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  • Paola Chiesa

La quinta generazione, Dante Arfelli

La guerra non dà scampo. Questo sembra ricordarci Dante Arfelli con ogni pagina della Quinta generazione.


Nel suo secondo romanzo, ambientato tra gli anni '30 e il primissimo dopoguerra, il disincanto dell'autore sta per trasformarsi in silenzio e, purtroppo, in un oblio che avvolgerà l'opera di Arfelli per troppi anni, che lo escluderà dagli elenchi dei grandi scrittori italiani del '900, ma che grazie anche al lavoro di readerforblind sembra finalmente destinato a spezzarsi.


Il nome di Dante Arfelli, classe 1921, è ancora poco noto oggi, ma è stato estremamente celebre a livello internazionale tra la fine degli anni '40 e l'inizio dei '50.

A soli 28 anni, infatti, pubblica per Rizzoli I superflui che diventa non solo il manifesto di un'epoca ma pure un vero e proprio caso letterario.

In Italia a quest'opera «amara, cruda, aspra, anche disperata, se dal fondo della sua chiusa tristezza non si levasse una trepida luce di umana simpatia» viene assegnato il Premio Venezia, precursore del Campiello.

Negli Stati Uniti, con il titolo The Unwanted, esce per Scribner nel 1951, ne scrive Anthony West sul New Yorker e anche il successo di pubblico è strepitoso con più di 800.000 copie vendute.

Dal 1952, però, Arfelli si fa da parte. Sfiduciato e scoraggiato si sente tagliato fuori da un ambiente letterario a cui sente di non appartenere: «Facevo fatica, io non sono uno scrittore di mestiere, di quelli che si mettono al tavolo e… fanno. Io scrivevo solo quando veniva l'ispirazione».

Quest'assenza dura più di vent'anni e viene interrotta solo da Quando c'era la pineta, un'antologia di racconti pubblicata nel 1975, e Ahimè, povero me, una specie di diario edito nel 1993.


La quinta generazione è, dunque, il romanzo a cui Arfelli consegna una sorta di parola ultima, perlomeno per molto tempo. Una storia corale che dichiara la propria natura fin dal titolo, ispirato al passaggio della Teogonia di Esiodo in cui viene illustrato il Mito delle Cinque Stirpi e che viene riportato anche in esergo al libro.

Secondo il poeta greco, con la quinta generazione si apre l'età del ferro che si distacca nettamente dall'epoca che la precede, quella degli Eroi, e spalanca agli uomini le porte di un mondo in cui essi «non avranno tregua dalle fatiche e dal dolore».

«Ai superflui bisogna voler bene», e superflui sono lo stesso Arfelli, Claudio, Berto e gli altri personaggi che appartengono a questa progenie di esseri umani le cui forze vitali sono fatalmente naufragate nelle tempeste della Storia.


È l'alba del fascismo, Claudio e Berto sono due bambini e vivono in un borgo di pescatori nel quale, in fondo, non ci si sceglie. Semplicemente, ci si conosce da sempre.

Questo luogo senza nome, per La quinta generazione costituisce un topos esistenziale che la caratterizzerà fino alla fine. Uomini e donne senza meriti né colpe come barche in preda ai venti: immobili nella bonaccia, alla deriva nella burrasca.

Nel romanzo di Arfelli, però, ci sono anche gli eroi: Marta, la madre di Claudio, che firma cambiali in segreto per permettere al figlio di proseguire gli studi, i padri pescatori dei due protagonisti che pagheranno con la vita la scelta di schierarsi contro il regime fascista.

Personaggi che appartengono a un altro tempo e il cui reagire al fato non esaurisce il proprio significato nella riuscita o meno delle imprese che intraprendono.

Anche Claudio e Berto finiranno al confino, si salveranno, ma saranno costretti a cercare un riscatto agli occhi del partito arruolandosi come volontari.

Fuggiranno, attenderanno il passaggio del fronte, cercheranno di guadagnarsi da vivere nell'Italia del dopoguerra, chi al paese chi in città, ma senza che queste peregrinazioni riescano a esprimere altro se non una serie di casualità e due vite in balia degli eventi storici e politici.

Gli amori, gli incontri e le relazioni non hanno sorte diversa, tutto vive di una sostanza volatile, inutile: «Ecco un altro che per alcuni giorni ha tenuto in mano il mio destino […] e che adesso non conta più niente».


Tutto si scioglie, nulla resta, persino ciò che poteva sembrare per sempre: «Quante cose necessarie erano scomparse e la gente si era abituata, cose che erano credute importantissime e si scopriva che se ne poteva fare a meno».

Quello che caratterizza La quinta generazione, quindi, non è solo una lotta di tutti contro tutti in cui ogni voce è disperata e piena di odio, ma soprattutto un profondo e fatale smarrimento del senso.

Anche in questo, così come nel suo stile asciutto e lineare, Dante Arfelli è estremamente contemporaneo:


Che cosa è che interessa veramente? Io non lo so. Mi pare che qualche cosa ci debba essere, ne ho come il sospetto, il dubbio, ma non so che cosa sia. Io mi ricordo quando da ragazzina mi sembrava che dentro di me, in fondo, ci fosse una voce e mi sforzavo di afferrarla, ma non ci riuscivo. Poi cominciai a non ascoltarla più e adesso non riuscirei più a sentirla.

Non c'è redenzione, nessuna possibilità di salvezza… o forse no. Forse persino nel buio de La quinta generazione, in quel grumo che mescola Bene e Male fino a renderli quasi indistinguibili, si accende una «timida luce».


Dopotutto, anche il silenzio di Arfelli, nonostante il sopraggiungere della malattia, non è durato per sempre.

Infatti, almeno due rappresentanti della stirpe ferrea sembrano tentare un'estrema resistenza al destino.

Il primo è il mutino che si ribella a un potere che, tra mille atrocità immani ne compie una in più, forse minima ma intollerabile. Il suo gesto di dignità è probabilmente incosciente, sicuramente incauto, ma proprio per questo lascia un segno indelebile nel lettore.

E poi c'è Sergio, nome di battaglia Atos, che dalla resistenza approda al sindacato e che, nelle pagine conclusive del libero, cerca di scuotere Claudio dalla sua rassegnazione.

I tentativi avranno successo? Saranno il romanzo e la Storia a dircelo.

Ma una sconfitta basterebbe davvero a considerare questi sforzi insensati? È sufficiente sapere di essere donne e uomini mortali, con una natura e un potere limitati, per arrendersi?

Il nichilismo è un Giano bifronte, per la quinta generazione e per noi tutti.

È la possibilità di una paralisi irreparabile, certo, ma ha in sé anche un'anima coraggiosa che, davanti alla comprensione dell'assenza di senso e alle tragedie del mondo, si esprime con le parole di Sergio: «Sarà molto difficile, però voglio tentare».




Fonti che hanno supportato la stesura dell'articolo

D. Cavini, Io, un superfluo, danielacavini.eu, 16 febbraio 1992

Fermi tutti, c'è un problema di nome Dante Arfelli, Pangea.news, 2 giugno 2018

Cavezzali M., Dante Arfelli, dal successo mondiale de "I superflui" di settant'anni fa all'oblio, ravennaedintorni.it, 7 ottobre 2019

A. Tamburini, I superflui di ieri e quelli di oggi: rileggere Arfelli, avvenire.it, 4 marzo 2021