Cerca
  • Danila Franzin

La metamorfosi, Franz Kafka

Aggiornamento: 5 mar

La metamorfosi di Franz Kafka è un racconto pubblicato per la prima volta nel 1915 a Lipsia dall’editore Kurt Wolff.


Gregor Samsa si sveglia ogni mattina alle quattro per andare a lavorare come commesso viaggiatore. La sua famiglia, composta da madre, padre e sorella, tutti disoccupati, è completamente dipendente dall’impiego di Gregor, ed egli mai si concede un giorno di pausa dai suoi doveri, con l’automatismo rigido e alienato di chi non può più permettersi di conservare caratteristiche tutte umane come la fragilità e la malattia.


Nessun colpo di testa poté dunque arrestare questa sua routine quanto uno spiacevole e ingiustificato evento verificatosi al suo risveglio in una mattina qualunque: Gregor Samsa si è trasformato in un enorme scarafaggio dalle numerose e agitate zampette e dal corpo che a malapena riesce a muoversi. Egli posa la sua schiena dura come una corazza sul letto e gli occhi a osservare il terribile spettacolo ma, circostanza ancor più terribile sembra essere per lui quella del ritardo a lavoro, vicenda inammissibile al sol pensiero, che lo esorta ad affrettarsi nello scendere dal letto per iniziare a vestirsi e a incamminarsi verso la stazione come se nulla fosse, senza risultato alcuno.


Così si apre il più noto racconto dello scrittore boemo concepito a seguito di una riflessione nata durante la corrispondenza epistolare che egli aveva con Felice Bauer.


Dalle lettere veniamo a conoscenza di un angoscioso sogno che lo aveva tormentato la notte del 17 novembre 1912, e che lo aveva lasciato con un grattacapo fisso da voler risolvere: «Che sensazione si proverebbe a risvegliarsi trasformati in un insetto?». La soluzione arriva con l’ispirazione letteraria, ma il racconto, inequivocabilmente allegorico, non ha alcuna intenzione di spiegare il perché di questa metamorfosi, s’interroga invece, inizialmente, su questioni molto più pratiche come il riuscire a non perdere il lavoro, sul come capitombolare giù dal letto senza rompersi la testa, sul come aprire la porta ai suoi cari preoccupati dalla sua improvvisa assenza, sulla sua mancata capacità di esprimersi con la voce, sul come coordinare i suoi lenti e goffi movimenti per la retromarcia, sul suo improvviso cambio di gusti in fatto di cibo.


Se ci lasciamo intimidire dal senso letterale del testo, avremo l’impressione di aver appreso tutte le difficoltà e i vantaggi di essere uno scarafaggio, e potremo non farcene un granché se non per liberarci da un simile incubo.


Ma, come già accennato, il testo vuole ovviamente offrire una riflessione diversa, orientata su un piano allegorico volutamente ermetico e molto incline a un’interpretazione individualistica. Fatta eccezione per alcune tematiche più o meno riconoscibili che muovono tutta la storia: la metamorfosi di tutta la famiglia Samsa, l’alienazione tipica dell’uomo inserito in una società industriale e capitalista, l’accettazione passiva della propria condizione di fronte all’ineluttabilità del destino, l’egoismo e la cattiveria insita nell’uomo soprattutto di fronte alla condizione dei più deboli, la paura del diverso, la totale incapacità di instaurare un rapporto umano nei momenti di difficoltà, la perdita di diritti e doveri da parte del diverso, dello straniero o del malato (che si ritrova costretto ad una vita da invertebrato senza una benché minima spiegazione logica di questa sua condizione di essere altro rispetto alla normalità), la vergogna per la propria non produttività, il cambiamento degli equilibri di potere all’interno del contesto familiare, la perdita d’identità.


La metamorfosi di Gregor è una metamorfosi fisica, e non mentale; non sono mutati i suoi bisogni affettivi ed emotivi, ma solo quelli pratici.


Nella prima sezione del testo, egli cerca disperatamente di comunicare a voce la sua condizione e la sua preoccupazione di esser visto in quello stato, non per vergogna, ma per paura della mancata approvazione da parte della famiglia del suo voler continuare a vivere come se niente fosse. Egli spera che i suoi cari lo lascino andare a lavoro indisturbato (qualora non avessero trovato strano il fatto che si fosse trasformato in un insetto…); il giudizio finale spetta dunque a loro: se questi credono che io possa farcela, allora posso farcela!


Se si spaventavano, lui non aveva più responsabilità e poteva star tranquillo; se invece lo prendevano come uno spettacolo normalissimo, neanche per lui c'era motivo di agitarsi, e affrettandosi un po' avrebbe senz'altro potuto essere per le otto alla stazione.

Il consenso della famiglia è per lui ancor più importante della sua stessa esistenza, come lo è il consenso della società: lo si evince quando il procuratore si reca a casa Samsa preoccupato per non aver trovato Gregor alle cinque alla stazione. Le scuse di Gregor, espresse in versi incomprensibili, non riflettono un pensiero preoccupato per se stesso, ma solo per le aspettative altrui, del lavoro, del suo capo, del procuratore, del padre.


Il padre di Kafka, il padre di Gregor


Sappiamo bene che il rapporto di Kafka con suo padre non era per nulla idilliaco: il genitore non amava affatto le velleità artistiche del figlio, ma si preoccupava piuttosto delle sue performance lavorative all’interno dell’azienda di famiglia.

Il padre, nel racconto, è descritto come un essere grassoccio e inutile fino alla trasformazione del figlio, la quale riesce a convertirlo in una figura di padre-padrone che si aspetta che ogni suo divieto sia rispettato, come quello, per esempio, di far rimanere Gregor chiuso nella sua stanza a vita, pena la violenza sullo stesso insetto. Tale violenza si estrinseca nel momento in cui il padre inizia a lanciare delle mele contro di lui, che si è rifugiato in cucina dopo che la madre è svenuta per averlo visto.


L’intenzione di Gregor era quella di aiutare la madre dopo che questa, insieme alla sorella, stava svuotando la sua stanza da tutti i mobili per rendergli i movimenti più efficaci. Nulla di più sbagliato per il protagonista, che cerca di salvare dalla sparizione almeno un quadretto, posandocisi sopra. Gregor, visto dalla madre, infrange poi il divieto, recandosi in cucina per cercare qualche intruglio utile allo svenimento della madre. Ebbene, il padre, adirato da questa fuga, gli scaglia contro una mela bella grossa, che rimane conficcata nel suo fianco provocandogli una cicatrice indelebile e un peso in più da sopportare.


Le due figure femminili: la madre e la sorella


Le due donne sono ben diverse tra loro: la madre non presenta caratteristiche psicologiche di rilievo se non quella della paura; ella sviene ogni volta che il suo sguardo si posa sullo scarafaggio. La sorella invece, è artefice principale del mutamento degli assetti di tutta la famiglia. Se dal principio era sempre stata considerata da tutti un personaggio assai disutile, con la trasformazione di Gregor diventa una sorta di nuovo capofamiglia, colei che si preoccupa di far mangiare Gregor, che prende decisioni sull’insetto e sulla casa (come quella di liberare la stanza da tutti i mobili), e che si trova un primo impiego per sostenere le spese. Il rapporto tra Gregor e Grete è inizialmente affettuoso, la sorella si premura di tutti i suoi bisogni, e lui, le restituisce il favore nascondendosi sotto il divano ogni qualvolta lei entra in camera, per scongiurare ogni possibile disgustoso contatto tra i due.

Ma ben presto le cose sono destinate a cambiare

Nella seconda sezione del racconto, infatti, complici alcuni lampanti fraintendimenti tra l’insetto e la famiglia, il protagonista viene lasciato a se stesso, nell’incuranza totale. La sua condizione inizia a essere percepita, da tutti, come un ingombrante problema di cui vergognarsi e disgustarsi e nessuno riserva più a Gregor alcuna visita.


La perdita d’identità, che passa anche attraverso lo svuotamento della stanza, è anche simboleggiata dall’abbandono totale del protagonista al suo destino.


Perso il lavoro, la famiglia, il contatto con la società, Gregor si ritrova a sperimentare il suo essere un invertebrato totalmente inutile e degno solo di morire: «Della necessità della propria scomparsa era convinto, se possibile, ancor più fermamente della sorella». Rimane solo il disgusto, avvertibile anche dal lettore durante la descrizione di Kafka dei movimenti goffi dello scarafaggio e delle scie di muco lasciate sporche su tutte le pareti e il soffitto della stanza. Ora non c’è più nulla cui aggrapparsi, Gregor deve morire. L’ardua sentenza, espressa da tutti i componenti, si estrinseca nell’uccisione dell’insetto da parte della serva, subito dopo licenziata a causa della smoderata fierezza che riservava a quell’atroce gesto o, semplicemente, licenziata per non lasciar alcuna traccia in casa di quella brutta storia da dimenticare.


Il finale tratteggia un nuovo stato quiete della famiglia


La sorella diventa indice di una nuova generazione lavoratrice che porterà benessere, o quanto meno assicurerà la sopravvivenza della casa. Di Gregor, ormai dimenticato, umiliato, schiacciato, non rimarrà che il ricordo di un essere inefficiente e scomodo, e nessuno gli riconoscerà tutto ciò che aveva rappresentato per la famiglia Samsa prima della trasformazione; solo un brivido di repulsione percorrerà la schiena di tutti quando emergerà l’incubo della sua metamorfosi.


Ma una riflessione finale rimugina nella mia mente quando ricordo questo passo: «Dunque, era proprio una bestia, se la musica a tal punto lo affascinava?».


Mi chiedo, non è forse il diverso, il malato, l’invalido, lo straniero, capace di godere della musica, delle emozioni umane più profonde più di quanto lo sia un normale individuo alienato, distaccato dai suoi desideri più profondi come la pace interiore, un pizzico d’infantilità nel vivere quotidiano, la ricerca di un’arte che lo sublimi dai piaceri terreni e inconsistenti della nostra società materialistica? In questo passo forse Kafka avrà voluto sublimare la sua stessa arte. Lo avrà fatto per rivincita nei confronti del padre, della società, o per se stesso, ma soprattutto possiamo dire che tale passo è stato scritto per innalzare l’opera a un livello superiore, per non incastrarla in un modello di letteratura solo allegorica e incomprensibile. Dopotutto, non dovrà trattarsi proprio di una bestia agli occhi di suo padre e del lettore se lo scrittore è riuscito a elaborare tali riflessioni partendo da uno scarafaggio.