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  • Bendetta Iezzi

Dio di illusioni, Donna Tartt

Forse che una cosa come il «fatale errore», quell’appariscente, cupa frattura che taglia a metà una vita, può esistere al di fuori della letteratura? Io pensavo di no. Ora sono dell’opinione contraria. Tartt D., Dio di illusioni, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2014

Inizia così il romanzo d’esordio di Donna Tartt: Dio di illusioni. È a partire da una domanda che il narratore, il ventiseienne Richard Papen, decide di raccontare questa storia; una vicenda che è la sua, certo, ma della quale è più spettatore che artefice. Richard ci accoglie nella sua verità, facendo abituare il lettore alla sua voce alterata di cui è difficile avere fiducia, una voce a tratti cinica, colpevolmente ingenua.


Donna Tartt nel panorama letterario statunitense non è una scrittrice qualunque bensì il soggetto di un vero e proprio culto.


Quando Dio di illusioni venne pubblicato nel settembre del 1992, Donna Tartt aveva soltanto ventotto anni. Il romanzo era stato venduto con $450,000 di anticipo, una cifra astronomica per un’esordiente. Ancor prima della pubblicazione, il nome e la figura di Donna Tartt avevano assunto tratti leggendari: la giovane scrittrice della «stessa statura di Lolita» appariva come un’intellettuale d’altri tempi, capace di recitare a memoria non solo un numero notevole di poesie, ma anche interi racconti. Ancor prima della pubblicazione, il romanzo ha guadagnato una quantità impressionante di fan entusiasti che ne attendeva gli estratti sul forum dell’autrice.


Donna Tartt ha impiegato otto anni a terminare la scrittura di Dio di illusioni. Ma a seguito della clamorosa fama del romanzo, Donna Tartt è entrata ufficialmente a far parte della ristrettissima schiera di autori di culto; non solo della letteratura americana contemporanea. In pochi anni Dio di illusioni è stato infatti tradotto in ventiquattro lingue.


Dal debutto – in quasi trent’anni di carriera – Donna Tartt ha pubblicato soltanto altri due romanzi: Il piccolo amico e Il cardellino.


Diversi giornalisti in occasione delle pochissime interviste rilasciate dall’autrice hanno provato a indagare la ragione dietro la lentezza della sua produzione. Donna Tartt si definisce una perfezionista; scrivere è per lei un atto che necessita di tempo. I romanzi che escono dalla sua officina devono essere perfetti e rifiniti in ogni aspetto. Spesso il percorso artistico di Donna Tartt è stato paragonato a quello di J.D. Salinger. Entrambi si sono fatti portavoce di una generazione di giovani lettori e dopo un enorme successo mediatico che li ha trasformati in icone, si sono ritirati a vita privata, aumentando di fatto il fascino e il mistero dietro il loro genio.


Protagonista e voce narrante del romanzo è Richard Papen, un adolescente californiano che, grazie al suo talento nello studio, riesce a entrare in un piccolo college d’èlite del Vermont.


Qui rimane affascinato dall’insegnante di greco e latino Julian Morrow. Julian è per Richard una figura mitica, un mentore. Con altrettanta ammirazione, Richard spia il ristrettissimo gruppo di cinque studenti che frequentano gli esclusivi corsi di Julian: Henri, i gemelli Charles e Camilla, Francis e Edmond detto Bunny. Richard è intenzionato a entrare a far parte del circolo di letteratura classica a tutti i costi. Ma solo dopo un primo rifiuto da parte dell’insegnante, riuscirà nel suo intento.


Lo studio del greco antico e del latino sono per i sei studenti un motivo d’orgoglio, il simbolo della loro superiorità intellettuale. Richard scopre negli adepti di Julian dei ragazzi ricchi, spregiudicati, egoisti, uniti da un’amicizia ricca di ambiguità e giochi di potere. Ma lui continua a esserne attratto, sviluppando una dipendenza nei loro confronti. Richard sa di non essere parte del gruppo come lo sono gli altri; lui è piuttosto uno spettatore dall’interno, tuttavia, non riesce a fare a meno di cercare la loro approvazione. Poiché in loro e dietro la figura dell'insegnante vede una forma di elevazione di sé.


Lo studio smanioso dei classici assume per gli studenti di Dio di illusioni una sfumatura mistica.


I cinque ragazzi, inizialmente senza coinvolgere Richard, vogliono scoprire l’universo esperienziale degli antichi, replicare i rituali pagani, conoscere uno stadio d’estati extrasensoriale che ai contemporanei sembra impossibile. La vita dei moderni è ai loro occhi spenta e mediocre. Soltanto nel culto delle lingue morte riescono a trovare un loro posto, una loro unicità. Studiando le forze incontrollabili che s’impadronivano degli antichi greci durante i baccanali, bramosi d’impadronirsi essi stessi di quelle forze, di raggiungere quello stato di estasi e di riconoscere il sentimento del sublime, i discepoli di Julian coltivano una pericolosa illusione.


Essi sono convinti di poter ricreare un’epoca remota in cui essere più vivi, meno umani. I loro tentativi di raggiungere il sublime li portano a compiere un efferato omicidio. Richard si trova suo malgrado coinvolto in una rete di segreti, violenze e sfumati rapporti di potere. L’ammirazione e l’assoggettamento che prova per gli altri componenti del gruppo lo portano a diventare anche lui, assieme a loro, assassino di Bunny, diventato testimone scomodo del loro delitto.


Frastornati dall’uso di sostanze stupefacenti, i cinque superstiti credono di poter convivere con il duplice assassinio. È Henri a guidare il gruppo nella convinzione che nessuno scoprirà i loro misfatti, Bunny in fondo meritava di morire. Ma con il passare del tempo Richard si trova a fare i conti con una verità sempre più complessa e sfumata, una verità che aveva del tutto ignorato e grazie alla quale nessuno può considerarsi innocente.

Alla fine, Julian scopre l’omicidio. Il mentore che aveva guidato i sei ragazzi alla scoperta di un mondo che sembrava pieno di promesse scompare in una notte, lasciandosi la morte di Bunny e i suoi discepoli alle spalle. Orfani di quel padre, i cinque si sfidano in una battaglia mortale. Henri si suicida, Charles perde la vita. Francis, Richard e Camilla restano in una realtà che sembra aver perduto tutto il suo fascino.


Dio di illusioni si conclude con un sogno: Richard si trova in una città che è a metà tra l’antico è il moderno.


Vede sfilare il Partenone, il Colosseo, il Patheon, i monumenti di Mosca. Tra gli edifici Richard vede Henry con la tempia sanguinante, il colpo di pallottola che lo ha ucciso è ancora lì.

«Sei felice qui?» chiesi infine. Ci pensò un attimo: «Non particolarmente; ma nemmeno tu sei molto felice, là dove sei». Tartt D., Dio di illusioni, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2014

Richard, Camilla e Francis non hanno subito alcuna conseguenza legale alle loro azioni. La morte di Bunny è rimasta un delitto senza colpevole, un mistero. Nonostante il racconto delle vicende, Richard sembra intenzionato a non consegnarsi alla giustizia. Il cambiamento dei personaggi, il loro arco di crescita, non è così profondo come ci si aspetterebbe. Dall’inizio alla fine restano egoisti, imperfetti e con una morale irrisolta.


Poco prima della pubblicazione, Donna Tartt aveva scelto per il romanzo il titolo God of Illusion, poi ripreso nella sua versione italiana.


In originale, però, alla fine scelse il titolo The secret history. Il titolo sarebbe una citazione dell’opera di Procopio di Cesarea, scritta nel VI secolo. L’opera di Procopio, proprio come quella della Tartt, parla di una realtà orribile nascosta sotto un’apparente normalità. L’intero romanzo è di fatto una historia così come la intendevano i latini poiché narra gli eventi di un intero anno accademico in ordine cronologico. La storia segreta del romanzo è un insieme di intrighi, non detti, misteri irrisolti.


Il Dio di illusioni del titolo italiano, invece, si rifà a due figure portanti all’interno della narrazione. Il Dio è Julian, l’insegnante che si rivela incapace di guidare i suoi studenti verso la redenzione, ma anche Dioniso, il divino che i giovani inseguono credendo di trovare nel suo culto un modo per alleviare la loro infelicità.


Tutto il romanzo è di fatto costruito su una continua battaglia tra Apollineo e Dionisiaco: Apollo era il dio della ragione e della verità, Dioniso quello del cambiamento e del disordine. Apollineo e Dionisiaco non sono altro che le due forze che convivono e si scontrano nell’essere umano. L’Apollineo è quella spinta che conduce alla civilizzazione, alla convenzione e alla repressione degli istinti primari, il Dionisiaco si disvela nella follia e nella distruzione. Sulla discordia tra le due forze sono costruite le vicende delle antiche tragedie greche.


Dio di illusioni ricalca nella sua struttura proprio questo modello letterario. La tragedia inizia nella pace e termina nel dramma. Henry è la forza Dionisiaca che si scontra con il mentore, padre, nemico e amante Julian, figura apparentemente Apollinea. Henri è anche considerato da tutti i personaggi del romanzo il vero responsabile della loro sorte: è stato lui ad avere l’idea di replicare il baccanale, è stato lui a spingere fisicamente Bunny giù dalla scarpata. Ma la verità – e il lettore ne è perfettamente consapevole – è che nessun personaggio della storia è pienamente innocente. Tutti condividono la medesima colpa e sono puniti con la perdita di ogni illusione.


La critica ha spesso rintracciato nell’opera di Donna Tartt la parabola universale della perdita dell’innocenza. Richard, Henri, Charles, Camilla, Francis e Bunny credono in una favola disperata, sono convinti di poter raggiungere un mondo felice e perduto attraverso lo studio dei classici. Ma la realtà si insidia nella loro convinzione, rivelando loro il costo da pagare per aver tentato di raggiungere un ideale impossibile. La loro perdita dell’innocenze è la stessa che ha vissuto ognuno di noi, seppure con risvolti meno cupi o brutali, raggiungendo l’età adulta. Ed è proprio qui che risiede il fascino che Dio di illusioni continua a esercitare da quasi trent’anni nei giovani lettori.