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  • Lidia Zitara

Le radici storiche dei racconti di fate, Vladimir J. Propp

Aggiornamento: 5 mar


Vladimir Propp è il nome più invocato quando si parla di storytelling e invenzione narrativa del fantastico. Le sue celebri funzioni sono state d'ispirazione a libri e film che hanno formato l'idea contemporanea del fantasy, della fantascienza, del meraviglioso. Oggi lo schema di Propp ce lo troviamo nelle infografiche su Trono di Spade e Il Signore degli Anelli, in mazzi da gioco da tavolo e cartoncini per scrivere il romanzo fantasy dell'anno.


Nella sua vita Propp si vide passare sotto gli occhi una rivoluzione, la caduta di un impero, la nascita di un altro e l'inizio del suo declino.


La ferrea analisi sulle fiabe, basata sul formalismo russo, di stampo chiaramente marxista e socialista, gli valse un gran numero di critiche, ma a distanza di cinquant'anni risulta aver superato brillantemente la prova del tempo, attraverso lo psicologismo e il surrealismo, fino alle potenti bordate del postmodernismo, che anzi, ne sottolinea la validità.

È certamente vero che lo strutturalismo ha dato tantissimo allo studio di alcune discipline sfuggenti, come l'Estetica e la Sociologia, la Semiotica.


Oggi si può dire che rivela non tanto imperfezioni di impostazione, ma di analisi. Se in Todorov possiamo trovare ampie falle, Propp è terribilmente difficile da smontare, e comunque non è ignorabile.


Propp fa parte di un gruppo non certo piccolo ma piuttosto dimenticato di pensatori e studiosi, poco o nulla tradotti in Italia, come Zelenin – di cui non si trova neanche una traduzione in lingua inglese – Franz Boas, immensamente noto in patria ma sconosciuto in Italia, Alfred Kroeber, padre di Ursula K. Le Guin, Antti Arne, Leo Frobenius, il già citato Zvetan Todorov e molti altri. Di questo gruppo di padri della cultura moderna, sembrano essere rimasti nella memoria del pubblico solo Gérard Genette, James Frazer e ovviamente Claude Lévi-Strauss.


Diverse geografie e diverse culture hanno assorbito in tempi e modi totalmente propri ognuno di questi studiosi.


Più noti sono invece gli autori derivati, che hanno teorizzato la struttura del racconto di magia in modo poco scientifico ma decisamente più palatabile al pubblico non specialista. Tra tutti spicca come il citatissimo Colin Campbell con il suo L'eroe dai mille volti, che ispirò a Lucas l'idea di Guerre Stellari.



Propp è tanto celebrato quanto poco letto.


Basti dire che uno dei testi più importanti della sua produzione, La fiaba russa, è stato ripubblicato solo nel 2020 da Mimesis Edizioni, ben trentasei anni dopo l'edizione Einaudi del 1984.

Per non sconfessare la confusione e la caoticità delle edizioni italiane, Le radici storiche dei racconti di fate viene scritto nel 1946 e pubblicato in Italia nel 1949. Morfologia della fiaba è del 1928, ma pubblicato solo dopo lo scalpore suscitato negli Stati Uniti dall'accoglienza entusiasta di Claude Lévi Strauss. Morfologia arriva in Italia tardivamente, nel 1966.

In Italia abbiamo invertito i volumi proppiani anche per ragioni politiche: la destra religiosa rifiutava totalmente opere che minassero la sua stabilità, e Le radici storiche, con il suo dichiarato marxismo, fu letteralmente aggredito da intellettuali come Croce, che accusavano l'opera di analizzare la fiaba su un territorio fuori dall'Estetica.

L'analisi della fiaba non come fatto estetico, novellistico o narrativo, era proprio l'intento di Propp.


Le radici storiche dei racconti di fate dà un ordine, una solida struttura, alle numerose ricerche e materiali del primo e del secondo libro, è il lavoro che dimostra una maturità e una padronanza totale dell'argomento, di fronte alla quale si può solo rimanere ammirati.


Se in Morfologia il fuoco centrale dell'indagine era la natura del racconto di fate o di magia, e le diverse forme in cui si manifesta, Le radici storiche indaga sugli istituti sociali da cui i racconti originano, e alla loro evoluzione nel corso delle epoche storiche e in diverse geografie.

Lo stesso rito si praticava in modi e in tempi differenti in varie parti del mondo, e Propp esamina in modo molto circostanziato analogie e differenze in racconti di popoli diversi. Ne emerge una uniformità di riti derivanti dall'ampia diffusione della religione totemica in tutto il mondo.

Propp quindi spoglia l'analisi della fiaba di ogni contenuto artistico, portandola sul vetrino del microscopio per analizzarla antropologicamente. L'esame strettamente scientifico è disarmante e illuminante allo stesso tempo.


Lo scopo abbastanza evidente dello studio proppiano è quello di portare a suo vantaggio una quantità di esempi e materiali tali da dimostrare cosa si possa realmente intendere con i termini fiaba, favola di magia e racconto di fate.


Non si tratta di contenuti strettamente connessi con le fate propriamente dette, né con i cosiddetti tipi, elencati da Antti Arne (oggi l'indice si chiama Arne-Thompson e a volte Arne-Thompson-Uther), con cui Propp era in aperto contrasto. Il racconto di fate non viene individuato da un soggetto, ma da una relazione di funzioni, di azioni e situazioni, a volte impercettibili, che si dipanano con un certo ordine all'interno della narrazione e che hanno un preciso significato: la fiaba come reliquato di racconti orali sull'iniziazione e l'ordinamento sociale in caste.

Il nodo centrale è l'idea che chi veniva iniziato dovesse essere convinto di essere morto e rinato durante un rito celebrato da esponenti superiori all'interno della casta sociale. Di avere quindi visitato, da morto, l'altro regno, e di essere ritornato cambiato, con poteri di dominio e comando sugli elementi e gli animali.


Propp si dice fortunato di avere potuto contare su materiale grezzo come quello russo (la raccolta di Afanas'ev è la più tardiva d'Europa) poiché meno contaminato.


I materiali egizi sono troppo antichi, si coglie l'elemento mitico ma non c'è traccia della fiaba, mentre l'antichità classica è caotica e mutevole: per quanto entusiasmante e appassionata è un continuo sovrapporsi di mito, fiaba e rito. Più interessanti sono i materiali di zone meno culturalizzate, come il Nord America, l'Oceania, l'Africa. Anche qui, Propp lamenta una grande lacuna nel reperimento dei materiali e nei metodi di raccolta: a volte le narrazioni sono tradotte dall'inglese e non dalla lingua originaria.

L'interesse per quest'opera non è solo per ciò che dice, ma anche per il metodo usato da Propp nello studio di un soggetto così evanescente, eppure di grande interesse culturale, specie oggi con la rinnovata moda del fantasy, declinato in ogni variante, e del cinema dei supereroi. Propp analizza il soggetto prima da un punto di vista della morfologia, cioè di come si presenta, poi passa alla genesi e da ultimo ne ricapitola le origini nella storia. Lineare ed efficiente: distillato di formalismo russo.

Naturalmente anche Propp si è tolto i suoi sassolini dalle scarpe, e se in Morfologia apre un dibattito con Lévi-Strauss, in Le radici storiche, non si fa intimidire dall'autorevolezza di James Frazer, definendo ingenua la sua confusione tra il colore giallo del ramo di vischio e il colore giallo assegnato all'altro regno.


Il discorso di Propp parte dalla descrizione della foresta come territorio di caccia e quindi elemento fondante della sopravvivenza, e della sua funzione nelle fiabe.


Successivamente si passa ai riti delle caste dei cacciatori, alla simulazione della morte, alla descrizione del mondo oltretombano e al ritorno in questo mondo. Ognuno di questi passaggi è variato nel tempo e nello spazio a causa del progredire delle conoscenze tecniche e dei mutamenti sociali.

Infine un atto di grande serietà e onestà intellettuale che lo caratterizza: nello studio del serpente apre il discorso dicendo chiaramente che qualsiasi tentativo di capire cosa rappresenti il motivo del serpente, data la sua antichità, è destinato al fallimento. Propp ci dice soltanto che è un tratto esclusivo delle società divise in caste e che conoscono non solo l'urbanistica, ma anche l'urbanistica fortificata.

Non manca, nell'analisi riguardante le nozze rituali, una breve e neutrale, ma non per questo meno agghiacciante, descrizione delle motivazioni della violenza a cui erano sottoposte le giovani donne. Un elemento che è maggiormente indagato da antropologhe contemporanee come Silvia Federici, anche lei di stampo marxista.

La fiaba, quindi, va letta non già come un singolo racconto, dovuto alla fantasia e alla creatività del singolo, ma come un corpo unico, che abbraccia l'intero globo, pena la mancata comprensione della sua essenza.