, umida, in malora, con stanze buie da evitare e tenere ben chiuse.


L’unica luce della tenuta è la contessa come dimostra il nome stesso: Lucilla Flores.


Lucilla è una giovane donna con un difficile passato alle spalle che, però, riesce a condurre una vita diversa e, perciò, considerata sconveniente per una nobildonna di quel tempo. È, infatti, appassionata di profumeria ed in grado di distinguere ogni singolo aroma di un bouquet: un dono e una condanna che avevano convinto Amedeo Flores, la cui fortuna proveniva proprio dal vino, a prenderla in moglie. Se da questo punto di vista sembra, quindi, godere di una sorprendente libertà vive, in realtà, oppressa e soffocata dalla possessività del conte, a cui riesce difficilmente a tenere a bada.

Sempre al suo fianco la figlia Eleonora, detta Nora. Una bambina vispa e intelligente a cui sembra sia necessario prestare delle cure mediche. Insieme, madre e figlia, rappresentano il colore e il profumo di questo romanzo sprigionando dolcezza, gentilezza e bellezza.


Badate bene: non si parla solo di bellezza in senso lato. Francesca Diotallevi è magistralmente attenta e intenta a soffermarsi sulla bellezza delle parole, dei gesti, dei profumi, del sapere e della condivisione.


Tutto quello che Vittorio non conosce è il sentimento; tutto ciò che Lucilla non comprende è il rigore. Inevitabilmente i due opposti si scontrano per poi, inesorabilmente, incontrarsi con delicatezza perché quel che Vittorio non sa di desiderare è il desiderio stesso.

Con l’orologio a cipolla sempre con sé, regalo del defunto zio, il sempre meno inflessibile maggiordomo si muove in un quadro in cui è sorprendentemente semplice addentrarsi: le ambientazioni sono, infatti, costruite alla perfezione. Le descrizioni sono così accurate che sembra di avvertire anche tutti i rumori della villa: i passi dapprima sicuri e poi incerti del nostro protagonista; il tintinnio delle posate e delle porcellane; lo schioccare del fuoco; il vocio delle cameriere, ma anche il pianto di Nora nella notte e lo sbattere improvviso delle porte.

La villa, infatti, nasconde inimmaginabili segreti sui quali Vittorio sarà costretto ad indagare e quello che scoprirà lascerà di stucco anche i lettori più avvezzi ai gialli. Spiritismo e superstizione annodano la sua cravatta costringendolo a fare i conti con ben più di un’eredità scomoda. Si ritroverà tremante dinanzi alle porte sigillate della villa, ma ancora di più alle stanze vuote del suo cuore. Fortunatamente, per tutto c’è una chiave.

Vostro zio diceva che questa casa vi aspettava, aveva detto la signora Flores. Fu allora che tutto assunse un senso. Diotallevi F., Le stanze buie, Neri Pozza Editore, Milano-Vicenza 2021

Uno dei punti di forza del romanzo di Francesca Diotallevi è proprio l’intreccio costruito ad arte. La scrittrice non lascia nulla al caso, riuscendo a far emergere anche tutte le differenti e squisite personalità dei personaggi secondari. Questi assumono man mano un ruolo ben preciso all’interno della storia, galvanizzando le dinamiche della narrazione. Il risultato è una vicenda piacevolmente scorrevole e un ritmo irresistibilmente incalzante.


Le stanze buie gode di una scrittura arguta e affascinante che pone l’accento su alcune tematiche ancora tristemente attuali. Per esempio la possessività che sfocia nella violenza, ma anche la repressione delle proprie emozioni.


La narrazione, inoltre, affronta in maniera sagace i luoghi comuni del passato, quegli abiti intessuti di catene che Lucilla Flores cerca di strapparsi via di dosso, per evidenziarne l’inconsistenza. Una lettura appassionante che non delude il lettore, ma che anzi riecheggia nel profondo delle proprie stanze piene di segreti.