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  • Greta Pinzin

I miei stupidi intenti, Bruno Zannoni

Si immagini un bosco, il limitare di una valle e una tana immersa nel verde dove vive una famigliola di faine. Gli animali parlano tra loro, adoperano utensili umani, dormono sui letti e utilizzano le stoviglie, zappano l’orto e coltivano le verdure. Sembrano vivere esattamente come l’uomo, ma ogni loro azione è svolta solamente con il fine della sopravvivenza. Non conoscono infatti la ragione, non hanno sentimenti, si legano tra loro per la sopravvivenza della specie, le leggi della natura sovrintendono ogni azione; anche la più crudele che, sebbene agli occhi del lettore appaia inspiegabile e cruenta, risponde in realtà alle leggi non scritte del bosco.


Questo è l’impianto narrativo su cui si costruisce I miei stupidi intenti, esordio di un giovane scrittore di soli 26 anni, Bernardo Zannoni, edito da Sellerio e già, a pochissime settimane dalla sua uscita, in fase di ristampa dopo un inaspettato successo di pubblico. Dell’autore infatti non si conosce quasi nulla, troppo poco si ha di lui per provare a inquadrare il contesto di scrittura del romanzo. Tanto che dopo averlo terminato si stenta a credere che provenga da una mano così giovane. Tanto da desiderare di scoprire di più, di capire cosa si cela nella mente del suo autore; quali i significati più nascosti che non si riescono a scovare, quale il fine ultimo.


In un momento in cui ogni dettaglio del quotidiano è ormai alla portata di un veloce clic, avere tra le mani solamente il libro può sembrare poca cosa.


Quella che ci viene offerta è in realtà un’occasione rarissima per poter svolgere un giudizio di pura narrazione, per separare l’autore dalla persona e scandagliare anche gli angoli più remoti delle pagine scritte. Quello che stringiamo tra le mani è un piccolo tesoro; tanto innovativo quanto ambizioso. Non è un caso se il significato del sentimento che si prova a testo concluso, si ritrovi in realtà nel romanzo stesso. I miei stupidi intenti si offre come una lunga e complessa riflessione sul significato della letteratura e della scrittura. Pensare di trovare altro al di fuori del testo è forse solo uno stupido intento: nella parola scritta è già racchiuso il significato ultimo e il suo mistero.


La voce narrante è quella della faina Archy che, in prima persona, ripercorre la sua intera vita. Dalla nascita alla morte, racconta la storia e ci accompagna in un viaggio tanto inusuale quanto affascinante.


Archy vive con la madre e i fratelli in una piccola tana al limitare del bosco, il padre viene ucciso in una disputa durante la caccia e, da quel momento, la femmina è l’unica a doversi soppesare il peso dei cuccioli. Per aiutare la madre, Archy, ancora piccolo, decide di provare a cacciare un nido di uccelli su un ramo; ma, tradito dall’inesperienza, precipita dall’albero ferendosi gravemente a una zampa. Diventato ormai zoppo, è un ulteriore peso per la famiglia e viene così ceduto dalla madre a una vecchia volpe in cambio di qualche gallina.


Da questo momento la vita di Archy cambierà completamente.


Egli diventerà fedele servitore della volpe Solomon, un usuraio che detiene il controllo sulle cibarie della valle e sul sostentamento di molte famiglie del bosco, e di Gioele, il grande cane da guardia, suo protettore. Per Solomon, Archy inizia a svolgere lavori manuali; lo aiuta nelle faccende di casa, coltiva le piantagioni, bada al raccolto e al pollaio, diventando presto agile e forte. Si accorge tuttavia che la volpe possiede qualcosa di misterioso, di cui è affascinata e spaventata allo stesso tempo, e che protegge con tutte le sue forze, anche solo dalla vista del cane Gioele.


Incuriosito da tali oggetti, la faina decide di sfidare la cattiveria di Solomon e, per nulla spaventato dal suo fare minaccioso, chiede informazioni sul loro utilizzo. La volpe, intuito il valore e il coraggio del suo servitore, inizia Archy alla scoperta del pensiero umano; quelli che conserva con così grande timore sono infatti oggetti appartenuti all’uomo, tra cui spicca un pesante libro che Solomon porta sempre con sé e che contiene «la parola di Dio». La volpe insegnerà lui a leggere e a scrivere, a comprendere i messaggi contenuti nella Bibbia, a temerli e a scoprire la morte. L’idea di una fine dell’esistenza, che pur riconosceva presente nel mondo intorno a lui ma mai come sua diretta causa, ne sconvolge le giornate, le azioni e i pensieri, cambia definitivamente la quotidianità di Archy e il suo rapporto con la vita.


Con I miei stupidi intenti, Bernardo Zannoni architetta un grande romanzo, che in parte risente di un significativo bagaglio culturale.


Proviene dalla mitologia antica - nella simbologia dei nomi dei protagonisti come della loro figura animale – e dai grandi narratori ottocenteschi, dall’Oliver Twist di Dickens alla Fattoria degli animali di Orwell, ma anche da opere contemporanee come Firmino di Savage, il piccolo topolino che si cibava di libri, pur muovendosi su orizzonti letterari inusuali nell’odierno panorama editoriale. È un’opera complessa, di difficile decifrazione, scritta senza l’intento di rivolgersi ad un ampio pubblico ma solamente a chi riesce a cogliere sotto le righe quei rimandi, anche filosofici, e quelle riflessioni che hanno mosso il pensiero culturale degli ultimi secoli.


A che cosa serve la letteratura? Perché scriviamo, perché leggiamo? Che cosa ci distingue dal mondo animale, che senso ha la vita? Che senso ha la morte? Si può vivere in eterno? E infine: può la scrittura salvarci dall’oblio?


Sono temi importanti quelli affrontati da questo giovane autore, che solo li abbozza e che non fornisce risposte. Di grande complessità sono le pagine dedicate alla memoria e alla morte: l’immagine del Grande Ceppo, la tana di nessuno, un luogo austero in cui gli animali si recano per aspettare la fine, è tra i passaggi più delicati e cruenti, raccontati con una lingua a tratti poetica e visionaria; tuttavia, così acerba nel descrivere il destino del corpo di coloro che vengono a mancare prima degli altri: è qui che si reca «chi non ha posti dove andare, o altre cose da vedere».


Così, in contrasto, la fine di Solomon, la scelta di seppellire la vecchia volpe consumata dalla vecchiaia sotto il grande melo che sovrasta la valle, Gioele che ne veglia le membra in eterno per evitare l’accanimento di altre bestie; il dolore del cane anziano che si rifiuta di mangiare e che si lascia morire ha così poco di animale da farci comprendere il forte significato allegorico dell’opera. Anche Archy incontrerà l’amore, ne rimarrà turbato e ferito. Lo comprenderà solo come desiderio animale quando, sfinito dalla fame, nell’istinto della sopravvivenza sarà portato a compiere azioni che non lo riconosceranno come creatura di dio, ma come semplice animale. E come tale concluderà i suoi giorni, nella consapevolezza di non essere altro che una faina, ma di aver ricevuto un dono che ancora gli offre la speranza di una fine diversa.


Nelle sue memorie, che scrive e dona, c’è ancora lo stupido intento di sopravvivere all’oblio, di salvarsi e continuare a vivere.


Non è un caso dunque che a ricevere i suoi scritti e a conservali per l’eternità sia l’amico istrice, animale simbolo di protezione. Così come per Solomon, così per Archy, anche per noi lettori questo libro è un piccolo grande tesoro, un luogo dove ritornare e scorgere qualcosa che ci parli di nuovo tra le righe: come un’antica fiaba racconta mondi lontani, quelli nascosti nelle parti più buie della nostra intimità e fa della scrittura un mezzo per intrappolare le paure e le domande cui non sappiamo dare risposta, per rinchiudere «la mia prigione nella carta».


Nel donarlo all’istrice Klaus e a coloro che verranno, Archy ci invita a conservare i libri in eterno. «Ti diranno tante verità, ti faranno male, ma non potranno maiingannarti su quello che sei, su quello che siamo».


I miei stupidi intenti è una lode alla scrittura, un romanzo impegnativo e delicato, che resterà indelebile nella memoria di chi lo leggerà.