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  • Paola Fontana

Epepe, Ferenc Karinthy

La parola Epepe, titolo del più celebre romanzo di Ferenc Karinthy, appartiene a una lingua sconosciuta e indecifrabile, nella quale il Professor Budai, il protagonista del libro, si imbatte suo malgrado. La vicenda che lo coinvolge è surreale, eppure descritta in modo estremamente realistico. Budai è un linguista ed è diretto a Helsinki per tenere un congresso, ma durante uno scalo sale sul volo sbagliato e giunge in una destinazione ignota. Arrivato in quella che crede essere la città finlandese, il professore realizza che i suoi abitanti non comprendono nessuna delle lingue in cui prova a comunicare e – cosa che lo turba ancora di più – quella in cui si esprimono è per lui inaccessibile.


Per un linguista che conosce almeno una ventina di lingue, è un fatto amaramente ironico e senza dubbio scoraggiante: «Il suo orecchio fine, addestrato a cogliere le varianti e le sfumature più sottili, non riusciva a distinguere altro che un borbottio gracchiante» (p. 26). All’inizio è una situazione semplicemente frustrante, ma in poco tempo si rivela più che disperata. Azioni semplici come procurarsi da mangiare, richiedere un servizio, fare un acquisto, sono delle vere e proprie imprese, e la speranza di ottenere aiuto per poter ritornare nel proprio paese si affievolisce sempre di più. Tra l’altro sembra impossibile capire in quale luogo sia capitato, perché non ci sono elementi caratteristici e la gente del luogo è una mescolanza di etnie e razze diverse. Un aspetto salta immediatamente all’occhio: l’immensa e improbabile densità della popolazione. Budai si rende presto conto che ovunque vada è circondato da una folla fitta, impaziente e rabbiosa. Qualunque sia il luogo che sta cercando di raggiungere, si trova inevitabilmente davanti a file interminabili, composte da individui chiassosi e scorbutici. Camminare per strada è una lotta incessante, perché i passanti assestano calci e pugni nel tentativo di farsi largo e non c’è modo di procedere se non facendo altrettanto. Più volte Budai è costretto ad abbandonare i suoi propositi perché travolto da un’immensa marea di umani strepitanti e rissosi, che gli impedisce di andare nella direzione giusta. Non gli resta che adattarsi ai metodi locali, nonostante l’aggressività non faccia certo parte del suo carattere.


È chiaro, infatti, che Budai non potrebbe essere più estraneo a quel luogo, non tanto perché non comprende la lingua misteriosa che tutti parlano, ma per la sua personalità. La prepotenza non gli appartiene affatto, al contrario lo vediamo più volte compiere qualche gesto gentile e, quando decide di commettere qualche scorrettezza pur di riuscire a fare ritorno a casa, il suo disagio è evidente. Non stupisce quindi la profonda ostilità di Budai per quel luogo, dal quale sembra impossibile scappare:


Odiava quella città, la odiava profondamente perché gli riservava solo sconfitte e ferite, lo costringeva a rinnegare e a cambiare la sua natura e perché lo teneva prigioniero, non lo lasciava andare, e ogni volta che provava a fuggire lo ghermiva e lo tirava indietro. (p.71)

Di fronte a queste innumerevoli difficoltà il protagonista si mostra incredibilmente preparato e attento. Budai sorprende il lettore per la sua creatività e la sua ostinatezza, è apparentemente infaticabile, nonostante i momenti di sconforto. Un aspetto che rende il racconto appassionante è infatti la caparbietà e l’abilità con cui Budai escogita sempre nuovi stratagemmi per fare ritorno a casa o almeno per interpretare quella lingua inintelligibile. Non manca di esaminare accuratamente e in modo sistematico il materiale scritto che ha a disposizione, che si tratti di elenchi telefonici, insegne, libri o documenti di vario genere, nel tentativo di capire quella grammatica oscura. Agisce poi in modo metodico, studiando l’ambiente intorno a sé e prestando attenzione a tutti i particolari utili al fine di trovare un modo di partire e andare finalmente via da lì. Nonostante ciò, Budai non può che constatare che la sua competenza e la sua tenacia sono inservibili in quella città. La perseveranza e la lucida razionalità che mostra nel perseguire i suoi obiettivi è ammirevole, ma per niente fruttuosa.


Come se non bastasse, gli interlocutori di Budai sembrano del tutto disinteressati a quanto cerca di dire, così lo ignorano o lo liquidano frettolosamente. L’impressione che se ne ricava è che a rendere difficile la situazione di Budai non sia tanto l’impenetrabile barriera linguistica, ma l’atteggiamento di gelida indifferenza delle persone intorno a lui. Di fronte a questo fatto, quello della comprensione linguistica sembra quasi un problema secondario: il vero dramma è non avere qualcuno disposto all’ascolto. In quella città frenetica dove la sopraffazione degli altri sembra l’unico comportamento davvero efficace, non c’è spazio per un gesto altruista o per il dialogo. Probabilmente è questo a rendere inutili gli sforzi di Budai, che ha capacità e conoscenze notevoli, ma che si trova del tutto solo nella sua impresa. Non è importante quanto ingegnosi siano i tentativi del protagonista e quanto instancabile il suo impegno, anche una mente brillante ed esperta soccombe in un contesto che la ignora e la penalizza.


Chi legge non può che partecipare dello stato d’animo angosciato e avvilito di questo sfortunato personaggio, anche grazie all’accuratezza con cui l’autore lo descrive. Lo stesso vale per l’infernale ambientazione del racconto: le descrizioni risultano quasi estenuanti per la ricchezza dei dettagli e comunicano perfettamente l’idea di un caos imperante. Questa soffocante abbondanza di particolari restituisce pienamente la sensazione asfissiante provata da Budai immerso nella folla.

Un altro elemento interessante del libro è il lento processo di involuzione che il protagonista attraversa nel corso della trama. Inizialmente la sensibilità di Budai lo spinge a diventare taciturno – visto che ogni sforzo di comunicare con gli altri è del tutto vano – e a isolarsi. Col tempo però subisce una trasformazione radicale, assumendo comportamenti aggressivi e dando sfogo a una furia incontrollabile che sembra essersi impossessata di lui, non esitando a compiere atti vandalici per cui prima provava repulsione. Così, quello che all’inizio del racconto si presenta come un professore colto, distinto e dal carattere mite, diventa rozzo, violento, abbrutito dalle condizioni degradanti in cui finisce per vivere. Budai è inizialmente deciso a non abituarsi a quella città che gli riserva solo fallimenti, «Accettare la situazione, anche in modo inconsapevole, avrebbe significato rassegnarsi, arrendersi, perdere la sola cosa che gli dava speranza: la certezza di essere diverso dagli altri abitanti, di essere uno straniero […] del tutto estraneo a quel luogo» (p.83). Eppure il corso degli eventi smentisce questo intento iniziale. Budai non perde mai la speranza di tornare a casa, ma intanto sembra essere stato assorbito da quel luogo, che ne ha stravolto completamente il carattere. In effetti, una personalità gentile e sensibile non può che essere annichilita in un ambiente simile. L’unica opzione possibile in questo posto è la brutale affermazione del proprio interesse a danno degli altri. Il prezzo per sopravvivere a questa realtà e alle prove esasperanti a cui sottopone è rinunciare alla propria identità e rassegnarsi alla solitudine.