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  • Maria Teresa Trucillo

Il figlio delle sorelle, Leonardo Luccone


Il figlio delle sorelle scritto da Leonardo Luccone e pubblicato da Ponte alle Grazie è un libro pieno di inganni.

È difficile delinearne la trama. Il tessuto della narrazione spesso si sfilaccia e ricompatta in esiti inaspettati, come se i personaggi – quelli con un nome, e quelli senza – si interrompano a vicenda senza rispettare turni letterari.

Le voci emergono con forza: sono chiare, distinguibili, potenti. Lentamente delineano un tempo (il 1999 e il 2018, su e giù tra i millenni) e dei luoghi (Roma, Sicilia, un’automobile, il parco di Villa Pamphili, il Circeo, una California onirica).

C’è un protagonista senza nome circondato da nomi femminili: Rachele, la moglie; Sabrina, la figlia; Gilda, la compagna; Carlotta, la figlia di Gilda; Silvia, la sorella di Rachele. E poi Ester, Rebecca, Corinna, Marzia, un’abbondanza di personaggi le cui voci vengono registrate in presa diretta e servite allo sguardo di un lettore voyeur – i dialoghi sono così perfetti che si ha la sensazione di assistere a uno scambio inconsapevole di battute, come a spiare dal buco della serratura.


Il protagonista racconta di quando – un po’ per desiderio, un po’ cedendo a pressioni biologiche e sociali – lui e Rachele hanno provato ad avere un figlio. Nel suo ricordo, appannato dal riemergere di un disturbo psicologico che diverrà sempre più presente col procedere della narrazione, è stata Rachele a farsi timoniere della situazione, a traghettarlo tra dottori e santoni, ad accendere candele e bruciare incensi:


Quando me l’ha chiesto quella mattina di uccelli e cicogne, di cielo canterino, di luce canterina, di balene e elefanti, quando Rachele me l’ha chiesto non navigava più a vista come avevamo fatto per più di un anno dietro a chiunque. Quando me l’ha chiesto sul pratone di Villa Pamphilj, con il cestino da picnic che nonna Tommasa ci avrebbe invidiato, ho sentito che era iniziato il tempo dei lupi.

Ma né la scienza, né le sedute di mindfullness sembrano produrre alcun risultato. Il figlio tanto atteso non arriva; e la malattia incalza la mente del protagonista, lo sommerge di voci, lo convince di essere al centro di complotti elaborati. Silvia, la sorella di Rachele, è sempre più presente: le due cominciano a vestirsi allo stesso modo, a portare lo stesso rossetto, a ridere all’unisono. Le gemelle Felicità.


Non riuscivo più a capire chi mi stava di fronte, con chi andavo a fare la spesa, con chi fissavo i prezzi dei bicchieri di Murano, con chi dormivo, con chi parlavo mentre compi- lavo le tabelle degli ordini. Non sapevo chi di voi stava con me al negozio e chi stava a casa. Andavate al bagno insieme, avevate lo stesso smalto, la stessa voce, gli stessi vestiti. Dice- vate esattamente le stesse cose. La sera a casa eravamo sempre più spesso noi tre, e io ho smesso di parlarti perché non sapevo più con chi stessi parlando.

Poi, succede qualcosa. Il figlio arriva; o meglio, una figlia, Sabrina. Il protagonista, sempre più preda dei suoi inganni, lascia la famiglia alla volta di un sogno californiano. Molti anni dopo, una Sabrina adolescente e alla ricerca del padre perduto conosce sui social Carlotta, figlia di Gilda, compagna del protagonista. Lascio al lettore il piacere di scoprire da solo le evoluzioni della storia.


Leggere Il figlio delle sorelle è un’esperienza che abbraccia sensi diversi. Il testo –ovviamente – si legge, me soprattutto si sente; la penna dell’autore è un diapason, la lingua viene costantemente accordata – Violentato dalle voci. Lobotomizzato dalle voci. Vocinfuriate. Vocinfoiate. Vocirapito. Vociato – e non si può fare a meno di tornare indietro, rileggere passi, recitarli ad alta voce, sentire i suoni rotolare nella bocca. L’amore dell’autore per il linguaggio – o meglio ancora, la sua assenza di paura del linguaggio – è ancora più evidente nelle cerimonie officiate da Sabrina e dal protagonista nella stanza delle parole, quando la caparbietà della figlia nel ritrovare un padre riesce a scalare montagne, a sondare laghi, a rivivere miti.

La pazzia mentale sembra così solo un pretesto per invitare il lettore a lanciare il cuore oltre il muro del già letto, un invito a mettere in discussione le proprie certezze, ad aprire mente e orecchie a un coro di voci armoniche ma discordanti, e infine a lasciarsi andare alle parole, navigarle, levigarle, scoperchiarle; riscoprirle.