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  • Micol Mei

Intervista a Dino Carella, La via del vento

Ostro è il nome del vento che soffia da sud, ma anche quello di un manager affermato che si ritrova a cinquanta anni intrappolato in una causa che non sente più sua. Pianificatore, ossessionato dalla produttività e dal controllo, escogita il modo per uscire da quella gabbia ma viene anticipato dall'azienda che lo licenzia. Senza perdersi d'animo coglie l'occasione di fare il viaggio della vita: attraversare le riserve indiane d'America, terra di origine di sua madre, sperando di ritrovare la connessione con lo spirito dei suoi avi che da ragazzo gli aveva parlato. Nella magia di quei luoghi, non trova solo ciò che si aspetta, ma molto di più: fa esperienza della dimensione umana che trascende il visibile e ci lega all'infinito. Assapora la gioia di dire «non lo so» e la fiducia di attraversare l'ignoto, libero dal bisogno di avere bisogno, vivo come il vento.

Data la natura del testo è stata resa necessaria una chiacchierata diretta con l'autore, Dino Carella.


Vorrei iniziare domandando a un professionista del coaching e della consulenza come Dino Carella, con un passato da dirigente del credito, come mai ha deciso di scrivere un libro e perché proprio ora?


Forse perché sono entrato in una nuova fase della vita in cui non cerco più me stesso dentro qualche obiettivo di carriera spostato nel futuro, ma perché il significato delle mie giornate è tutto nell’essere qui e ora, e se possibile, aiutare chi in questo momento non riesce a vedere oltre i limiti delle circostanze o, come succede nella maggior parte dei casi, dei propri schemi mentali ai quali obbediamo senza nemmeno rendercene conto. Sia il lavoro di coach che quello di scrittore vanno in questa direzione. Offrire occasioni riflessione per acquisire, ognuno a modo suo, una nuova consapevolezza ed essere liberi di seguire il proprio scopo, liberi dalle proprie trappole emotive.

Quanto di questo lavoro è da ritenersi realmente personale e quanto reso finzione ai fini della narrazione?


È molto personale. La finzione si trova in alcuni personaggi che è stato lo stesso Ostro a suggerire modificando quelli reali per adattarli meglio alla storia e poi nel ridurre quanto è accaduto negli ultimi 15 anni di vita reale in un viaggio di un mese.

Quale scopo ha avuto la stesura di questo testo? Simbolico, intimo oppure di diffusione anche al prossimo? Ne seguiranno altri?


Intimo senz’altro e proprio per questo motivo spero che sia diffuso anche al prossimo. C’è ancora troppa paura di uscire allo scoperto e raccontarsi per paura del giudizio, direi che è arrivato il momento di mettere i giudicatori al loro posto e iniziare a vivere autenticamente. Anziché avere paura del giudizio dovremmo aver paura di non vivere in modo autentico. Sì, penso ce ne saranno degli altri.

C'è stata ricerca sulla cultura nativo americana per la stesura di questo testo? E se sì in quale forma?


Sì, seguo i nativi da diversi anni. Da quando mia madre mi disse che mio nonno fu allattato da una nativa. La storia di mio nonno è molto confusa ma la cosa che mi colpì è che io non ne sapevo nulla di nativi finché non ebbi una visione, quella di cui parlo nel libro, e da lì che mia madre mi disse questa cosa. Da quel giorno ho iniziato a leggere libri sui nativi, in modo particolare sui Lakota (Sioux) e i Navajo (Diné).

Perché il romanzo è stato precedentemente pubblicato in inglese e poi in italiano? Come mai questa scelta?


In realtà doveva avvenire il contrario. L’obiettivo era di auto pubblicare la versione italiana a ottobre 2021 e uscire con quella inglese dopo un paio di mesi, poi però ho saputo della possibilità che potesse essere pubblicato da una casa editrice e quindi ho tenuto la versione italiana in sospeso e sono partito a dicembre con quella in inglese.

Attraverso la stesura di questo libro le sue convinzioni spirituali sono mutate? Ha come obiettivo il raggiungimento del pubblico in questo senso? Una condivisione di credenze e insegnamenti come le affermazioni positive citate?


Io non sono convinto di niente che non sia ciò che è, e a quel punto le convinzioni non servono. Il punto è proprio questo, vivere qui e ora significa lasciar cadere qualunque convinzione, credo, idea, pensiero positivo o negativo che sia. Che bisogno c’è di essere convinto di esserci? Cosa c’è di più spirituale che essere consapevoli di fare l’esperienza di esistere in ogni momento?

A quale autore o testo si è sentito più ispirato per redigere il romanzo?


Non credo di essermi ispirato a qualcuno in particolare ma sono sicuro che dentro c’è un pezzo di tutti i libri e degli autori che ho letto. Per esempio, qualcuno ci vede Castaneda, altri La profezia di Celestino di J. Redfield, per qualche motivo che non so decifrare credo ci sia anche qualcosa dello Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di R. Pirsig. Sono sicuro che ce ne sono altri che hanno influenzato il mio modo di raccontare questa storia.

Il titolo dice molto del libro, è nato subito o in seconda battuta?


Il titolo, così come la fine del libro sono nati subito, poi il resto.