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  • Mariangela Lavaia

L’arte di collezionare mosche e Perché ci ostiniamo, Fredrik Sjöberg

Leggere Sjöberg è scoprire di essere irrimediabilmente bottonologi.

Il termine è stato coniato da August Strindberg in L’isola dei beati: con accezione negativa, a indicare tutte le persone che collezionano qualcosa, dei tipi più svariati e di diverse grandezze.

«Bottonologia si chiama, la scienza del futile». Tutte e tutti ne siamo affetti. Certo, ci diamo le più giuste spiegazioni del perché facciamo qualcosa, ragioni utili, necessarie; ipocritamente non partiamo mai dal puro piacere, il proprio piacere e nient’altro.


Ma chi ci ha inculcato il principio dell’utilità? Da dove arriva lo scopo, alto? L’attivismo? È così grave essere inutili, improduttivi, languire nel piacere e stare? «come un animale o come un albero della foresta, non addomesticati, inutili, nel senso che non si curano di avere uno scopo, sono in vita e gli basta. Il disordine è questo essere così come si è […] un invito alla sovversione», scrive Livia Chandra Candiani in Questo immenso non sapere. E parla di meraviglia come di buona pratica preliminare, e mi viene in mente la curiosità come la più pura forma d’insubordinazione di cui invece parla Nabokov. Ché la curiosità, quella voglia di sapere e cercare e capire, bambina, che ci pone inermi dinanzi al mondo, permette di meravigliarsi. «È questo che capita quando si viaggia per avere qualcosa da raccontare. Si perde la capacità di vedere».


Già la Bibbia ne ha in sé le tracce, poi il rinsaldo dell’Illuminismo e il marxismo e il capitalismo.


Abbiamo negativizzato e abbassato un concetto prezioso del nostro essere pensanti, quello dell’otium latino (consiglio La passione ribelle di Paola Mastrocola), volgendolo in peccato – accidia -, stigmatizzandolo per allontanarlo dalle nostre vite veloci e utili, produttive, ricacciando ai margini, lontano dalla vista del decoro pubblico, coloro che vivono diversamente (per scelta o meno) – su tutti, i senzatetto. L’Ottocento ha avuto il flâneur e Oblomov e Bartleby, il Novecento vede Roland Barthes chiedersi se «esista davvero il non far niente». E oggi le statistiche parlano di Neet, né né, coloro che né studiano né lavorano. Non servono, in pratica.


Ed ecco che un entomologo come Sjöberg, specializzato nello studio dei sirfidi (specie di mosche che mettono in atto il mimentismo batesiano per proteggersi, somigliando ad api), ha da giustificare i suoi studi, a volte, con il progredire del sapere scientifico, per il bene della ricerca, altre, con la salvaguardia dell’ambiente, o, ancora, «bastava tirare fuori la lentezza ed era come se tutti quanti al mondo fossero nel loro intimo collezionisti di mosche, anche se prima non se ne erano accorti».

Eppure possiamo esercitare la nostra volontà, scegliere di scendere dalla velocità e fermarci. E concentrarci. Ascoltare e prenderci tempo. Comprendere dandoci dei limiti. «Un affinamento dello sguardo tale da dimenticare me stesso. […] È solo un punto di partenza, o un punto fermo, ma comunque un punto. Nient’altro.»


Niente favorisce la concentrazione come la consapevolezza di una limitazione del tempo, e a volte anche dello spazio. Se non si sa qual è il limite, tutto resta normale. Come la vita. Vaga e languente. […] “Quando vai via?” Era sempre la prima domanda che i bambini facevano a chi veniva a trovarci. Solo dopo erano pronti a fare conoscenza.

«un modo per non impazzire di sovrabbondanza». Parola che ha caratterizzato il secondo Novecento e che ora, finalmente, sembra iniziare a essere fuorimoda. Una sovrabbondanza discriminante che ha danneggiato senza discriminazione.

«i limiti mi mettono di buonumore» dichiara l’entomologo e, anche per questo, ha scelto di vivere su Runmarö, un’isola dell’arcipelago di Stoccolma, spesso, solo nel suo giardino, a volte immobile, per attendere e osservare qualche specie rara.


Si può andare a trovare un piccolissimo pezzo di prato, un pizzico di prato c’è sempre, anche in città. E guardare. A lungo. Si apre un universo minimo. Infinite vicende, mutamenti, arrivi, partenze, forme sempre più piccole man mano che lo sguardo si limita a vedere, scrive Candiani.

«La televisione ci ha insegnato a vedere la natura come se fosse un film, come qualcosa di immediatamente comprensibile e accessibile, ma è soltanto un’illusione.»

La leggibilità del paesaggio è una questione di conoscenze linguistiche, come per l’arte e la musica, e tanto più lessico si conosce, tanto più ricca diventa l’esperienza e, per Sjöberg, le mosche sono piccoli vocaboli in grado di narrare storia attraverso le leggi grammaticali dell’evoluzione e dell’ecologia (e Chandra scrive di una grammatica più semplice, più chiara). Tuttavia lamenta che bisogna deviare per l’utile per poter arrivare al bello, eppure «È solo la lettura l’importante», il piacere, difficile da spiegare, del sapere, del riconoscere e del fatto che la lettura può andare sempre avanti, aggiungendo significati e sottotesti e appendici e note a piè di pagina.


«Il collezionismo non è un inizio di follia» – anche se si è tentati di pensare questo a proposito di ossessioni. È esattamente il contrario. Un modo per evitarla. La catalogazione, il cercare di mettere ordine nel caos a cui andiamo incontro vivendo, è un bisogno atavico e culturale. La borsa. «È stata la borsa a renderci umani.» riporta lo scrittore da Alba su Kalahari, di Lasse Berg, che ne parla come una tra le invenzioni più rivoluzionarie. Ursula K. Le Guin, come la migliore. Ci permette, tutt’oggi, di raccogliere per poi mostrare ciò che si è trovato. Come le primitive raccoglitrici e i primitivi cacciatori: comportamenti rimasti inalterati.


E lo scienziato non colleziona solo mosche, ma soprattutto storie, piccole storie, ricche di particolari, permettendo di non perdere la singolarità di ogni vita, la sua unicità. In un neodarwinismo che, nella specie, è attento al comportamento di ogni creatura, eliminando ogni tipo di omologazione. Inserendo figure nella Storia. Congiunture fatte di passioni, follie, spinte ardue e quotidiano, illimitato ma col bisogno di limiti per la concentrazione e la comprensione.


Ci racconta, tra gli altri, di Anna Lindhagen, attivista primonovecentesca di una politica ambientale in cui l’importanza dell’estetica era la forza motrice nella protezione della natura, dunque un desiderio di bellezza che oggi raramente diciamo senza tanti giri di parole. E che, probabilmente, suggerì a Lenin che di un pezzetto di terra e di una vanga avevano bisogno i proletari.


E di Richard Deakin e della sua isola artificiale «nell’Arcipelago della Bottonologia» a metà Ottocento. Trasferì, dalle isole britanniche a Roma, il suo studio medico e si dedicò alla catalogazione della flora urbana in una rovina: il Colosseo.


E dell’avventuriero imprevedibile e non ingabbiabile René Malaise, entomologo esperto di tentredinidi che ebbe grossa fama e inventò la cosiddetta trappola Malaise, nonché appassionato d’arte, che poi spostò le sue attenzioni sull’esistenza di Atlantide, attraverso lo studio della teoria della contrazione dei continenti. E ciò decretò il suo declino. Aveva osato immaginare in grande.


Senza energia dell’errore non si procede […] Partire soli, andare errando, scoprire nuove energie grazie all’errore. […] per qualsiasi percorso senza orme da ricalcare […] Una via che si disfa mentre la si percorre per lasciare a ognuno la libertà e il rischio di fare di sé una strada. (Livia Chandra Candiani)

«[…] tutti quanti sentiamo il bisogno, di tanto in tanto, di lanciarci alla cieca in qualcosa per evitare di diventare una copia conforme alle aspettative del nostro ambiente, forse anche per trovare il coraggio di trovare qualcuno di quei grandi pensieri arditi che spingono un bambino ad alzarsi in piena notte a scrivere con il batticuore una promessa segreta che riguarda la propria vita.»

E, ancora, Ester Blenda Nordström, da tutti amata, verosimilmente anche da Malaise col quale si sposò e dal quale divorziò. Affermata giornalista con diversi pseudonimi, viaggiatrice instancabile e solitaria – attraversò gli Stati Uniti in autostop –, scrisse libri-reportage di successo tratti dalle sue esperienze: gli anni in Kamčatka ne Il villaggio all’ombra del vulcano, in Lapponia dove insegnò tra i nomadi, Serva tra le serve in cui svelò un mondo d’ingiustizie.


Vite che sembrano una risposta a Vladimir Nabokov che, sulla New York Times Book Review, domandò: «Non esiste un crinale dove il versante del sapere scientifico si congiunge al fianco opposto dell’immaginazione artistica?»


Infine, un ultimo ingrediente, «quella solitudine da cui si fa ritorno stando meglio di prima. – libri che, dopo, ma soprattutto durante, fanno stare bene - Un passo di lato, nella nostra epoca concitata. Una pausa per riprendere fiato. Sì, la bellezza.»


Fonti che hanno supportato la stesura dell'articolo


Candiani C., Questo immenso non sapere, Einaudi, Torino 2021

Le Guin U.K., The Carrier Bag Theory of Fiction, Ignota Books, Londra 2019

Mastrocola P., La passione ribelle, Laterza, Bari 2019

Nafisi A., Leggere Lolita a Teheran, Adelphi, Milano 2018

Sallusti G., Siamo pigri, per questo siamo salvi, Altri Animali, 9 marzo 2020 https://www.altrianimali.it/2020/03/09/pigrizia-letteratura/

Sjöberg F., L'arte di collezionare mosche, Iperborea, Milano 2018

Perché ci ostiniamo, Iperborea, Milano 2018