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  • Paola Chiesa

Furore, John Steinbeck

Furore è probabilmente il romanzo più celebre di John Steinbeck, sia perché è valso all'autore il premio Pulitzer nel 1940, sia perché è diventato uno dei simboli letterari della Lost Generation e dell'epoca della Grande Depressione negli Stati Uniti d'America.


Ma Furore è anche molto di più, perché, benché sia un affresco spietato, intenso e poetico di un periodo e di un luogo determinati, la sua rilevanza va ben al di là della testimonianza storica. Si tratta, infatti, di un'opera di altissimo valore letterario e di un'attualità quasi sconcertante che si insinua nell'animo del lettore e lo aiuta (o lo costringe) a rileggere anche il proprio tempo e la propria esistenza.

Steinbeck riesce a cogliere e comunicare l'invariante nei mutamenti della Storia: nell'umanità universale dei suoi personaggi, ma anche nella fenomenologia crudelmente autentica del potere, della povertà e pure della speranza.


Furore: la trama e i personaggi


Le tempeste di polvere che decimano i raccolti, i debiti con le banche e l'avvento dei trattori per la coltivazione industriale mettono in ginocchio i mezzadri dell'Oklahoma e di tutti gli stati dell'Est. Centinaia di famiglie sono costrette a lasciare tutto e, illuse da volantini che promettono lavoro e buone paghe, intraprendono il viaggio verso la terra promessa: la California.

La famiglia Joad è una di queste, e le pagine di Furore la rendono indimenticabile, emblematica, ma non dimenticano mai di raccontarla nell'intima singolarità di ciascuno dei suoi componenti.

Generazioni di Joad si ritrovano così su un camion messo insieme alla bell'e meglio: nonno e nonna, Tom padre, Ma', figli, nipoti, uno zio e quel Tommy che raggiunge i parenti all'ultimo, insieme all'ex reverendo Casy.


La trama di Furore viene spesso riassunta nella storia di una migrazione, e lo è, ma non è solo questo: il vero e proprio viaggio verso la California, infatti, occupa circa metà del volume. C'è poi la permanenza, un peregrinare minore e altrettanto necessario alla ricerca del lavoro, ci sono le prese di coscienza, gli incontri, le disillusioni e le speranze che accompagnano la vita dei personaggi.

E la maturazione di quei frutti, The Grapes of Wrath che sono il titolo originale del romanzo:


Nell'anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia.

Difficile individuare protagonisti assoluti, in questo racconto che è corale nello svolgimento e nel significato. Forse Tom Joad, il figliol prodigo uscito di prigione, il ragazzo che è sempre più di ciò che è, come dice sua madre, anche a suo rischio e pericolo. Magari la stessa Ma', roccia su cui tutto si regge, la forza tranquilla che al di là di ogni dolore acconsente sempre alla speranza di futuro e a cui nessuno vede mai perdere il coraggio, anche se di notte le capita, ogni tanto.

E che dire di Casy, uomo di spiritualità e pensiero che agisce senza indugio al momento giusto o di Rosasharn per la quale il viaggio dall'Oklahoma alla California è anche quello da un'adolescenza di illusioni all'età adulta della concretezza…

La verità è che i personaggi di Furore esistono così: individualissimi eppure l'uno accanto all'altro, insieme all'altro. Esattamente come i capitoli del libro, che si susseguono in un'alternanza che non è mai un'alternativa: quella tra le descrizioni poetiche, le riflessioni dell'autore e la voce ruvida ma carica di senso dei personaggi e delle loro vicende.

Anche questo netto rifiuto di contrapposizione stilistica tra alto e basso veicola uno dei messaggi che il romanzo racconta e mostra, senza mai pretendere di insegnare: la lotta dell'uomo contro l'uomo è disumana non solo quando vi si dispiegano i meccanismi dell'economia e della politica, ma lo è in sé stessa, perché nega l'umanità di ciascuno.


La storia di The Grapes of Wrath: un romanzo potente e controverso


The Grapes of Wrath esce in America nel 1939 ed è subito acclamato da pubblico e critica.

L'anno successivo John Ford trae dal romanzo un film di successo con Hanry Fonda, Steinbeck vince il Pulitzer e fa un passo decisivo verso quel Nobel per la Letteratura che gli verrà assegnato nel 1962 «Per le sue scritture realistiche ed immaginative, unendo l'umore sensibile e la percezione sociale acuta».

Il grande successo, però, non mette il romanzo al riparo da attacchi e controversie.

Negli USA, un ampio dibattito sulla veridicità degli scenari narrati da Steinbeck dà vita a inchieste e vere e proprie commissioni dai risultati contrastanti.

In Italia, è Elio Vittorini a segnalare il testo all'editore Bompiani, che traduce il titolo originale in Furore e lo pubblica nel 1940.

La grandezza dell'opera di Steinbeck si riflette anche in quella complessità che permette al romanzo di passare (con qualche taglio) la censura. Da un lato, infatti, Mussolini vi ritrova una dichiarazione di guerra alla borghesia, dall'altro gli antifascisti lo interpretano come un attacco diretto a chi nega i diritti dei lavoratori.

Furore è, in una certa misura, entrambe le cose, ma non è certo riducibile a un pamphlet politico.

Tra la metà degli anni Novanta e l'inizio degli anni Duemila, infine, The Grapes of Wrath viene riportato in auge negli Stati Uniti dall'album di Bruce Springsteen The Ghost of Tom Joad, la cui title track racconta uno dei momenti più intensi della storia, e in Italia dalla prima traduzione integrale uscita sempre per Bompiani a opera di Sergio Claudio Perroni.


Perché leggere Furore oggi?


L'ho scritto all'inizio: Furore non è solo un grande romanzo, è un classico, nell'accezione che Italo Calvino dava a questo termine. Furore aveva, ha e avrà sempre qualcosa da dire al lettore.

Al di là delle controversie, dei premi letterari, e anche del fatto che a noi le descrizioni della situazione dei migranti e le crisi economiche sembrano tristemente delle breaking news, Steinbeck ha sempre dichiarato di scrivere per l'uomo. Per l'umanità che è in ogni uomo.

E che vince, seppur ammaccata, in un finale memorabile, ad libitum, perché Ma' ha ragione anche in questo:


[…] noi ci saremo pure quando loro non ci saranno più. Tom, noi siamo quelli che restano. Non riusciranno a spazzarci via. Noi siamo tosti, noi andiamo avanti. […] Noi non possiamo finire.

Per questo Furore è un libro necessario. Lo è stato per il suo autore che l'ha scritto in soli cinque mesi, lo è per i lettori, perché è raro trovarsi immersi in un racconto che non fa sconti e non permette mai di distogliere lo sguardo, ma nemmeno di lasciarsi andare alla disperazione.

Certo, la speranza richiede responsabilità e grande forza d'animo. Fortunatamente a regalarcene un po' c'è quella poesia concreta e quotidiana che si nasconde sotto la polvere e che pochi, come Steinbeck, sanno mostrarci.