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  • Silvia Bonelli

L'acqua del lago non è mai dolce, Giulia Caminito

Suggerire un romanzo è sempre una grande responsabilità. All'altra persona potrebbe non piacere, si rischia di toccare sensibilità che non conosciamo. Magari risulta noioso, troppo doloroso, troppo qualcosa. Si crede inoltre che non tutti i libri siano per tutti i lettori.


Con L'acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito edito Bompiani, tutti i dubbi sopra citati non dovete averli. Questo libro ha tanti ingredienti validi per essere letto, analizzato e compreso. Il sottotesto poi è davvero potente.


Giulia Caminito è un'autrice giovane che scrive con il chiaro intento di comunicarci temi importanti.


Giulia Caminito ha 32 anni, è laureata in filosofia politica. Ha lavorato e lavora per la casa editrice Giulio Perrone Editore. Inizia la sua carriera da editrice curando libri per bambini, al momento invece si interessa di narrativa italiana. Il suo primo romanzo è La grande A, basato su vicende famigliari in epoca post coloniale. Con questo esordio ha ricevuto il Premio Berto, il Premio Bagutta e il Premio Brancati nella sezione giovani. In seguito ha pubblicato la raccolta di racconti Guardavamo gli altri ballare il tango nel 2017, la fiaba La ballerina e il marinaio nel 2018. Nel 2019 il secondo romanzo Un giorno verrà.


L'acqua del lago non è mai dolce è il suo terzo romanzo, candidato al Premio Strega 2021.


In questo romanzo Giulia Caminito abbandona i fatti storici. Nei precedenti libri si percepisce un suo personale studio e approfondimento di quello di cui va poi magistralmente a narrare. La grande A e Un giorno verrà sono innescati in un contesto storico che non è lasciato al caso. In questo romanzo la storia è una storia di vita. Caminito non ha dovuto consultare manuali, documentarsi su certi avvenimenti. Le vicende che racconta possono essere quelle di chiunque. Quale è stata la grande abilità? Non essere assolutamente banale, non cadere nella semplice descrizione di una quotidianità riconoscibile da molti.


Il romanzo parte da una vicenda realmente accaduta da cui Giulia Caminito farà ruotare il resto del suo racconto. Le difficoltà di una famiglia povera che chiede solo di vivere dignitosamente.


La vicenda ruota intorno a una famiglia e alla povertà che la attanaglia. A gestire il tutto vi è Antonia, madremogliecapofamiglia. Il marito di Antonia è su una sedia a rotelle a causa di un incidente sul lavoro. Ci sono poi il figlio più grande avuto da una precedente relazione, due gemelli piccoli e la nostra protagonista. Il nome non viene mai svelato se non verso la fine (non sarò quindi io a dirvi come si chiama la figlia con cui Antonia più volte si troverà a scontrarsi). In questo romanzo si seguono, come in un film, le scene di una vita che scorre. I cambiamenti che fanno paura, le difficoltà che si devono superare.


Il romanzo è ambientato inizialmente a Roma, ma a far da sfondo alla maggior parte della storia è Anguillara. Una piccola città vicino al lago di Bracciano. In questo borgo dove tutti conoscono tutti, i nostri protagonisti devono farsi strada e non annegare.


Sradicare le proprie abitudini, le proprie conoscenze. Partire all'improvviso e ricominciare. Adattarsi a una nuova vita. Con Anguillara come sfondo vediamo la nostra protagonista crescere, conoscere persone, farsi amiche e soprattutto soffrire. Il lago è decisamente un coprotagonista. È acqua ma non è cristallina, è sporco e non si vede cosa c'è sotto. Il lago è come il mare ma è chiuso, non si esce. Ma soprattutto l'acqua del lago a un certo punto del racconto è sempre dolce. Il titolo del romanzo dice qualcosa di più. Proprio il mai del titolo infatti è in corsivo, lascia trapelare un non detto molto potente.


La scrittrice dà importanza allo studio della protagonista. Antonia le impone di formarsi, non diventare come lei. Lo studio è vissuto come ripicca e frustrazione.

Li immagino come un plotone d’esecuzione: prima o poi tutti i libri che non ho letto mi spareranno.

Nelle epoche passate far studiare le figlie femmine era solo uno spreco di soldi. Ora è essenziale, lo è anche e soprattutto per Antonia. Antonia è una madre povera e ignorante e proprio per questo pretende che sua figlia si formi. Non ha armi da offrirle e crede quindi che solo con lo studio si può dimostrare di essere qualcuno, di valere qualcosa. Solo con lo studio ci si può creare una propria identità. La protagonista quindi è costretta a leggere e studiare, ma è tutto una sofferenza per lei. Non c'è riscatto, è tutto una ripicca contro sua madre, una continua frustrazione. I bei voti non sono che dei numeri che si aggiungono a una lista di cose inutili. Studiare non è sempre il lasciapassare per intraprendere una vita migliore.


Non prendetevela, questo non è un romanzo di formazione. Sono gli anni 2000 e Giulia Caminito non è una sognatrice. La realtà è tale perchè cruda e amara.


Lo spaccato della società che Caminito racconta coinvolge il lettore perchè in quella storia ci si può riconoscere. La scrittrice parla di una generazione in cui studiare non ti fa avere un pass per vivere meglio. Sacrificare una vita allo studio non è sempre sinonimo di felicità per gli anni successivi. Studiare e intraprendere la carriera abbinata ai propri studi è, purtroppo, un'utopia. Per questo quando terminiamo il romanzo non dobbiamo prendercela. Funziona così, proprio come Caminito ha raccontato. Gli anni in cui la scrittrice ha ambientato questa storia non le hanno permesso di raccontare l'eventuale rivalsa del suo personaggio. Questo non è un romanzo di formazione, non c'è speranza.


Ci hanno raccontato sempre che il brutto anatroccolo diventa un bellissimo cigno. La metafora del cigno di Caminito è decisamente meno dolce.


Verso la fine del libro, quando già molte cose sono successe, Caminito apre una parentesi. Ci descrive un pezzo di storia per condurci verso una metafora che calza a pennello con la sua protagonista. La scrittrice racconta come alla fine degli anni Sessanta, i nazisti scoprirono il borgo di Anguillara e di come se ne appropriarono. I tedeschi credevano che il lago fosse bellissimo e portarono dalle loro terre dei cigni bianchi. Gli abitanti non accettarono questa imposizione e la boicottarono. I tedeschi non si arresero e continuarono a portare quei cigni in quelle acque.


La protagonista del romanzo si paragona a quei cigni dall'aspetto tanto sontuoso, ma rovescia quella storia del brutto anatroccolo che tutti noi conosciamo. Lei è stata portata lì contro la sua volontà, non ha i modi eleganti dei cigni. Al contrario, è una bestia da cui stare lontani.

Io sono stata un cigno, mi hanno portata da fuori, mi sono voluta accomodare a forza, e poi ho molestato, scalciato e fatto bagarre anche contro chi s'avvicinava con il suo tozzo di pane duro, la sua elemosina d'amore.

La bravura della scrittrice è quella soprattutto di non lasciare nulla al caso. Ogni dettaglio di questo romanzo ha una sua spiegazione. Anche la copertina di questo libro ha una storia.


La nostra giovane protagonista ha i capelli rossi. In una prima parte della storia si parla di una fontana con pesci rossi. Questa fontana non ha un ruolo marginale, è simbolo di protesta. La copertina del libro, dunque, sembra ritrarre in una sintesi perfetta una parte di racconto. Testo e immagine si uniscono. Vi sorprenderà sapere però che Under the surface(titolo dell'opera utilizzato in copertina) è una foto esistente dal 2014, ben prima del romanzo. Questa foto è stata esposta in varie mostre, anche oltreoceano, ed è stata più volte premiata. Se si fa attenzione sulla quarta di copertina si possono leggere i nomi dei creatori di questa fotografia: Tania Bassesco e Lazlo Passi Norberto. Vi invito a guardare il video sulla realizzazione di questa foto perchè davvero meraviglioso.


La povertà ti rende invisibile agli occhi della gente e dell'intera società. Il non detto in questo romanzo è ciò che più gli dona forza.


La trama è semplice, gli intrecci sono pochi ma sono essenziali per un obiettivo finale. La scrittrice vuole parlare di precarietà e senso di frustrazione, dell'invisibilità. Il libro sarebbe stato meno potente se queste tematiche fossero state affrontate in modo esplicito. Il senso di tutto questo si capisce solo se si seguono gli avvenimenti della famiglia, se si empatizza con personaggi e vicende.


Giulia Caminito porta avanti una lista di eventi, un accumulo che serve proprio per capire la fine. L'acqua del lago non è mai dolce è una storia di prime volte; esagera, esaspera la storia per far sì che il finale sia più crudo e soprattutto il più possibile realistico. Questo libro funziona, ed è bello perchè Giulia Caminito aveva qualcosa da dire e lascia al lettore il compito di capire cosa.