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  • Edoardo Sanzovo

Dentro le Camere e stanze di Francesco Pecoraro

La recente uscita di Camere e stanze è occasione per riavvicinarsi a Francesco Pecoraro, autore romano già apprezzato per i romanzi La vita in tempo di pace (2013) e Lo Stradone (2019) e per la raccolta di racconti Dove credi di andare, suo esordio narrativo del 2007. Ed è proprio con quest’ultima che si apre Camere e stanze, che, alla prima raccolta di Pecoraro, aggiunge il racconto Tecnica mista (già pubblicato in e-book nel 2014) e quattordici inediti contenuti nella sezione «Altre forme».


Il racconto eponimo di Camere e stanze contiene in sé un elemento cruciale per comprendere la produzione letteraria dell’autore: la dialettica spaziale esterno-interno. Attraverso le parole di Silver, professore di sociologia dello spazio, l’autore espone la teoria che vede la casa come «dispositivo di opposizione poetica al mondo […] col quale ciascuno di noi instaura opposizioni dialettiche elementari» (F. Pecoraro, Dove credi di andare, Mondadori, Milano, 2007, p. 15).


La casa come protezione dal freddo, dal rumore, dal bagnato, dall’esterno appunto. È un tema totalizzante questo: «In ogni istante e per tutta la vita ci percepiamo dentro qualcosa e all’esterno di qualcos’altro, sempre» (op. cit. p. 15). Un tema che attraversa tutta la produzione di Pecoraro, i cui personaggi sono indissolubilmente legati allo spazio, fisico e non, che li circonda: così è per Ivo Brandani, protagonista de La vita in tempo di pace, assorbito da quella Città di Dio (dietro il cui nome si cela Roma) di cui diffida ma da cui è affascinato allo stesso tempo; così è anche per la voce narrante de Lo Stradone, perennemente allacciato alla via che dà il nome al romanzo; così per il piccolo Stefano del racconto North American p-51 Mustang, per cui


casa è proprio quella cosa lì, è il Caldo contrapposto al Freddo […] è il dispositivo supremo di protezione. F. Pecoraro, Dove credi di andare, Mondadori, Milano, 2007, p. 15

Allontanarsi dalla propria camera significa quindi scontrarsi con l’esterno privi di protezione. I due romanzi di Pecoraro sono il racconto di questo scontro con il mondo, con la vita nell’Italia del Dopoguerra, quella vita in tempo di pace che altro non è che «una guerra silenziosa di tutti contro tutti» (F. Pecoraro, La vita in tempo di pace, Ponte alle Grazie, Milano, 2013, p. 226). Ivo Brandani e la voce narrante de Lo Stradone sono due personaggi che trovano in quel pericoloso fuori una serie di altri dentro da cui escono sconfitti: il lavoro, le relazioni, il Partito, l’università, la Città di Dio. Eppure Pecoraro pareva averli avvertiti. Il titolo della sua prima raccolta di racconti è emblematico: Dove credi di andare tuona l’autore ai personaggi dei suoi racconti, tutti artisti o professionisti fotografati in un momento di svolta della loro esistenza, in cui l’uscita dalla loro comfort-zone – o per meglio dire, dalla loro camera – li porta inevitabilmente al tracollo: così è per Silver, poco avvezzo alla vita mondana, che per volere della fidanzata più giovane organizza una festa in casa che si trasformerà in un incubo; così è per Egidio, che durante una riunione di lavoro tradisce la propria filosofia di vita e s’inimica i colleghi e le colleghe; sorte simile anche per l’ingegner Corrazzi, avviato verso una brillante carriera interrotta dalla sua volontà di tatuarsi il volto.


Rappresentativo è anche il titolo dell’ultima sezione di racconti di Camere e stanze: «Altre forme». Nelle ultime pagine della raccolta assumono forme differenti dal solito i personaggi e le ambientazioni di Pecoraro: al tipico maschio adulto dipendente dal Tavor caro all’autore si aggiungono bambini e ragazzini alle prese con pubertà, problemi scolastici e partite di calcio in parrocchia; così come tra una località marittima e una Roma onnipresente si trova spazio anche per le ambientazioni distopiche dei racconti La città indiscussa e La Tavolata. Paradigmatico di questa forma altra è poi il ben riuscito racconto conclusivo della raccolta, che vede per la prima volta Pecoraro confrontarsi con una protagonista, Antonella, alle prese con un lavoro instabile, un figlio non voluto e una scritta su un ponte romano che le ricorda la giovinezza ormai lontana. Tuttavia i temi e i tratti distintivi della scrittura dell’autore sono presenti anche in questi racconti. Ci sono Roma, l’arte, gli aerei da guerra, il tennis, il mare. Difficile non rivedere nei ragazzini qui descritti l’Ivo Brandani bambino narrato negli ultimi capitoli de La vita in tempo di pace. Torna anche l’utilizzo della maiuscola dinnanzi a nomi comuni trasformati così in archetipi, come avviene, a suggellare uno stretto rapporto con le opere precedenti, per Padre e Madre – il primo sempre burbero e scontroso, la seconda dolce e protettiva.


A questo proposito Mi suicido per via dei miliardi di anni è un racconto che in poche pagine racchiude gran parte del pensiero di Pecoraro, delineato con più calma e profondità nelle oltre novecento pagine dei due romanzi, che, soprattutto nello Stradone, assumono talvolta l’aspetto di veri e propri saggi. Un cinquantenne viene trovato morto, è un suicida che lascia scritte le ragioni del suo gesto su dei fogli spillati, tra cui si ritrovano micro e macro-argomenti tipici della produzione dell’autore: a partire dal suicidio in sé passando per il fallimento dell’uomo e della società, cui si aggiunge la disfatta del comunismo, un senso di disillusione che si mescola con la sofferenza della vecchiaia, oltre a tematiche più leggere quali l’arte, il jazz, gli aeroplani, gli scarafaggi.


Insomma Camere e stanze è una lettura perfetta sia per chi vuole avvicinarsi per la prima volta all’autore sia per i più voraci completisti, bisognosi di nuove pagine scritte da una penna unica nel panorama letterario italiano. Una penna che spinge chi legge a ragionare, una penna che diverte anche, e non poco, ma senza mai essere conciliatoria. Una penna verbosa e disinvolta che, soprattutto nei due romanzi, ci svela l’esistenza dei suoi personaggi attraverso racconti di vita e magnifiche digressioni, perché come dice la voce narrante de Lo Stradone:


Sono convinto che vivere consista in un continuo rimpallo e sballottamento tra spazio fisico e spazio mentale […]: lo stabilirsi e il ri-stabilirsi continuo di questo rapporto ha a che fare con lo stare bene e lo stare bene ha a che fare con l’abitabilità di un luogo, che non è oggettivamente misurabile. F. Pecoraro, Lo Stradone, Ponte alle Grazie, Milano, 2019, p. 80.

E difatti chi ha la fortuna di leggere Pecoraro vive un continuo sballottamento tra le lunghe e dense riflessioni intellettuali dei suoi protagonisti e le ricche descrizioni di spazi fisici, urbani e sociali, siano essi la Città di Dio, quella di Mare o i forni Hoffmann de Lo Stradone, da cui si dipanano le storie. E anche qui Pecoraro, architetto di professione, non può esimersi dall’affermare che lo stare bene ha a che fare con l’abitabilità di un luogo. Un luogo che è quella camera protettiva, quella casa in cui il Silver di Camere e stanze «si identifica totalmente», che nel racconto distopico La città indiscussa si fa estremamente precaria: in un futuro in cui per camminare sul marciapiede è necessario pagare un pedaggio, i contratti di lavoro e i soggiorni negli alloggi durano un giorno soltanto.


Cosa direbbe Silver di questa instabilità abitativa?


Fonti che hanno supportato la stesura dell’articolo


Pecoraro F., Dove credi di andare, Mondadori, Milano, 2007.

Pecoraro F., La vita in tempo di pace, Ponte alle Grazie, Milano 2013.

Pecoraro F., Lo Stradone, Ponte alle Grazie, Milano 2019.

Pecoraro F., Camere e stanze, Ponte alle Grazie, Milano, 2021.

Trucco S., Se la casa è l’uomo. Su Essere senza casa di Gianluca Didino, Minima&Moralia, 9 novembre 2020

Zinato E. (a cura di), L’estremo contemporaneo – Letteratura italiana 2000-2020, Treccani, Roma, 2020.