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  • Ingrid Alloni

Intervista a Enrica Tesio autrice di Tutta la stanchezza del mondo

Suddiviso in dodici capitoli, Tutta la stanchezza del mondo (Bompiani, 2022) si articola nella narrazione autobiografica di Tesio, che propone come protagonista la stanchezza. Nelle società occidentali di oggi, essere stanchi è una caratteristica comune a tutti, una condizione esistenziale socialmente accettata e addirittura necessaria per non essere considerati dei fannulloni. Lavoro, figli, casa, amore e sesso, comunicazione, dimensione social, sono alcune delle dodici fatiche che gli Ercole contemporanei devono sopportare.


Enrica Tesio, blogger e scrittrice torinese, laureata in Lettere ad indirizzo cinematografico, fa la copy da quando aveva vent'anni. Nel 2015 ha pubblicato per Mondadori La verità, vi spiego, sull’amore, seguito da Dodici ricordi e un segreto, edito da Bompiani nel 2017. Nel 2019 ha pubblicato per Giunti la raccolta di poesie Filastorta d’amore. Rime fragili per donne resistenti, diventato uno spettacolo teatrale in giro per l’Italia. Ha tenuto diverse rubriche su La Repubblica e Donna moderna ed è molto seguita sui profili social.


Il libro si apre con il racconto dell'esperienza emotiva e personale vissuta di fronte all'annuncio del Papa che, l'11 febbraio 2013, si dimette dicendo di essere stanco. Lei dice che in quel momento si sente «parte di qualcosa di grande e insieme sola in modo assoluto». È lì che decide di scrivere un libro sulla stanchezza? Quando nasce l'idea?


L’idea del libro è nata lo scorso aprile. Ero al telefono con Giulia Ichino, la mia editor, parlavamo di progetti futuri, lei mi pungolava sulla possibilità di scrivere un saggio biografico. La nostra telefonata si era aperta confrontandoci le rispettive stanchezze… e allora ho detto: di questo voglio parlare, della stanchezza! Della condizione che ci accomuna e che determina il nostro stato d’animo.


Il libro è suddiviso in dodici parti, come le fatiche di Ercole, ognuna dedicata al racconto autobiografico di una stanchezza del mondo contemporaneo occidentale, in cui la narrazione si alterna tra aneddotica e riflessioni. Casa, lavoro, figli, burocrazia, social, sesso, comunicazione,...: qual è la stanchezza più stancante?


Direi diventare adulti, crescere, con tutto il carico di responsabilità che questo comporta.

Una domanda rispetto a una tematica estremamente dibattuta oggi: crede che la stanchezza e la sopportazione di questa condizione sia un aspetto vissuto maggiormente dalle donne o che per questa questione sia in atto la parità di genere?


Credo che la stanchezza non sia solo appannaggio delle donne, ma che le donne facciano i conti con una pressione sociale fortissima. Ci si aspetta che le donne lavorino come se non avessero figli e che si occupassero dei figli come se non lavorassero per esempio. Restando solo ai temi legati alla maternità.

Nel libro utilizza spesso modi di comunicare estremamente ironici: dal «noi siamo il popolo del multitasking che diventa «multistanching» alla formula «a.C.: avanti Covid», dalla nostra società di «happycondriaci» alla figura della «bodyscema». Ammetto che mentre la leggevo sono più volte scoppiata a ridere a voce alta, aspetto raro nelle letture. Crede che l'ironia sia una strategia per potere instillare il dubbio del cambiamento o almeno dell'autoriflessione?


Il senso dell’umorismo è la chiave che uso, ma non è l’unica. Il mio libro non è un manuale… sicuramente ridere o sorridere smorza la tensione, io sono una che sorride per legittima difesa.

Che reazioni ha ricevuto finora? Ha ricevuto carezze, come suggerisce lei stessa, da adulti stanchi, prima di addormentarsi?


Il libro ha avuto un’accoglienza incredibile, non se lo aspettava nessuno. Sapevo che il tema era giusto, ma non avevo idea di quanto ci siamo sentiti soli negli ultimi tempi. Ho ricevuto moltissime carezze, ne ho date altrettante.

In una formazione svolta sul mio luogo di lavoro di lavoro, mi è stato detto che dobbiamo abituarci a lavorare sotto stress per evitare il rischio di burnout. Nessuno, nemmeno io, ha reagito sostenendo che sarebbe meglio lavorare in condizioni non stressanti. Lei cosa avrebbe risposto?


Che il lavoro è un mestiere, non una competizione, né con se stessi, né con il mondo. Il lavoro dovrebbe essere sufficientemente stimolante per non diventare noioso, ma mai un campo di battaglia. La fatica ha senso solo finalizzata a farne meno dopo, cioè serve ad acquisire una competenza che mi renderà più semplice il giorno successivo. Io sono una copywriter e sono cresciuta con il mito dell’impegno nel weekend, dell’ufficio fino a tardi. Dopo vent’anni posso dire che mai tempo fu peggio impiegato che quello trascorso in agenzia oltre le otto ore, non rendi di più, ti stanchi solo di più. Io a un certo punto ho smesso, non ho smesso col lavoro, ma ho smesso di ragionare così, ed è successa una cosa incredibile: assolutamente niente. Nessuno mi ha mandato via, non sono stata licenziata. Magari ho avuto fortuna, ma vale la pena darsi dei limiti.

Pensa che sia possibile, oggi, vivere in condizioni e ritmi tranquilli o che la frenesia sia, purtroppo, una componente imprescindibile dell'organizzazione delle società occidentali, o come dice lei «delle società della stanchezza»?


È possibile guardarsi in faccia e dire che c’è qualcosa di grottesco nel nostro modo di vivere e di agire su quel senso del grottesco. Riposarmi guardando un film e tutto il tempo controllare le mail è grottesco. Non vedere gli amici e restare a spippolare su Facebook è grottesco. Dobbiamo ritrovare delle sacche di contemplazione, ognuno a modo proprio, fermarci e contemplare l’abbastanza che abbiamo fatto.

Un'ultima domanda, non meno importante: scrivere questo libro l'ha stancata?


No, scrivere non mi stanca, mi solleva.