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  • Maria Teresa Trucillo

Consolazione, Michele Orti Manara

Tremate tremate, le streghe son tornate! O sarebbe meglio dire «sono nate», in questo romanzo che è un po’ genesi e un po’ apocalisse. Consolazione di Michele Orti Manara (Rizzoli, 2022) attraversa e trascende generi diversi – gotico, noir, fantastico, distopico; è la storia di una sopravvivenza al trauma; è un racconto-fiaba sulle conseguenze del dolore.


In principio fu il sangue. Quello che ancora macchia le pietre del sagrato dove don Antonio si è spiaccicato volando dal campanile, quello che scorre tra le gambe di Teresa marcando il confine tra ciò che era e ciò che doveva diventare, quello che Sandrone annusa nella notte del Brivido quando incrocia il suo destino a quello della bestia; e come un filo rosso e obliquo il sangue attraversa tutta la storia della piccola comunità di Roccasa, apre le danze – «Prithee, my dear» – e chiude il cerchio, caricando il racconto delle sue verità e dei suoi segreti.


Roccasa è una manciata di costruzioni e un campanile delimitati da un monte, il Severo, un fiumiciattolo, l’Anguilla, e alcune macchie di boschi fitti. Esistono strade che portano ai paesi vicini, ma silenziose e deserte, delimitate da cippi. Sembrerebbe uno scenario campestre, bucolico, di quelli in cui le api ronzano e le risate dei bambini risuonano argentine; ma non è questo il caso di Roccasa, addormentata in un sonno rabbioso, isolata e circoscritta come in una palla di vetro. La Storia di Roccasa è stata segnata da una violenza perpetrata dall’intera comunità e da una maledizione risvegliata da un terremoto: in un arco temporale lungo cinquant’anni, la narrazione salta tra presente e passato seguendo le vicende degli abitanti del paese, di quelli che hanno vissuto il Brivido e di chi ne subisce passivo le conseguenze.


«Il primo sintomo è stato il mal di testa». Gli uomini si svegliano con grandi capogiri da post sbornia, anche se non hanno bevuto nulla. Il cervello annebbiato impedisce loro di ricordare cosa hanno fatto alle mogli la sera precedente; sembrano non fare caso agli occhi neri e tumefatti delle donne. Il patriarcato di Roccasa non è solo strutturale: è un sistema di valori che cerca l’ordine, il controllo e l’imposizione di regole nette sull’irrazionale.

Le donne si riuniscono in chiesa, ma non per pregare – la religione non ha senso a Roccasa, dove il soprannaturale lascia poco spazio all’immaginazione. In questo clima immobile e rassegnato, assecondando un bisogno più che un istinto, nasce la stirpe delle sarachìe, figure a metà tra santoni e fattucchiere, che guariscono in poche ore gli arti offesi delle donne con il pretesto di creme e unguenti e ne accolgono il dolore durante il rito della Consolazione.


Mettiamola così: all’inizio la gente crede in qualcosa, poi qualcuno inizia a dubitare, il dubbio contagia gli altri e pian piano la credenza muore. Una volta che è morta non c’è più nessuno che sia in grado di dire molto al riguardo, ma capita che resti ancora qualcuno in grado di fare qualcosa al riguardo, anche senza avere le idee chiare in proposito.

Sono strane creature, le sarachìe. Non scrivono nulla: si tramandano i segreti oralmente, di madre in figlia. Sono schive e durante il giorno vengono guardate con sospetto; ma la notte le donne bussano alla loro porta, chiedendo di essere liberate dal male. Le sarachìe sembrano essere custodi di un delicato gioco di equilibri, anche se il confine tra bene e male è labile. Cosa davvero facciano le sarachìe – come onorino, cioè, il patto tacito di offerta in cambio del sonno della bestia, è un mistero a cui il paese non può, forse non vuole, avere accesso: equivarrebbe a dare un nome al problema, e nessuno ne parla, a Roccasa. La solidarietà, anche tra chi troverebbe una comunanza nel dolore, non esiste. La consolazione portata avanti dalle sarachìe è soprattutto una cura psicologica: quella della condivisione.


Antagonista delle sarachìe è Dora, un personaggio che porta inciso sulla pelle del volto il terrore del Brivido. Dora odia Nives, come aveva odiato sua madre Dolores e sua nonna Ava prima di lei: come possono permettersi, quelle donne barbagianni, la tracotanza di chi sfida il soprannaturale? Le cure delle sarachìe, i loro intrugli, sembrano minimizzare la testimonianza perenne del suo viso sfigurato. E così la rabbia di Dora trascende la sua aura per abbracciare il paese intero e chiuderlo in una cupola in cui il tempo ha regole diverse e tutto sembra ripetersi all’infinito – il nonno di Elvezio è veterinario come poi lo sarà suo figlio e il figlio di suo figlio. Roccasa come Westview, la cittadina dell’universo Marvel presa in ostaggio da Wanda Vision nella serie tv omonima (2021). Anche Wanda, come Dora, vive il trauma della perdita; anche le spalle di Wanda – strega potentissima –, come quelle di Dora, non sono forti abbastanza per sopportare il dolore, e le comunità di Westview-Roccasa vengono costrette a condividere questa sofferenza, a esserne intrappolate, a riviverla come una infinita canzone di sottofondo.

Per quanto ancora riguarda Roccasa, ciò che più di tutto salta agli occhi è l’assenza: quella delle forze dell’ordine, o di un sindaco, o di una qualsiasi forma di autorità. I preti – sia don Antonio suicida che il suo rimpiazzo, don Ettore – vengono quasi derisi e ridotti a simbolo di una superstizione, di una favola per menti leggere; il ricordo pallido e anacronistico di un passato che non trova spazio nel presente ciclico di violenze. Sono proprio questi vuoti e la totale mancanza di interazioni con il mondo esterno – la modernità si schianta sui cippi prima di raggiungere il paese – a esasperare l’atmosfera onirica in cui galleggiano i personaggi di Roccasa, rarefatti come la scrittura di Michele Orti Manara.


Se è vero che l’invenzione di un contesto immaginario è ispirata direttamente dal mondo in cui viviamo, è altrettanto vero che la nostra quotidianità è sempre più intrisa di narrazioni fantastiche provenienti da romanzi, film, serie televisive, fumetti o videogame. Consolazione assorbe e rielabora tantissime suggestioni provenienti da ambientazioni horror più o meno tradizionali – stregoneria da New England nel ‘600, flagelli satanisti, ruoli definiti dal genere, ritualità e mostri –, da simbologia religiosa –l’Albero, la Bestia – e da pezzi di cultura pop – Roccasa, per esempio e su indicazione dell’autore stesso, è l’anagramma di Carcosa, cittadina fittizia nella serie TV True Detective (2014). Il world-building viene arricchito graficamente dalla mappa che si trova all’inizio del libro e che stilizza il villaggio nei suoi punti chiave: il monte Severo, il pozzo, la chiesa, il fiume, e sulla sinistra, più grande degli altri, un albero bitorzoluto con radici grasse, in cui nascondere orrori.


Consolazione non è un libro per chi voglia schierarsi e fare il tifo per i buoni di turno, anche perché i buoni non esistono. Ci sono solo le storie e le loro ambiguità; e quelle sopravvivono sempre, non c’è sarachìa che tenga.