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  • Sara Curzel

Il ciarlatano, Isaac Bashevis Singer

Ho nelle orecchie Glenn Miller, Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, Louis Armstrong... Mi trovo nella New York degli anni ‘40 in piena guerra, ma è come se fossi a Varsavia. Hertz, Bronia, Morris, e tutti gli altri che mi circondano sono ebrei, emigrati negli Stati Uniti per scampare alla barbarie nazista. La maggior parte di loro ha lasciato in Polonia l’intera famiglia e non ha più notizie.

Appena arrivati dicevano tutti la stessa cosa: l’America non fa per me. Ma poi, a poco a poco, si sistemavano, e non peggio che a Varsavia. Singer I. B., Il ciarlatano, Adelphi, Milano 2018 (p. 13)

Qui a New York cercano di ricostruirsi una vita, a livello economico, sentimentale, ma anche religioso. C’è chi riesce a conformarsi al modo di vivere e pensare degli yankee e chi rimane un ortodosso convinto. C’è chi fa fortuna, come Morris, chi inizia a lavorare in una fabbrica per rendersi utile, come Bronia, e chi ha un romanzo iniziato da 40 anni e probabilmente mai lo terminerà, come Hertz, che vive alle spalle di tutti loro…

I ciarlatani navigati si fanno mantenere da donne ricche, ma lui non era nemmeno capace di fare questo. Era un gigolò filantropo, un ruffiano dilettante. Singer I. B., Il ciarlatano, Adelphi, Milano 2018 (p. 171)

Mi guardo intorno e a un certo punto l'immagine che ho dei pensieri di alcuni ebrei non mi pare tanto differente da quella che ho dei nazisti.


Come a dire che di fronte ad un tradimento, ma anche e alla sete di denaro, tutti gli uomini sono uguali... Perché qui tutti ingannano tutti, in un grande triangolo amoroso fra il comico e il grottesco. Mi chiedo il perché delle loro azioni, reiterate, però continuo ad osservarli, perché voglio vedere dove andrà a parare la loro follia. Vorrei continuamente prendere a schiaffi molti di loro, ma hanno qualcosa di irresistibile… Soprattutto Hertz… Hertz, che prenderei a calci nel deretano ogni volta che pensa o che parla, Hertz, uomo completamente senza carattere, che inganna se stesso e gli altri e continua imperterrito a farlo, Hertz, il ciarlatano, lo smidollato dell’anno, il personaggio più assurdo ma meglio caratterizzato che abbia trovato.

Nessun Freud sarebbe stato in grado di risolvere i suoi problemi. Nella vita Hertz aveva bisogno di suspense, di crisi, di avventure amorose. Aveva bisogno di inseguire le donne come un cacciatore la preda. Ogni giorno doveva portargli nuovi giochi, nuovi drammi, nuove tragedie, nuove commedie, o sarebbe morto d’inedia. Singer I. B., Il ciarlatano, Adelphi, Milano 2018 (p. 203)

Continuo a osservare lui e tutti loro, fino alla fine, perché so bene che l'umanità è pazza e che di personaggi del genere se ne possono incontrare. E che questo libro è il loro riflesso. Questo romanzo è stato scritto cinquant’anni fa, ma le loro potrebbero essere le storie di persone contemporanee.


Il ciarlatano è apparso a puntate tra il 1967 e il 1968 su Forverts (The Forward, precedentemente noto come The Jewish Daily Forward), quotidiano yiddish per il pubblico ebreo americano, fondato nel 1897 e sul quale Singer, scrittore e traduttore polacco naturalizzato statunitense e premio Nobel per la letteratura nel 1978, pubblicava regolarmente i suoi contributi fin dal suo arrivo a New York dalla Polonia, nel 1935.


Un titolo inedito, pubblicato dalla casa editrice Adelphi nel 2019 in prima edizione mondiale, con la traduzione di Elena Loewenthal, scrittrice e traduttrice di numerosi testi ebraici e curato da Elisabetta Zevi.


Che l’impianto narrativo si basa su un racconto a puntate pensato per un periodico si nota, a partire dai molti dialoghi presenti. La lettura del romanzo si trasforma quasi nella lettura di una sceneggiatura, con situazioni che ben si potrebbero prestare a una trasposizione filmica, ma senza mai diventare frammentario. Il confine fra tragedia e commedia è piuttosto fragile, nel Ciarlatano.


I molti personaggi indimenticabili creati dall’autore mettono in scena i drammi propri degli immigrati polacchi a New York, nei primi anni della guerra, dispensando riflessioni profonde sul senso delle loro azioni e della vita più in generale; ma sono anche artefici di risate, con scene di «mariti traditi, amanti imbufalite, mercanti di quadri falsi e audaci e fumose teorie edonistico-cabalistiche». E Singer si rivela come sempre un genio nel raccontarle. Un genio nel mescolarle nel suo sempre affascinante tessuto narrativo impregnato di dinamiche storiche e sociali proprie della cultura yiddish, sullo sfondo della New York degli anni ‘30.


Il protagonista del Ciarlatano, Hertz Minsker, è ben caratterizzato anche senza l’uso di chissà quante o quali descrizioni. Le sue scelte parlano per lui e lo definiscono caratterialmente.


Da lui ci si deve aspettare di tutto. Hertz Minsker è un ebreo che arriva a New York nel 1940, dopo aver vagato di città in città, fuggendo dalla Polonia, invasa dalle truppe tedesche di Hitler. Figlio di un rabbino, nato in Russia, Minsker ha una sorta di dono: la facilità inarrestabile di entrare in situazioni di crisi che nessuno riesce a capire. Grande studioso di filosofia, conosce a memoria il Talmud e ha creato una specie di religione per suo uso personale. In tutto questo, però, Hertz non ha un lavoro. Ne ha iniziato uno ma lo ha poi mollato, tiene qualche conferenza qua e là, ma nulla di più, sempre portando con sé la sua valigetta piena di libri e manoscritti. Comincia così, Il ciarlatano, con Hertz in una nuova città, attendendo una lettera che cambi il corso della sua esistenza.

Nel corso del romanzo lo sentiamo citare Freud, Kant e Spinoza nei suoi ragionamenti ed è senza dubbio convincente, con il suo fascino che attrae indistintamente donne e uomini che lo apprezzano per la sua cultura.


Ma Hertz è un personaggio indolente; che manca di forza di volontà per fare ciò che sa essere giusto e conduce una vita a continue spese degli altri, anche se potrebbe riuscire, molto probabilmente, in ciò in cui è riuscito l’amico Morris, che vive una sorta di sogno americano e per il quale in America «anche un rabbino deve diventare un businessman».


Hertz, un formidabile ciarlatano che afferma di voler ricercare ciò di cui l’uomo ha bisogno per non morire di noia. È un personaggio che risulta molto facile da condannare forse perché è un condensato di cattive abitudini e scelte (spesso non fatte) e l’autore ce lo racconta proprio per com’è fatto, senza filtri, dando la possibilità al lettore di immedesimarsi in uno o più comportamenti di questo ciarlatano. Dopotutto, è un personaggio inventato, certo, ma la proiezione della situazione che racconta potrebbe non essere così distante dalla vita reale.


Quello che Singer mette in scena nel Ciarlatano è un mix vincente formato dal focus su Hertz, da un corredo di personaggi ben delineati e da fatti del tutto verosimili.


Il ciarlatano non veicola messaggi politici, sociali o filosofici, ma racconta la vita, anche quella corrotta, degli immigrati polacchi, mettendo sotto la lente di ingrandimento il caos che è nelle loro vite di profughi, mescolandolo con la commedia umana dell’esilio; della perdita degli obiettivi, alla solitudine, degli inganni e dei tradimenti. Una narrazione che sia avvicina a quelli che Singer vedeva come suoi maestri: Flaubert, Tolstoj e Dostoevskij, scrittori che esprimevano le loro visioni sociali e filosofiche attraverso i protagonisti dei loro romanzi e le loro relazioni.


Un prismatico viaggio fra tragedia e commedia che non smette di attrarre il lettore, Il ciarlatano è un romanzo che mi ha confermato, se ce ne fosse bisogno, quanto brillante sia la scrittura di Isaac Bashevis Singer.


Un capolavoro che sa anche insegnare molto sulla religione ebraica e che aiuta a riflettere sul senso della vita e del rispetto per il prossimo.