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  • Lidia Zitara

Il primo caffè della giornata, Toshikazu Kawaguchi

Il diagramma di flusso del successo di Kawaguchi e della serie del caffè è perfettamente riportato sulla bandella di quarta, che ci racconta i punti salienti della vicenda editoriale, a partire dal primo romanzo Finché il caffè è caldo, che ha avuto un successo strepitoso in Giappone, facendo di Kawaguchi un trend social.

Kawaguchi sbarca in Italia poco dopo l'inizio del lockdown totale, nel marzo del 2020, quando le persone si salutavano dai balconi e sognavano di poter tornare a chiacchierare nei bar bevendo caffè.


Certamente una parte del successo di questi romanzi può essere dovuta a un gran bisogno, un bisogno ormai disperato e inemendabile, di guardare al passato, di cercare un contatto con le persone amate e perdute, e chiedere a loro una parola di conforto che ci aiuti a vivere un presente incerto, preoccupante e a volte vuoto.

A marzo 2020 eravamo al margine di un orizzonte degli eventi, ora siamo nell'imbuto del buco nero, diretti verso un dove-quando sconosciuto e spaventoso.

Legittimo il desiderio di aggrapparsi a qualsiasi appiglio per non essere trascinati via. Quindici minuti indietro nel tempo, tanto quanto impiega un caffè a raffreddarsi del tutto. Il rapporto con il passato non cambierà né il presente né il futuro, ma solo il modo in cui noi li vivremo. I viaggi nel tempo, nella memoria, nei ricordi personalissimi di ognuno di noi, sono uno strumento conoscitivo per avere più forza vitale, per affrontare dolori e perdite. Un concetto tipicamente giapponese che privilegia la determinazione contro le avversità della vita.


I libri di Kawaguchi – pare − abbiano il potere di donare felicità e di rasserenare, tanto che in molti e molte hanno fatto binding, cioè li hanno comprati tutti assieme e letti di fila.

Si potrebbe associarli alla narrativa d'intrattenimento più smaccata e sono numerosi infatti gli aspetti chiaramente volti ad attrarre l'attenzione di un pubblico che predilige letture leggere, come una prosa glocal, che non smentisce la tradizione giapponese ma indirizzata anche a un pubblico internazionale, personaggi graziosamente ben descritti ma un po' vuoti, funzionali allo scorrimento delle pagine, apprezzabili in gruppo ma inconsistenti se presi singolarmente (un tratto proprio del racconto, che predilige l'azione all'approfondimento caratteriale più tipico del romanzo). La descrizione del paesaggio quasi da pieghevole turistico e le note nel testo che chiariscono modi e abitudini per noi molto distanti, sono indicative dell'intenzione dell'autore di non far smarrire per strada il pubblico non giapponese. L'ambientazione urbana dematerializza ogni peculiarità paesaggistica ma rinfranca lettori e lettrici delle metropoli internazionali, non è casuale la scelta di un caffè come unità di luogo, un locale che si può trovare ovunque nel mondo, che ognuno di noi è in grado di costruire mentalmente in fretta e senza fatica.


Il fatto stesso che i libri di Kawaguchi vengano raggruppati dall'Editore assieme ad altri come libri che donano serenità, quasi fossero un Salonpas emotivo, è indicativo sia di una collocazione editoriale precisa, sia del fatto che − al di là di ogni considerazione − sono delle letture che si prestano a fornire intrattenimento leggero, e che solo il lettore esperto saprà leggere il fondo del caffè per rintracciare quelle note amare, amarissime che Kawaguchi ha volutamente lasciato depositare sul fondo.

La tradizione del comfort book con al centro cibi e bevande non è certo nuova, dalla Prima sorsata di birra di Philippe Delerm a La gente felice legge e beve caffè di Agnès Martin-Lugand, passando per confetti, croissant, dolciumi di vario genere, profumi di agrumi, frutti sbucciati e fiori.


Il titolo dei tre romanzi di Kawaguchi è stato infatti modificato spostandolo sulla confortevolezza emotiva del caffè, ma in realtà sarebbe più corretto indicarli come la serie del prima che.

I titoli si tradurrebbero letteralmente prima che il caffè si freddi, prima che la bugia venga rivelata, prima che i ricordi svaniscano. Il caffè è quindi un artefatto della traduzione, che in Italia si sa, è prevaricante sia per libri che per film. Da qui l'importanza di riportare il titolo originale con la grafia non latinizzata. Per il giapponese non è sufficiente la traslitterazione in rōmaji, occorrono anche i kanji, che di frequente hanno significati multipli, dando un diverso spessore al titolo (per esempio Una tomba per le lucciole, di Isao Takahata, in cui lucciola è scritto con due kanji che significano fuoco penzolante, con un rimando alla scia delle bombe).

Tra colpi di scena piuttosto prevedibili e imbricamenti temporali non certo sorprendenti ma sempre ben descritti, mai forzati, la narrazione perde un po' di colpi nella parte centrale, che diventa ripetitiva ma funziona bene grazie allo sdoppiamento di piano interpretativo ottenuto da un libro dentro il libro, il Cento domande che Sachi, una bambina di sette anni, sfoglia porgendo spunti di riflessione a personaggi e lettori.

Il rapporto con le persone del nostro passato è senza dubbio il protagonista di questo romanzo, e dopo il covid, il libro appare cupo, senza però mai spingersi verso la lacrimevolezza.


A parte le descrizioni asciutte e schematiche di una bella cittadina molto a nord, a Hokkaido, dove scende il buio alle sei e mezza di sera e le barche hanno le lampare come in Sicilia, di confortevole in questo libro non c'è poi molto.

La vicenda è abitata da persone tristissime, da morti, fantasmi e ricordi angoscianti. È solo la prosa soffice e morbida a renderlo confortevole e leggero, di palpabile qualità teatrale (Kawaguchi nasce come drammaturgo), in cui le descrizioni sono minime e essenziali ed è importante l'icasticità.

Questi due obiettivi sono perfettamente centrati: il libro non si legge, si vede scorrere davanti agli occhi.

Balza subito all'attenzione il quadro di un Giappone malato. Questa non è una novità per chi fruisce della cultura nipponica da qualche decennio. Dopo la bolla speculativa degli anni Novanta, il cosiddetto decennio perduto, il Giappone è diventato un paese triste, negativo, di bullismo, di ragazzi suicidi e giovani morti di malattia, di aggressioni tra liceali, di giovanissime e giovanissimi che si danno alla vita malavitosa di piccola periferia. È cambiato il modo di guardare alla loro stessa cultura, libri e film degli anni Ottanta vengono reinterpretati in chiave più amara e funerea.


Non si contano le storie con al centro persone malate, specie se giovani. Così come sono ormai parte della cultura letteraria gli orfani o chi ha perso i genitori poco dopo la nascita. La cultura giapponese è popolata di orfani, memoria dei bombardamenti statunitensi, della carestia e dei disastri ecologici e naturali che si sono susseguiti nei decenni.

Ma tra gli Ottanta e i Novanta il Giappone è divenuto una meta turistica, e ancor più dopo l'entrata in vigore dell'Euro, che avendo meno svantaggio sullo Yen, ha permesso a molti europei soggiorni turistici e professionali. A quel punto l'idea che il Giappone voleva dare di sé non era quella di un paese misogino e chiuso, ma di una terra aperta all'internazionalità. Il tentativo traspare dalle pagine del romanzo di Kawaguchi, ma è come se fosse legato da troppa sofferenza sociale, che l'autore non nasconde nei fatti, ma solo attraverso lo stile ammirevole.


Ne è una riprova l'ultimo atto del romanzo, che ha un andamento tipicamente teatrale, in cui finalmente il protagonista è uno dei personaggi che fungono da collante dei diversi episodi: uno stratagemma (che funziona benissimo) per portare i lettori dentro al romanzo.

Se le prime pagine vi spaventano per il gran numero di nomi, incollatevi a Reiji e Kazu, saranno loro due a portarvi fino alla fine.

Una volta chiuso, il libro si lascia riporre, conservando il ricordo di una certa piacevolezza e trasmettendo l'idea di una ricchezza celata all'occhio occidentale, sul fondo della tazza da caffè.



Fonti che hanno supportato la stesura dell'articolo


Haruki Murakami, Norvegian wood – Einaudi 2013

Consultato articolo del Libraio.it

Voglio mangiare il tuo pancreas - di Shin'ichirhô Ushijima 2018

Hachi no su no kodomatachi (Children of the beehive) di Hiroshi Shimizu 1948