Cerca
  • Cinzia Balzarini

La bottega dei giocattoli, Angela Carter

Per i sognatori alla costante ricerca di finestre sull’infinito, entrare in libreria è come varcare la soglia di uno storico negozio di giocattoli, dove mirabili invenzioni e nostalgici emblemi del passato convivono in una prossimità quasi surreale. Passeggiando tra gli scaffali ricolmi di mondi che aspettano solo di essere esplorati, ci si accorge quanto la fortuna di ogni singolo libro sia spesso frutto di curiose circostanze. Incontriamo romanzi che sono diventati vistosi casi letterari ancora freschi di stampa, altri che, al contrario, hanno atteso il loro momento di gloria celati nell’oscurità di un deposito immaginario, finché un incantesimo inaspettato non ha ridato loro la voce. Pare non esserci nulla di più prezioso, per un avido lettore, che stringere tra le mani un simile prodigio rimasto inalterato nel tempo: partecipi di un segreto celato agli occhi dei più, vaghiamo indisturbati tra i tesori di una camera delle meraviglie che gli autori del passato sembrano aver riservato a noi soltanto.


La bottega dei giocattoli di Angela Carter è senza dubbio una lettura che lascia il segno, nonché un viaggio oltre i pilastri dell’identità monolitica, per i lettori che hanno avuto la fortuna di trarne una copia dalla biblioteca dei romanzi dimenticati. Complesso e per molti versi eclettico, questo libro trascende la promessa di offrire al suo pubblico una collezione di memorie fanciullesche, tingendosi sovente di mistificazione. La sua ostinata ambivalenza si riflette nel posto d’onore che per quasi cinquant’anni ha occupato nel catalogo dei libri perduti: in Italia, infatti, è stato pubblicato solo nel 2002, grazie alla brillante intuizione di Fanucci Editore, che ne ha riconosciuto la sublime quanto controversa potenza narrativa.


Il romanzo si apre con l’euforica scoperta identitaria che fiorisce nel corso dell’adolescenza. Siamo guidati attraverso le vertiginose ambizioni di una gioventù ancora tutta da scoprire dalla giovane Melanie, una ragazzina che passa intere giornate a posare davanti allo specchio drappeggiata di tessuti preziosi e gioielli rubati alla madre, immaginandosi prima ninfa e poi avventuriera. Sola ma felice in un mondo delle favole a sua immagine e somiglianza, Melanie sogna a occhi aperti le gioie di un roseo futuro all’insegna del romanticismo, inconsapevole della tragedia che ben presto la strapperà dal tepore dell’innocenza. Quando i genitori giramondo periscono in un incidente aereo, infatti, la quindicenne viene affidata alle cure dello zio giocattolaio di Londra, un estraneo che fino a quel momento è stato solamente un’ombra vaga sui bordi di una scolorita fotografia di altri tempi.

Nulla avrebbe potuto preparare la fanciulla all’atmosfera di soffocante austerità che l’attende nella sua nuova dimora. Zio Philip è un uomo imponente e minaccioso che nutre verso i suoi burattini un amore morboso e destabilizzante; zia Margaret, la giovane moglie venuta dall’Irlanda, è una pietosa visione che con il tempo Melanie imparerà ad amare con sincera compassione. Vestita di cenci e ossuta come un uccellino, la donna è muta dal giorno del matrimonio, costretta a indossare un alto collare ingioiellato che le toglie il fiato ogni qual volta va in scena un raccapricciante spettacolo teatrale nel retro bottega.

La tensione che si respira nel sudicio appartamento al piano superiore è spezzata solo dalle sporadiche assenze dello zio burattinaio. È in quei momenti sospesi nel tempo che nell’animo inquieto di Melanie matura un attaccamento sempre più familiare nei confronti della zia e dei suoi due fratelli, il violinista Francie e il pittore Finn, giovani maltrattati dal destino, ma ancora capaci di danzare. Attraverso l’esperienza della condivisione nella povertà, la giovane sognatrice comprende di non poter più restare impigliata nella cieca speranza che ha sempre allietato i suoi giorni. Non arriverà nessun principe azzurro a salvarla, né avrà più modo di crogiolarsi nelle sue irrealistiche ambizioni; dovrà necessariamente rimboccarsi le maniche e fare i conti con la triste realtà.

Agli occhi di zio Philip, Melanie è poco più che un oggetto da ricollocare, un’esigua forza lavoro di cui può servirsi finché la giovane non troverà marito e toglierà il disturbo. Eppure, grazie all’inaspettata amicizia con Finn, suo mentore e guida attraverso il microcosmo costellato di incubi che è la bottega dei giocattoli, Melanie intuisce l’esistenza di una via di fuga da quel destino che non le appartiene: l’astuzia, in questo senso, sta nel rifiuto categorico delle regole di un gioco all’interno del quale le donne della famiglia non hanno mai avuto voce.


Carter declina i luoghi comuni del romanzo familiare vittoriano in un’opera surrealista e sfuggente. Le dimensioni del divertimento e dell’ingenua fantasticheria infantile, nel piccolo mondo di Melanie, sono irrimediabilmente macchiate dall’avvento di una risignificazione forzata della realtà. Tutti gli oggetti e gli ambienti legati all’infanzia vengono di volta in volta riletti in chiave macabra e allucinata dalla giovane protagonista, poiché la promessa di un paese dei balocchi si rivela essere ben presto uno strumento di controllo patriarcale. Per il temibile giocattolaio, in verità, sono i silenti angeli del focolare le bambole intrappolate nella sua bottega degli orrori, un luogo denso di allusioni e archetipi mitologici, mentre le sue invenzioni hanno vita propria.


È lecito, in virtù della sua lunga permanenza nella polverosa soffitta del Novecento, chiedersi se questo romanzo conteso tra immagini oniriche e fantasie alla deriva abbia qualcosa da offrire al lettore contemporaneo. Il rischio che la sua vitalità critica e talvolta polemica sia stata depotenziata dalla sua immeritata reclusione, in fondo, è reale. Era il lontano 1967, quando una quasi sconosciuta Angela Carter rispondeva con disincanto all’ottimismo della sua generazione, immaginando le disavventure di un’adolescente intrappolata in una Londra di chiara memoria dickensiana. Eppure, chi teme di imbattersi in una storia fin troppo nota può facilmente ricredersi già dai primi capoversi, poiché la ricchezza figurativa di questo romanzo offre al lettore di oggi una lente deformante per reinterpretare un momento storico di grande fermento sociale che verrà poi ricordato come la Summer of Love. La scrittrice pare infatti essere dell’idea che lontano dai cuori pulsanti della rivoluzione, persino un anno glorioso come 1967 si sia consumato nel grigiore delle consuetudini. I personaggi che abitano il demi-monde della Carter sono prigionieri di un improbabile 1867 tradito solo dagli infrequenti cenni a invenzioni del secolo breve, come Disneyland e Nescafé.


La bottega dei giocattoli è una creatura cupa e stravagante, una sala degli specchi in un mondo capovolto. Tra le sue pagine si annidano fantasie e incubi ricamati ad arte da una protagonista del realismo magico che in Italia sembra godere tutt’ora di una fama troppo modesta, se si riflette sulla risonanza culturale della sua produzione di matrice femminista in Inghilterra e nel mondo. In un susseguirsi di sventure e sogni infranti, i giovanissimi che si muovono disorientati attraverso il romanzo sono chiamati a districarsi dalle norme sociali che impongono a ciascuno un ruolo prestabilito nel grande ballo in maschera che è la vita. Per la scrittrice, la chiave di volta per sfuggire all’oppressione di genere è prendere coscienza dell’artificialità di ogni struttura che si è sempre creduta inviolabile, a costo di dover immaginare un nuovo mondo privo di simboli e punti cardinali.


Angela Carter è un’acuta osservatrice dei suoi tempi, una maestra indiscussa del trompe l’œil. Svincolandosi dalla credenza nella magia e dal tropo dell’incontro con il soprannaturale tanto caro a molti romanzi di formazione, l’autrice visualizza la liberazione identitaria anzitutto grazie ad attimi di serendipità che avvicinano i suoi personaggi al vissuto dei giovani lettori. In quest’ottica, La bottega dei giocattoli si appropria degli archetipi della fiaba al solo fine di minare le fondamenta delle norme sociali: sono gli adulti a muoversi in un paradossale quanto patetico teatro di burattini, dove ogni personaggio risulta grottesco e irredento. È invece nella collisione tra l’ingenuità creativa della prima adolescenza e la necessità di un nuovo linguaggio per decodificare la fitta trama di rimandi simbolici disseminati attraverso il mondo, che gli eroi di questo libro trovano la propria voce.


L’epilogo del romanzo, per molti versi orrifico e destabilizzante quanto le vicende surreali che lo rendono inevitabile, implora di essere interpretato come un meritato riscatto per Melanie e Finn, due cuori selvaggi ancora alla ricerca di un posto nel mondo. È proprio nelle note dolceamare che chiudono l’opera, infatti, che emerge in tutto il suo fragore il messaggio di Angela Carter per i posteri: la vera libertà non può prescindere dal coraggio di fuggire, anche quando non si ha alcun posto in cui andare. Scoprirsi adulti, dopotutto, somiglia allo sgomento che si prova quando del nostro universo non ci resta che un giardino miracolosamente scampato a un incendio.


Fonti che hanno supportato la stesura dell'articolo


Annemarie Kunz, Women in the 1960s: Angela Carter’s The Magic Toyshop, Amburgo: Anchor Academic Publishing, 2015.

Donna Mitchell, Leda or Living Doll? Women as Dolls in Angela Carter’s The Magic Toyshop, Studies in Gothic Fiction, 5:2, 2016, pp. 4-12.

Maricel Oró-Piqueras, Núria Mina-Riera, Rewriting Leda and the Swan: An Ecofeminist Analysis of Angela Carter’s The Magic Toyshop (1967), and Lorna Crozier’s Forms of Innocence (1985) and The SwanGirl (1995), Ecozon@, 9:2, 2018, pp. 106-121.