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  • Claudia Manildo

L’Arte della gioia nella vita di Goliarda Sapienza

Goliarda Sapienza nasce il 10 maggio 1924 a Catania, nella rovente Sicilia. Riconosciuta come scrittrice a livelli internazionali e come simbolo di autodeterminazione femminile solo post-mortem perché la sua era una letteratura scomoda e vera, troppo scomoda per sradicare il perbenismo italiano. Con la pubblicazione de L’arte della gioia, il romanzo a cui dedicò gran parte della sua vita, Goliarda adesso è un caposaldo della letteratura italiana del '900, ma quando la fama arrivò, il suo cuore aveva già smesso di battere da tempo.


Gli anni più fiorenti per la sua carriera da scrittrice li ha vissuti a Gaeta, una piccola cittadina sul mare a metà strada tra Napoli e Roma. Lontana dai circoli culturali romani e dall’alienante caos cittadino, Goliarda ritrovò la sua dimensione ideale. Il mio intento era quello di conoscere e far conoscere ai lettori la Goliarda più vera, quella che non è stata raccontata nei suoi libri postumi, nei documentari in tv, nelle varie interviste, insomma, quella che neanche lei aveva mai reso pubblica. Che cosa amava? Cosa turbava il suo animo? Qual è la vita che ha vissuto? Così ho riferito a Ruggero Di Lollo, pittore, scultore e intimo amico di Goliarda dagli anni ’70 in poi, che mi ha ospitato a casa sua per raccontarmi di più di questa figura descritta da tutti ma conosciuta da pochi.

Ruggiero è presente in diversi scritti di Goliarda perché è stato una presenza costante nella vita di lei, quando sono entrata a casa sua è stato da subito chiaro il perché. C’erano tele e colori sparsi ovunque; libri, leggii e ogni stanza raccontava la storia di un periodo della sua vita: dai colori bruni della natura, fino alla pittura materica, per poi passare a pennellate azzurre che riprendevano le sfumature delle giornate passate al mare.


Goliarda Sapienza amava tre cose, il racconto dell’artista Ruggiero Di Lollo


«Goliarda amava tre cose. Il mare, il cinema e il bar» così ha iniziato a raccontare Ruggiero ancor prima che gli facessi domande. Ma cosa si nasconde dietro il dolore di Modesta? E perché quest’arte della gioia? Dove l’aveva imparata?

«Goliarda nasce dalla lotta, dal dolore. La sua vita è stata una vita di dolore ma gli unici a saperlo siamo io e Angelo», mi spiega Ruggiero. «I genitori, due reazionari con un’esistenza per niente facile, si sono incontrati a Catania quando le loro vite erano già complete, entrambi avevano figli, ma da quest’amore folle è nata Goliarda».

Il lutto del nome: Goliardo, il fratello morto affogato


Uno dei figli di Beppe Sapienza (il padre della scrittrice) si chiamava Goliardo, morto prima dell’arrivo di Goliarda perché i fascisti lo affogarono a mare. La scrittrice è nata già con in seno una perdita. Chiamata con lo stesso nome del fratello deceduto, nasce infatti con addosso il peso della morte, come successe anche a Van Gogh. Lo psicoterapeuta Massimo Recalcati in un suo scritto, Melanconia e creazione in Vincent Van Gogh, ha analizzato il trauma privato dell’artista, descrivendolo come una sostituzione di vita, un nome che porta il dovere di colmare un’assenza, così era per Goliarda: portare con sé nella sua carne e nel suo nome il peso della morte di chi prima di lei.

Un inizio di vita che avrebbe preannunciato una scia di sofferenza legata all’idea di dover vivere come una sostituzione, di quell’anima mancata, che lei avrebbe dovuto far vivere come una reincarnazione.


Goliarda Sapienza e la vita reazionaria: entra nella Resistenza

«Entrò nella Resistenza per volere del padre, a soli 17 anni Goliarda fu costretta ad ammazzare un tedesco che aveva bussato al suo portone. Rivelazione di cui lei non ha mai parlato ma che ho saputo da Angelo» mi continua a raccontare Ruggiero. «Andò così in psicanalisi e finì sotto ben 25 elettroshock per rimuovere il peso di quest’altro trauma che si aggiungeva alla sua vita già caotica e troppo sofferente per un’adolescente».

La sensibilità e la profonda capacità di analisi, di riflessione, portava Goliarda ad assorbire il dolore e a farlo scivolare dentro di lei come se fosse un ospite che sì, diventava rumoroso in alcuni momenti del quotidiano, ma non interferiva mai con la sua vita fatta di mare, poesia e compagnia: sapeva farsi amare da tutti.


Il padre attivista, durante gli anni di guerra, volle salvare una famiglia di ebrei aiutandola a scappare dai tedeschi. «Senti» − le disse − «questa famiglia deve oltrepassare il ponte, cerca di convincere questi soldati, se loro vogliono scopare, fallo, non ti preoccupare che la verginità è tutta una burla».

Così, Goliarda, come Oriana Fallaci, si prese in braccio la responsabilità di questo amore, «Cos’è l’amore se non questa borsa dove nascondo per te il tritolo?» si legge in Un uomo, una delle pubblicazioni della giornalista dedicata al suo amore per Alexandros Panagulis. Anche Goliarda probabilmente lo fece per lo stesso amore, lontano da quello dei giorni nostri, un amore distorto, enfatizzato dagli ideali che possono essere compresi solo se si è vissuti nella Resistenza. Ma l’amore uccide, fa male e lascia i segni, gli stessi segni che le lasciarono sul cuore quei passi verso i soldati tedeschi, che non la violentarono ma segnarono il suo primo cammino volontario e spedito verso il destino, non troppo felice. Mi continua a raccontare Ruggiero:


Tutto ciò è la vita di Goliarda, non ha passato la vita sui prati a raccogliere fiori, lei ha vissuto un dramma già dall’inizio, fino alla fine dei suoi giorni, quando morì cadendo giù per le scale di casa, da sola, ritrovata 4 giorni dopo grazie ai sospetti della vicina. Eppure di tutto questo percorso lei non proferì parola, non faceva mai notare nulla, quando lei mi vedeva era sempre felice, contenta, amava parlare con gli altri di arte e di letteratura, mai dei mali che la mangiavano dentro. Aveva problemi enormi di soldi per campare, per mangiare, i suoi problemi non erano esistenziali, era l’esistenza stessa a crearglieli, eppure lei li affrontava. Come? Vivendo.

La fuga dalla città come fuga dal dolore della vita: Gaeta è la cittadina della serenità


Goliarda beveva e fumava. Oltre al mare, ai bar e ai cinema, i suoi amori erano il Ballantine’s, il vino e le sigarette. Tra i vizi c’era anche Gaeta. Ma perché proprio Gaeta, cittadina sul mare, di pescatori e contadini, e non invece Roma con i suoi circoli culturali?


Perché la folle e disperata ricerca di serenità la trovava nei luoghi tranquilli − mi spiega con sincerità Ruggiero − quella pace che nella vita non ha mai avuto lei la ricercava e l’abbracciava, rispettandone anche la solitudine che da essa dipendeva. Quando finì di scrivere L’arte della gioia dopo ben 10 anni di lavoro e povertà venne nella mia casa a Fontania, con la vetrata sul mare, e mi disse: «Ruggiero ho finito il romanzo», aprimmo una bottiglia di vino bianco e festeggiammo così, con le cose semplici. Anche il romanzo è tutto così, c’è una colonna vertebrale di dramma, ma lei continua a spingere sempre verso la felicità.

A Ruggiero poi preme sottolineare l’importanza del titolo: «la sua vita è stata come scalare una montagna con mani e piedi legati eppure la felicità era sempre dietro l’angolo». Amare la vita nonostante gli schiaffi, con modestia, con l’umiltà degli ultimi che diventeranno primi. Modesta non poteva chiamarsi altrimenti, perché solo quando guardi il mare e ti accorgi dell’immensità dell’orizzonte, capisci quanto sia stupido soffermarsi sul dolore se nel mondo c’è ancora così tanta bellezza.


Ruggiero a questo punto si alza, prende due libri, scritti, scarabocchiati, pieni di post-it, me li poggia sul tavolo e poi continua a raccontare. «Lei girava sempre con una sacca di lana e all’interno aveva sempre… aspetta, ti faccio vedere…». Si alza e inizia a cercare tra le sue cose. Tira fuori una scatola vecchissima, ingiallita, quelle nei quali vendevano un tempo i vinili. Chopin, sulla copertina. «Un cofanetto di questi, ma invece che i dischi, lei metteva tutti i suoi fogli e una penna di quelle gialle e nere con la punta lunga. Lei diceva se una scrittrice deve scrivere alla sua scrivania con la sua penna stilografica, non scrive mai la vita. Io devo scrivere all’aria aperta. Quando finiva di scrivere che faceva…», Ruggiero prende i fogli, li mette nella scatola, la chiude e la mette sotto la testa: «la usava come cuscino. Una genialità con nulla, capisci?».


Ruggiero Di Lollo svela il segreto de L’Arte della gioia di Goliarda Sapienza

Quando lei entrava al cinema usciva dal mondo. Parlava con gli attori, gridava. Viveva nel cinema e se lo portava appresso anche quando ne usciva. «Golià, andiamo a cena??» le dicevo, «Eh? Ah sì, andiamo a cena…» mi rispondeva ancora con la testa tra le nuvole. Amava l’arte perché rendeva più bella la vita: era così che le piaceva vivere. Una sera andammo a Gaeta Vecchia (la zona medievale della piccola cittadina sul mare), avevamo preso una damigiana di vino, salimmo verso monte Orlando dalla parte del castello, lì dove ci sono tutte quelle curve a gomito pericolose, Goliarda stava dietro con la damigiana e Angelo (il marito) davanti con me. A un certo punto lui disse: «Io scendo! Stasera ci ammazziamo qui!» quand’ecco che prendo un altro spigolo, mi giro dietro e chiedo a Goliarda… «Goliarda, ma sta tutto a posto?» e lei: «Sì Ruggero, qui dietro tutto a posto». «Ma come tutto a posto?? − le risposi − avrò rotto tutto il parafango…». «Sì certo, ma la damigiana sta a posto!» Aveva risposto lei ridendo.

Viveva così, prendeva così la vita, probabilmente perché la sua stessa esistenza era stata proprio come quella discesa in macchina: piena di urti, dritta verso la fine, la collisione totale; ma lei non era mai scesa dall’automobile, era rimasta così, salda alla sua damigiana, ai piaceri della vita e anche alla spensieratezza del vivere sopra le righe. Ruggiero non lo sa, ma probabilmente è proprio con queste risate che mi ha trasmesso il senso vero e proprio del romanzo, quello che ogni critico ha ricercato e interpretato a modo suo, senza mai trovarla veramente, l’arte della gioia di Modesta.



Fonti che hanno supportato la stesura dell'articolo


Fallaci O., Un Uomo, BUR, 2002

Recalcati M., Melanconia e creazione in Vincent Van Gogh, Bollati Boringhieri, 2019

Sapienza G., L’arte della gioia, Einaudi, Torino, 2017

Sapienza G., Il vizio di parlare a me stessa, Einaudi, Torino, 2011

Sapienza G., La mia parte di gioia, Einaudi, Torino, 2013


Intervista al pittore e scultore Ruggiero Di Lollo (amico di Goliarda Sapienza)