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  • Raffaella Anna Indaco

I superflui, Dante Arfelli

Nel marzo 2021 è tornato sugli scaffali delle librerie I superflui di Dante Arfelli, romanzo che riemerge dall’oblio grazie al lavoro della casa editrice Readerforblind. Primo titolo della collana Le Polveri con prefazione firmata da Gabriele Sabatini, I superflui incarna perfettamente lo spirito di riscoperta che la Readerforblind ha deciso di conferire a questo percorso editoriale.


La collana, infatti, nasce con l’obiettivo di riesumare e dare una nuova vita a opere che hanno fatto la storia della letteratura ma che ormai sono state dimenticate. Basti guardare i titoli scelti dalla casa editrice, che oltre a I superflui, nel corso del 2021 ha pubblicato – o faremmo meglio a dire ripubblicato – Zebio Còtal di Guido Cavani, Vento caldo di Ugo Moretti, L'amore muto di Pia Rimini e Addio al pianeta Terra di Luciana Martini.

I superflui è stato il romanzo di esordio di un Arfelli ventottenne che afferma di averlo scritto di getto, in soli dieci giorni


A cento anni dalla nascita di Dante Arfelli (Bertinoro, 1921Ravenna, 1995), Readerforblind pubblica quello che è stato il suo capolavoro. Al tempo della prima pubblicazione, nel 1949, I superflui fu un vero e proprio caso letterario. Pubblicato da Rizzoli, vinse il Premio Venezia (antenato del Premio Campiello), successivamente attraversò l’oceano fino a essere pubblicato da Scribner, casa editrice, tra i tanti, di Hemingway.

Lo scrissi in dieci giorni, ma era già tutto dentro. Vinsi il premio Venezia e mi diedero mezzo milione. Poi fu pubblicato e piacque moltissimo in America perché là capirono che rispecchiava l'Italia del dopoguerra. Lo avevo intitolato diversamente, La sera, ma passato davanti alla caserma dei carabinieri mi venne quel titolo più sintetico. I superflui sono, per me, una categoria morale, come gli indifferenti e gli egoisti.

Uscito nel pieno della stagione neorealista, il romanzo se ne distacca totalmente. Lo stesso Arfelli non ritiene opportuno ascrivere la sua vicenda alla corrente letteraria. Luca, il protagonista dei Superflui è un ragazzo di provincia che nell’immediato dopoguerra va a cercare fortuna in una Roma vittima del giogo dei potenti. Parte con una valigia e due lettere di raccomandazione in tasca, ma non appena scende dal treno giunto in Capitale incontra Lidia, una prostituta con la quale condividerà un alloggio misero e la stessa ambizione di riscatto, il vuoto esistenziale e il sentimento di emarginazione.


I due sono respinti da un mondo che sembra ostile, vengono rigettati, sono superflui appunto. Ogni tentativo di emancipazione dei due protagonisti si trasforma in un vero e proprio fallimento. Luca e Lidia sembrano quasi dei vinti, procedono su binari già definiti dal destino e non riescono a invertire il senso di marcia. Luca spera nelle raccomandazioni, Lidia sogna l’Argentina, di andare altrove, ma un libretto con i numeri in rosso la tengono ben piantata in quella lurida pensione gestita da “una vecchia” anch’essa una superflua, che vive con il denaro degli ospiti del suo ostello.

La lettera veniva dall’Argentina, da una zia che abitava là da molti anni e che Lidia non conosceva perché era piccola quando la zia era partita. Da qualche tempo Lidia aveva ricominciato a scriverle. Ora teneva in mano la busta e la osservava. Come era leggera quella busta! Lidia strisciava la carta tra il pollice e l’indice e si stupiva che fosse una carta così sottile, tanto trasparente che si vedeva la scrittura del foglio che v’era dentro. In alto, a sinistra, v’era una rondine azzurra con le ali spiegate e sotto v’era stampato «Par Avion». A ripeterle, queste due parole avevano un sapore tutto speciale, forse creato dalle migliaia di chilometri di oceano e di cielo per cui la lettera aveva volato. «Par Avion…». Com’era dolce quella parola!

Il termine superfluo compare una sola volta in tutto il romanzo

Luca troverà poi un impiego in una ditta di costruzioni grazie a Lidia e a un suo amico (e cliente), ma si tratterà di un lavoro a termine che non consentirà al giovane di scrollarsi di dosso quella sensazione di provvisorietà, quel senso di inadeguatezza che lo attanaglia e lo accompagna capitolo dopo capitolo. Tra i due protagonisti nascerà un’intesa, un’amicizia e anche un amore che si muove tra confini labili. Dall'unione si genererà un altro superfluo, Questa parola, nel corso del romanzo, viene usata solo per definire la creatura che porta in grembo Lidia.

Quella sera Lidia non uscì. Seduta accanto alla stufa, ora spenta, gli occhi a terra, pareva che pensasse a qualche cosa. Luca la guardava, le guardava il ventre dove era cresciuto un altro pezzo di carne, una vita, che ad un certo momento sarebbe venuto fuori all’aria e sarebbe stato un uomo, come lui, Luca, o una donna o un altro essere in più, inutile, superfluo.

Senso di inadeguatezza e desiderio di riscatto


Dante Arfelli conduce la storia con uno stile scarno, la sua scrittura asciutta e semplice presenta al lettore una prosa lineare. Uno stile compatto che restituisce pienamente la tragicità e la drammaticità di queste vite. I personaggi sono degli inetti, arresi al destino, schiacciati da una condizione di miseria, pervasi da un costante senso di inadeguatezza.

Non siamo davanti a un romanzo documentaristico e sociologico.


I superflui di Arfelli è la narrazione di uno spaesamento di un’intera generazione. Personaggi alla costante ricerca di un obiettivo e di un riscatto personale e sociale che non arriverà. Il romanzo è la narrazione dei superflui che lo stesso autore definisce come una categoria morale. Concretamente si riferisce a quegli uomini e a quelle donne spesso molto giovani, che faticano a trovare un posto nella società e che anzi si sentono abbandonati ed esclusi dalla stessa, quasi rigettati.


I superflui è un'opera, come la definì la giuria del premio Venezia, «amara, cruda, aspra, anche disperata se dal fondo della sua chiusa tristezza non si levasse una trepida luce di umana simpatia»


Quello che ci mostra Arfelli è un quadro dell’Italia del dopoguerra, un romanzo che per le tematiche e i sentimenti dei personaggi potremmo anche collocare nella società attuale. I superflui della vicenda procedono a fatica verso una meta che non arrivano mai a toccare. Il lettore li insegue, quasi si identifica in loro e questo meccanismo è favorito soprattutto dalla penna dell’autore. Come se riportasse il parlato, Arfelli scrive in modo limpido, si rivolge al lettore con estrema immediatezza. A volte la voce dell’autore e quella dei personaggi si confondono: una resa valida per i sentimenti che vengono trasmessi e riportati nero su bianco.


Come Arfelli è diventato “superfluo”?


Dobbiamo l’ultima pubblicazione del romanzo I superflui a Marsilio che lo riporta in libreria nel 1994, a 45 anni dalla sua prima pubblicazione. C’è da domandarsi cosa abbia portato un autore come Arfelli che dopo un esordio che arriva a vendere 100mila copie in Italia e a ottenere pubblicazioni oltreoceano, a scivolare in un inesorabile oblio. Arfelli aveva fatto parte di una stagione intensa della cultura italiana, aveva stretto amicizia con Marino Moretti a Cesenatico, con De Pisis; aveva frequentato il salotto della Bellonci a Roma e stretto amicizia con Fellini e Berto.


La sua sfortuna, in realtà, comincia già nel 1951 quando, a soli due anni dai Superflui pubblica La quinta generazione. Anche questo romanzo riscuote il plauso dei lettori, ma è l’animo dell’autore a non vivere serenamente il successo: essere esposto al giudizio degli altri lo fa soffrire, lo infastidisce, lo rende vulnerabile. Questo disagio lo porta a smettere di pubblicare fino a farlo ritirare dalle scene editoriali già nel 1952.

La vita letteraria mi ha molto scoraggiato. Io mi sento tagliato fuori, forse perché sto in un paese e cerco di seccare gli altri il meno che posso? O sono antipatico, o do fastidio, non capisco… il pubblico non ha più voglia di leggere, la vita moderna distrae in tanti modi che la lettura è l’ultimo e il più faticoso… Scrivere è quasi una impresa disperata… io ne sono sfiduciato. A volte penso che se avessi dei soldi me ne infischierei della letteratura. E di tutte le beghe e le noie di tanta gente sciocca che ci vive e comanda.

Arfelli non si piega alle scelte del mercato editoriale


L’autore non vuole mercificare la propria scrittura, non vuole piegarsi alle leggi del mercato editoriale «cerco solo di poter dire proprio la mia parola e di trovare una mia soluzione, una mia visione e basta», non abbandonerà mai questa idea. Arfelli non smetterà di scrivere, ma terrà tutto per sé, tornando a pubblicare poco prima della sua morte avvenuta nel 1995.


È del 1988, Ahimè, povero me – che Marsilio pubblica nel 1993 – una sorta di memoir in cui l’autore racconta il suo ritorno alla narrazione spinto dal desiderio di sentirsi più vivo. L’autore, inoltre, parlò delle sue nevrosi e delle sue fobie, oltre a far conoscere le sue condizioni di salute.


Il mutismo di Arfelli non fu solo letterario quindi e le scelte editoriali hanno senz’altro contribuito a far precipitare l’autore nell’oblio. È curioso pensare che già nel titolo del suo successo Arfelli abbia scritto la propria condanna, arrivando a essere effettivamente un autore superfluo.

 

Fonti che hanno supportato la scrittura dell'articolo

D. Brullo, Fermi tutti c’è un problema di nome Dante Arfelli, Pangea

F. Ingemi, Riscoprire Dante Arfelli: la scrittura come atto di fede, L’Indice

G. Montieri, Dante Arfelli speranze e miserie vagando per Roma, Il Manifesto