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  • Lidia Zitara

I mondi di Miyazaki, Matteo Boscarol


Da circa venti anni, cioè da quando il nome di Hayao Miyazaki è diventato noto al pubblico più vasto, l'Italia ha iniziato a pubblicare numerosi volumi di saggistica sull'opera e la carriera del regista, con esiti piuttosto altalenanti.

Per la maggior parte si tratta di libri scritti da fan che propongono dei punti di vista interessanti, ma spesso non sostenuti da indispensabili cognizioni cinematografiche, di illustrazione, disegno e tecnica realizzativa di un film d'animazione.

Fa caso a parte l'ottimo Hayao Miyazaki. Il dio dell'anime, Le Mani 2014, del giornalista cinematografico Alessandro Bencivenni. Purtroppo il libro è fuori catalogo, e meriterebbe certo una ristampa.


Si può senza dubbio dire che a oggi la critica italiana su Miyazaki sia piuttosto abbondante, ma disorganizzata e inconcludente. Il fatto stesso che l'analisi di uno dei maggiori registi tout court della contemporaneità sia lasciata al fandom è sconcertante e dimostra quanto sia malignamente radicata nel sistema culturale italiano l'idea che il cartone animato sia un prodotto qualitativamente inferiore rispetto a un film live action.


La constatazione è come quel dolore al fianco che prende dopo una corsa: l'Italia dimostra una vistosa arretratezza sulla cultura orientale, sulla conoscenza della lingua, e perfino sulla traduzione di libri in inglese, editorialmente operazioni più semplici e remunerative (MondoMiyazaki di Susan Napier, tradotto da Dynit Manga nel 2020 ne è un ottimo esempio). Altri paesi europei, come la Bulgaria, hanno invece frequentazioni pluridecennali con la cultura nipponica. Per non parlare della Francia, terra molto amata dai giapponesi, che però non si configura come ponte culturale efficiente e completo.

A questo si aggiunge un ritardo più che denunciato sulle materie artistiche e sulla storia delle arti. Lacunosità sulla cinematografia d'animazione dell'Europa dell'Est e della Russia sono un dato statisticamente riscontrabile.

Dirò anche che la conoscenza del Giapponese è imprescindibile per una critica davvero efficace e incisiva, e che per quanto si acquisiscano informazioni, le persone non nippofone incontrano limiti invalicabili che non è possibile aggirare scaricando informazioni dal web. Questi sono solo alcuni dei problemi della saggistica italiana su Miyazaki, che almeno per qualche anno non credo vedrà un salto di qualità.


Con questa tediosa riserva mentale ho acquistato il libro a cura di Boscarol, critico cinematografico, nippofono e residente in Giappone. Quindi uno specialista e un conoscitore della lingua.

Nonostante la veste grafica gradevole e leggera, al primo sguardo si comprende perfettamente che il libro è destinato a chi ha un'ottima familiarità con le opere di Miyazaki e che l'opera non è rivolta ai neofiti.

I diversi autori sono infatti tutti scrittori, critici o professori, e l'editore Mimesis inserisce il libro nella collana Il caffè dei filosofi. Aleggia il profumo di accademismo che indugia su fenomeni di cultura di massa, senza però rivolgersi alla massa.

La diffidenza iniziale mi ha condotta a un acquisto tardivo, poiché il titolo è andato presto esaurito e ho dovuto attendere la seconda edizione, più ricca e aggiornata della prima (a oggi perfettamente reperibile), acquistata in fretta con il timore che uscisse presto dal circuito librario come già accaduto al volume di Bencivenni, ma poi lasciata lì a sedimentare.


Confesso di essere pentita di non averlo letto prima, perché tra quelli italiani questo si configura come un vero libro di saggistica specializzata e non come il discorso emozionato di un fan.

Sebbene non privo di scivoloni nell'accademismo è gradevolissimo e di lettura quasi elementare. Anche il brano di Abiusi, l'unico scritto con quel tipico modo contorto e tendente al virtuoso dell'accademico impenitente, è decisamente comprensibile e anzi, come ricchezza di spunti di riflessione uno dei più interessanti.

Rimane non apprezzabile il vezzo di anteporre il cognome al nome, una maniera che fu in voga il decennio scorso, per fortuna allontanata dall'editoria italiana che si è allineata altri paesi occidentali per una maggiore comprensibilità dei testi.


Assolutamente inqualificabile la quarta di copertina con un commento tratto dal Fatto Quotidiano in cui si nomina Paperino in modo perfino enigmatico. Naturalmente il nome di Paperino è funzionale alla cattura dell'occhio e a veicolare nell'acquirente l'idea di un testo che parla di fumetti o cartoni animati da bambini.

Questo cliché, già non calzante per Paperino, non si applica affatto a Miyazaki, e la perseveranza con cui viene usato riguardo agli anime è irritante. Sorprende che un commento così fuori posto sia stato adottato come quarta dalla stessa casa editrice.


L'analisi dei contenuti miyazakiani è quasi esclusivamente di tipo concettuale e non tecnico, a parte un brano che tratta l'elemento musicale delle melodie di Hisaishi, anche se strettamente legato all'interpretazione dei film. Il libro avanza per argomenti e non per opera o cronologia.

Si tratta di soggetti e punti di vista molto aderenti agli interessi specifici di ogni autore, che compongono un insieme necessariamente parziale ma molto coerente e non caotico di riflessioni ben esposte. Emergono sia temi portanti di Miyazaki, come la variabile interpretazione del vento e del volo, ma anche analisi molto ben focalizzate su singole scene o dettagli che danno però la chiave interpretativa dell'intero film, come il viaggio in treno di Chihiro (La città incantata 2001).

Molti autori hanno indagato il difficile e contraddittorio Si alza il vento, che tratteggia la vicenda personale e umana di Jirō Horikoshi, l'inventore del caccia Zero, l'aereo simbolo del militarismo giapponese e delle ferite inferte dalla seconda guerra mondiale, tra i film di Miyazaki certamente il più complesso, di difficile analisi e faticoso da interpretare nelle sue infinite sfaccettature.

Senza dubbio meritevole di ogni lode il brano di Terrosi su Mononoke hime, che accenna anche ad alcuni fatti della storia delle religioni orientali, a noi pressoché sconosciuti, che consentono di raccogliere qualche sfumatura sicuramente sfuggita anche a chi ha visto il film molte volte e con grande attenzione.


Il libro non si propone come puramente informativo né come interamente speculativo. È un ibrido tra informazioni, riflessioni e piacevolezza di lettura che anche solo per la particolare alchimia tra stile, qualità dei brani, ricchezza di informazioni e scorrevolezza, diventa immediatamente un cuoricino per chi ama la saggistica, poiché conferma quanto chi vi si dedica già sa, cioè che il saggio non è meno appassionante di un romanzo, anzi, a volte di più.

La considerazione che emerge con maggiore immediatezza è come l'Italia sia perfettamente in grado di produrre una critica professionale e accademica su Miyazaki, includendo aspetti che quella anglofona non è assolutamente in grado di cogliere, come la bellezza grafica, il disegno, gli scenari e non ultimo l'elemento religioso, quasi un illustre sconosciuto tra i testi americani.

Tuttavia la critica su Miyazaki, a parte le poche eccezioni segnalate, proviene dal mondo dei fan e delle fan: forse per una forma di disapprovazione da parte della cultura universitaria nei confronti del cartone animato, specie se giapponese, considerato (ancora) prodotto diseducativo e violento?


Eppure l'Italia gode di una posizione geografica privilegiata e di una posizione storica unica. In quanto Europa, abbiamo potuto largamente usufruire dell'offerta degli anime giapponesi e dei cartoon americani, in egual misura. Abbiamo potuto anche vedere qualcosa di russo e della vasta zona dell'Europa dell'Est, che ha una fortissima tradizione di illustrazione e di disegno animato. Anche l'animazione francese non ci è sconosciuta. Non essendo la nostra una cultura basata sulle distinzioni di razze, come quella americana, molti hanno studiato le filosofie orientali, anche attratti dal riverbero sull'arte, la letteratura e la poesia europea. Non ci mancherebbe quindi la capacità di fornire ragionamenti più profondi e complessi di quelli che a oggi vengono indicati come i testi più dottorali su Miyazaki. Ce ne manca l'interesse, la voglia? L'operazione commerciale non è redditizia?

Queste e altre domande ai lettori e alle lettrici, e la provocazione alle case editrici, indolenti su un argomento di grandissimo interesse e potenzialmente molto gratificante.



Fonti che hanno supportato la stesura dell'articolo


Hayao Miyazaki, Starting point, VIZ Media 1996 – Turning point, VIZ Media 2008

Susan Napier, Mondomiyazaki – Dynit Manga 2020

Dani Cavallaro, Hayao Miyazaki's word picture McFarland &Company 2005 – The late works of Hayao Miyazaki McFarland & Company 2015 – The animé art of Hayao Miyazaki McFarland & Company 2006

Alessia Spagnoli, Hayao Miyazaki – Sovera Edizioni 2009

Raz Greenberg, Hayao Miyazaki. Exploring the early work of Japan's greatest animator – Bloomsbury 2018

Steve Alpert, Sharing a house with the never-ending man –Stone Bridge Press 2020

Gergana Petkova, Hayao Miyazaki and the glocal aspetcs of anime art – Center of Glocal Study Seijo University 2016

Alessandro Bencivenni, Hayao Miyazaki. Il dio dell'anime – Le Mani 2003

Jeremy Mark Robinson, The cinema of Hayao Miyazaki – Crescent Moon 2011