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  • Erika Gori

La ragazza di Kabul, Homeira Qaderi

La ragazza di Kabul è una storia vera che racconta con sincerità e sofferenza la dura realtà che hanno vissuto e continuano a vivere ancor oggi le donne in Afghanistan. Racconti come questi aiutano a comprendere ciò cui sono costrette bambine, ragazze, madri, come molte di noi, che hanno solo avuto la sfortuna di nascere in paese che non garantisce eguali diritti a tutti e a tutte. Ogni cosa che ci sembra scontata, perché ovvia, per una civiltà nata milioni di anni fa e che si è evoluta nel corso del tempo fino a giungere a uno stato democratico fondato su una Costituzione, deve farci riflette sul fatto che purtroppo non è ovunque così, perché esiste ancora un luogo, nel mondo, non così distante, dove le donne hanno un solo destino. Homeira, la protagonista del romanzo, si è opposta a questo destino per tutta la vita, pagando prezzi altissimi per quella cosa chiamata libertà.


Il racconto è autobiografico, quindi narrato in prima persona da Homeira stessa, una giovane donna che ha deciso di portare alla luce la sua storia, per far conoscere al mondo ciò cui sono state costrette le donne afghane e allo stesso tempo, per infondere coraggio e speranza a coloro che non hanno ancora trovato la forza di ribellarsi a una mentalità maschilista, a uno stato fondato su precetti religiosi che relegano il sesso femminile a uno stato di completa subalternità.


La narrazione parte dall’infanzia vissuta a Herat, sotto l’occupazione russa. A giocare per le strade distrutte, fra le macerie delle case, con i carri armati russi che di tanto in tanto facevano fare un giro ai bambini e i soldati che regalavano un pezzo di cioccolata. Una nonna particolarmente tradizionalista che da sempre le ripeteva quale era il suo destino e quali doveri una donna islamica dovesse rispettare per non finire all’inferno. Un fratello più piccolo a cui tutto era concesso per il solo fatto di essere l’unico figlio maschio, ma anche un padre dalla mente aperta, amante dei libri e della letteratura.

Dopo la liberazione dai russi ci furono dei giorni felici che Homeira ricorda con spensieratezza, che furono però macchiati dalle violenze e dagli abusi di uomini vili e riprovevoli. Fatti che segneranno indelebilmente Homeira, che però riesce a trovare il coraggio di parlare e far valere la sua verità con una forza inaspettata e stravolgente per una donna del suo paese.

Poi la guerra civile, l’arrivo dei talebani e il buio.


In quei giorni mi sentivo come un uccello in gabbia che sbatteva le ali contro le sbarre, cercando ancora di scappare.

Le scuole femminili furono chiuse, lo studio era proibito alle donne così come passeggiare per strada, entrare nei negozi o fare qualsiasi altra attività fuori dalle mura di casa. Ed è qui che Homeira continua a mostrare il suo coraggio scegliendo di iniziare a tenere dei corsi di scrittura di nascosto e insegnare ai bambini a leggere e scrivere sotto copertura. Insegna alle bambine del quartiere a leggere e scrivere per evitare che restino analfabete, perché crede fermamente che l’istruzione sia la via per l’emancipazione femminile. Un diritto che pretende per sé stessa e per le altre ragazze afghane, tanto da andarselo a prendere disobbedendo alle temibili autorità dei talebani.


Tra le tante restrizioni imposte dai talebani, quella che più turbò la mia famiglia fu il divieto di leggere

Homeira riesce a trovare una via di fuga grazie ai libri che aveva in casa e che ha da sempre amato leggere; la lettura e la scrittura erano le uniche cose che la rendevano libera e felice, che le permettevano di evadere dalla realtà e vivere in mondi diversi, lontani e felici. L’amore per la scrittura e la lettura l’hanno da sempre accompagnata come fedeli spalle su cui poggiarsi nei momenti bui tanto che oggi è riuscita a coronare uno dei suoi sogni. Quello di scrivere un pubblicare un libro, che ciascuno di noi ha ora la possibilità di leggere.

La svolta significativa avviene quando costretta a un matrimonio forzato con un uomo sconosciuto. Matrimonio che però si rivelerà in parte liberatore, perché grazie alla famiglia dello sposo, si trasferiranno in Iran, precisamente a Teheran. E l’Iran non è come l’Afghanistan. In Iran le donne vivevano una vita completamente diversa: si erano conquistate la propria indipendenza, vivevano emancipate e godevano di tante possibilità, come studiare, frequentare corsi, fare sport e passeggiare libere per le strade a qualsiasi ora. Teheran era il mondo dei sogni per una donna che proveniva da Herat. Qui Homeira riesce a vivere parte della vita che aveva sempre sognato, studiando all’università, laureandosi e vivendo un matrimonio quasi felice. Quasi perché la sua battaglia per la libertà non è ancora finita, ma raggiunge il culmine proprio nella lotta per suo figlio, nella lotta di una madre che è disposta a tutto pur di esercitare questo diritto sacrosanto, quello di essere madre, dal momento in cui si dà alla luce una piccola creatura.


Insomma, Homeira, da ragazzina ribelle a donna indipendente, da sposa costretta a madre per scelta, da donna musulmana violata nei diritti e nell’animo a donna musulmana libera, è un esempio di coraggio, di speranza, di amore per sé stessi e per l’intero genere femminile, che può, anzi deve farci riflettere su quanto sia necessario ogni giorno lottare per cambiare le cose, per cambiare quello che non riteniamo giusto, equo, e per far valere invece quello in cui crediamo. Anche se fossimo rimasti gli unici sulla terra a lottare per qualcosa. Perché senza lotta e senza qualcuno che creda fermamente in quella lotta, i cambiamenti non avverranno mai. E senza cambiamenti il mondo non può andare evolvendosi, regredendo ogni giorno nella sua staticità.

Homeira e la sua storia ci regalano speranza e positività per un cambiamento che è ancora possibile.


Una lettura tutta d’un fiato che fa riflettere sul senso più profondo dell’essere donna e ancora di più dell’essere donne libere.