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  • Axel Bongiovanni

Cristo fra i muratori, Pietro Di Donato

Pietro Di Donato è quello che si potrebbe dire uno «scrittore con una missione». Nato a West Hoboken, New Jersey, nel 1911 da Geremio e Annunziata, immigrati italoamericani originari di Vasto, in Abruzzo, Di Donato scrive e pubblica un solo romanzo: Cristo fra i muratori. Il suo manoscritto vede la luce in un anno-cerniera della storia: il 1939. Quello stesso anno, Steinbeck pubblica il suo Furore che gli varrà, nel 1962, il premio Nobel per la Letteratura.


Cristo fra i muratori, che ispirerà poi un film del 1949 di Edward Dmytryk, racconta le vicende autobiografiche dell’autore a partire dal giorno in cui il padre, il capomastro Geremio, benvoluto da tutti e sostegno per la numerosa famiglia, muore in un incidente al cantiere in cui lavora. Sin dai primi capitoli, dalla descrizione in prima persona del corpo dell’uomo straziato e implorante, una cupa ombra si staglia alle spalle del piccolo palcoscenico familiare. È l’ombra del Lavoro, sempre e rigorosamente scritto con la maiuscola. Lavoro che fa rima con denaro. Lavoro che assume le sembianze di un Moloch postindustriale a cui dita, occhi, braccia, gambe e anime di innocenti lavoratori venuti da chissà dove vengono immolati a un dio di acciaio e cemento. Si dice che le fondamenta della Grande Muraglia siano impastate con le ossa di chi ha contribuito a erigerla. Anche quelle scaglie di vetro che chiamiamo «grattacieli», protese verso il cielo come Torri di Babele della modernità capitalistica, poggiano sulle vite di intere famiglie sospinte tra le fauci del Lavoro dalla vacuità dei propri stomaci. L’improvvisa dipartita di Geremio, occorsa proprio mentre la moglie Annunziata attende un figlio, getta l’intera famiglia nel baratro e costringe Di Donato a vestire i panni, pur larghi, del padre e impugnare la sua cazzuola. Questa è la scintilla che dà il via a una narrazione sorprendentemente cinematografica, in cui le scene che raccontano l’intimità familiare si alternano ai primi giorni in cantiere di Paulie, al suo rapporto con i colleghi italiani, con i datori di lavoro e con il vicinato, specialmente il ragazzino ebreo Louis e Gloria, da cui Paul – pseudonimo dell'autore – è contemporaneamente spaventato e attratto.


Tra i tanti frammenti dell’infanzia di Paul, indimenticabile è la visita alla medium dei bassifondi: una donna chiamata «la Storpia». Immersa nello squallore di un appartamento di immigrati come tanti, la donna concede ai Di Donato di entrare in contatto con il loro amato e defunto Geremio. Una superstizione, diremmo noi. Sì, ma subito riportata alla sua funzione originaria: dare speranza, aiutare a elaborare e superare un lutto. A questo momento fa da contraltare un secondo, brutale, incontro: quello che mette di fronte l’intera famiglia di Geremio con l’Ufficio Risarcimenti Infortuni sul Lavoro, algido esempio di rigore burocratico. Qui, il piccolo Paul ha modo di osservare gli Altri; ben vestiti, con il loro americano impeccabile e un profondo disprezzo per gli immigrati italiani, celato alla bell’e meglio dietro un paternalismo che suona pericolosamente vicino a chi voleva convertire i selvaggi a suon di frusta e pretendeva di farlo per il loro bene. Gli italiani, si sa, «sono bravi lavoratori, basta stargli dietro e tenerli d’occhio come una balia. Ma quando non li controlli […] si ficcano in ogni genere di guai» (p.213). Questi due momenti, pur così diversi nella sostanza, se messi in relazione portano a uno straniante rovesciamento di prospettive. In primo luogo, chi dovrebbe proteggere i più deboli e dar loro certezze, lo Stato, si arresta di fronte al pregiudizio mentre chi viene etichettato dal senso comune come un ciarlatano offre un sostegno che potremmo definire quasi terapeutico. In secondo luogo, perché, per un immigrato italiano dei primi del Novecento, senz’altro da offrire se non la fame negli occhi dei suoi figli, è più facile ricevere aiuto dai morti che dai vivi.


Leggere Di Donato è un’esperienza duplice. Sul piano della scrittura si è colpiti, sin dall’inizio, dall’immediatezza e fluidità dello stile. L’autore-operaio, complice un’ottima traduzione di Nicola Manuppelli, stende le parole come malta sui mattoni, con la stessa certosina automazione, il medesimo senso di necessarietà di chi scrive un diario e utilizza le parole come strumento per esprimere (o, meglio, «imprimere») qualcosa. Lontana, dunque, dagli artifici stilistici e dalle furbizie di autori più colti, la scrittura di Di Donato, pur semplice, non è affatto scarna. È, anzi, quasi documentaristica. Il lessico popolare, talvolta grossolano, usato dall’autore rende alla perfezione la parlata imbastardita degli italiani d’America. La ripetizione di frasi, le invocazioni, i balbettii sanno convogliare quel senso di angustia trasposto dalle spoglie stanze di palazzoni zeppi di immigrati all’anima di chi queste stanze le abita. Una dimensione atavica, quella che viene descritta, e che, per il solo fatto di essere ambientata al di là dell’Oceano e non tra le viuzze di un paesino abruzzese, risuona come grottesca dissonanza. L’uomo rude e vitale d’Abruzzo, con i suoi baffi sporchi di vino, la donna formosa e gentile, le tarantelle, le feste paesane, i ricordi, le risate; tutto questo è al servizio dell’America che marcia, che sogna e progetta un futuro che altri costruiranno.


Leggere Cristo fra i muratori, che nel bellissimo titolo originale – Christ in concrete – evoca con chiarezza un’immagine asciutta di caduta delle illusioni, ricorda, per chi ne ha familiarità, quei documentari degli anni Sessanta o Settanta in cui giornalisti incravattati dalla perfetta dizione porgono i loro microfoni alle bocche, storte e sozze, di contadini e minatori, popolani di un’Italia ormai passata. Uguale è lo stridore provocato dall’immedesimarsi, da fuori, in colui che conduce l’intervista ma avvertire, nel profondo, di essere invece identici a coloro che sono intervistati o intervistate. E sentirsi, in quello stesso momento, un po’ tradire quell’umanità che è così autentica in loro. Quasi col timore che la sofisticazione delle nostre parole, la pulizia dei nostri volti e dei vestiti, la banalità della nostra retorica suonino offensivi di fronte ai discorsi stentati e alle gote rosse d’imbarazzo di quei «villani». Di Donato è maestro perché ci trasporta nella realtà di costoro, che non potrebbe essere più distante dall’esperienza esistenziale di un italiano di adesso e che, invece, suona così simile alle storie di migranti che ascoltiamo ogni giorno al telegiornale. Ci comunica la sensazione di finire la giornata con la schiena a pezzi. Di guardare i signori con reverenza e ossequio ma senza invidia, come appartenessero a un’altra razza per nascita. E ci mostra come un sistema di credenze, o illusioni, se vogliamo, abbia la sua ragion d’essere nel mantenimento di un ordine sociale che noi oggi non vediamo più come necessario ma che, fino a pochi decenni fa, era l’unico immaginabile per molti. Questo sistema di credenze, o illusioni, risulta pervertito dalla turbolenta verticalità della piramide sociale americana. Qui, per chiunque è possibile arricchirsi e diventare padroni ma il prezzo da pagare è il compimento del supremo tradimento. Occorre tradire quell’umanità che Cristo rappresenta e che è ben più viva in chi trascina ogni giorno la sua croce, pur sapendo che ci finirà appeso o appesa, che in chi, schioccando una frusta o riempendo di banconote una busta, ordina ad altri di piegarsi e tirare.



Fonti che hanno supportato la stesura dell’articolo


Di Donato P., Cristo fra i muratori, Readerforblind, Ladispoli 2021;


Cavestri A., Cristo fra i muratori, LoScrivodaMe, 22 febbraio 2022;


De Rinaldis G., Cristo fra i muratori o la bellissima ingenuità, Il rifugio dell’ircocervo, 28 febbraio 2022;


Salustri G., Cristo tra i muratori. Quando gli abruzzesi erano “crocefissi” tra i palazzi d’America., Qualche riga d’Abruzzo, 15 ottobre 2014;