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  • Axel Bongiovanni

Confessioni di una maschera, Yukio Mishima

«La sofferenza che stavo provando era di una chiarezza cristallina […]. Tanto sconfinava dalla solita piega delle comuni emozioni umane, ch’ebbi perfino difficoltà a riconoscerla come sofferenza. Se avessi dovuto cercare di descriverla, avrei potuto paragonarla soltanto a quella di un individuo che aspetta il rombo del cannone di mezzogiorno in una radiosa mattina, […]. La sua, è l’impazienza spasmodica di attendere un evento lungamente ambito che tarda a prodursi; il suo, è l’orribile dubbio che possa anche non prodursi mai, dopotutto. Egli è l’unico uomo al mondo a sapere che il cannone di mezzogiorno non ha sparato quand’era il suo momento.» Mishima Y., Confessioni di una maschera, Feltrinelli, Milano 2002, p.181

Nato a Tokyo nel 1925, Yukio Mishima, pseudonimo di Kimitake Hiraoka, fu un autore, drammaturgo e saggista giapponese, tra i protagonisti della rinascita narrativa novecentesca nel Paese del Sol Levante. Pubblicato sin da subito in Occidente, Mishima produsse, nel corso dei quarantacinque anni della sua vita, oltre venticinque romanzi, alcuni saggi, racconti e testi per il teatro tradizionale giapponese Kabuki.

Confessioni di una maschera è il suo romanzo d’esordio. Pubblicato nel 1949, è assimilabile a un romanzo di formazione intriso di elementi autobiografici che ripercorrono, con fedeltà intermittente, gli anni della giovinezza della vita dell’autore alle prese con i dubbi, gli struggimenti, le autoillusioni di un giovane omosessuale giapponese della metà del Novecento.

La storia di Mishima non è semplice da raccontare. Da una parte, la lettura di Confessioni di una maschera ci pone di fronte una storia di vita interiore che mai, neppure per un istante, si crede artefatta. Dall’altro, bisogna fare i conti con il Mishima uomo, spesso contraddittorio. Frequentò i locali gay della capitale giapponese per tutta la vita, intessendo relazioni con svariati uomini, da cui la famiglia ha sempre preso le distanze. E, nonostante questo, si sposò, ebbe figli e fu un vero e proprio faro per i nazionalisti giapponesi tanto da giungere, nel 1970, a commettere il suicidio rituale dei samurai (il seppuku) nell’ufficio dell’esercito di autodifesa, di fronte a un migliaio di soldati, a giornali e televisioni.

Prima di squarciarsi il ventre con una lama insieme ai più fedeli membri del Tate no Kai (letteralmente Società dello Scudo), associazione patriottica da lui stesso fondata, Mishima tenne un discorso tratto dall’ultimo saggio contenuto nella sua raccolta Lezioni spirituali per giovani samurai:


Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l'esistenza di un valore superiore all'attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo.

Spesso, e a torto, considerato in Europa come una sorta di fascista e assimilato a un D’Annunzio in salsa orientale, Mishima, benché animato da un spirito fieramente patriottico, fu in realtà convintamente apolitico. Cruciale, nella sua vita come nel romanzo, è il tema della Morte, menzionata sempre con la lettera maiuscola.

Sin da quando il Mishima narratore (mai pienamente sovrapposto al Mishima uomo) riesce a spingere indietro i suoi ricordi, la malattia sembra essere stata parte della sua vita. Da bambino, debole ed emaciato, stringe un legame viscerale con la letteratura. Proprio tra i libri di fiabe dell’infanzia nasce la sua curiosità verso i corpi, virili o efebici, dei cavalieri. Parimenti, nasce e si sviluppa in lui una sessualità in costante dialogo col sangue, con le ferite che squarciano le carni dei giovani ritratti tra le pagine, con la Morte violenta che li coglie, donando al narratore-bambino un’estasi pagana, un piacere quasi primordiale, inumano. Alla sua infanzia appartiene un ricordo che per sempre permarrà, condizionandone la vita: una processione di giovani campagnoli, la cui uniforme estiva mette in risalto i corpi guizzanti, pieni di vita e di sangue, si trova a passare vicino alla casa in cui egli vive con la famiglia.

In questo momento, la presa di coscienza di un’unicità ancora senza nome lo porta a spalancare il sipario di quel palcoscenico, di quell’immensa mascherata, che immagina essere la vita. Dall’attrazione per Omi, compagno di classe ripetente, alla totale insensibilità verso le ragazze, che muovono in lui soltanto un senso di indifferente curiosità, il narratore ammette: «alla fine dell’infanzia ero fermamente convinto che […] avrei dovuto recitare la mia parte sul palcoscenico senza mai tradire, neppure una volta, il mio autentico io». E «poiché a quel convincimento andavano unite un’estrema inesperienza e ingenuità, […] restavo sempre virtualmente sicuro che tutti gli uomini s’imbarcassero nella vita in questa esatta maniera.» (p. 93).


Comincia così un viaggio nella guerra personale del protagonista, fatta di continue prove e controprove, dei test a cui si sottopone, delle illusioni che diligentemente si somministra, come medicine per sopprimere il suo vero io. Per mascherarlo, appunto, rimandandone indefinitamente la realizzazione. Alla guerra intima, diremmo con un lessico moderno psicologica, fa da sfondo un’altra guerra, questa volta reale, che il Giappone imperiale combatte contro gli americani. Una guerra fatta di bombe sganciate nel cuore della notte, di sirene che ululano nell’oscurità, penetrando i sogni dei dormienti. La guerra di un paese che richiama i suoi figli a perire combattendo ma giudica più utile spedire il protagonista in fabbrica, in ragione della cagionevole salute. Ed è durante questo periodo di lavoro forzoso che il narratore coltiva la conoscenza della dolce Sonoko, sorella di un intimo amico della scuola, e pensa alla Morte. La desidera, la agogna come soluzione finale al problema del quando; si trova a fantasticare su una morte gloriosa in battaglia ogni qual volta le sirene della contraerea fischiano nell’aria. E, a corollario alle continue contraddizioni del suo animo, quando il bombardamento inizia, «quello stesso aspirante a morte gloriosa si lanciava a corsa pazza verso i rifugi, seminando tutti quanti dietro di sé…» (p.115).


Ma intanto la frattura tra il mondo interiore delle sue fantasie omoerotiche, la sua brutta abitudine, come viene chiamata nel romanzo, e la vita vera, conforme alla rigida etichetta dell’alta società giapponese, si fa sempre più ampia. Il protagonista-narratore avvia una relazione romantica con la virginea Sonoko, a cui dà il suo primo, indesiderato, bacio, ma si trova costretto a concluderla bruscamente quando la famiglia di lei insiste affinché i due si sposino. Le ultime pagine del romanzo rinnovano la crudezza di una vita in cui tutto ciò che è genuino è proibito, e come tale relegato nel fondo del pozzo dell’interiorità; di converso, ciò che è agito sembra vero a chiunque eccetto a colui che, schiavo della sua maschera, lo agisce. E proprio in questa continua indagine del proprio essere diverso sta il nucleo sincero del romanzo. Romanzo che, per altri versi, è solo una pseudo-autobiografia. Ma i tentativi che il protagonista compie per illudere gli altri e sé stesso sono veri e dolorosi come le fantasie di Morte e violenza che popolano il suo immaginario erotico. Non v’è alcuna incertezza circa la natura genuina dell’autoanalisi compiuta nel romanzo. L’impostura suprema che il Mishima narratore compie lo porta a manipolare la stessa matrice fisica delle sensazioni che prova, delle sue inclinazioni naturali, quasi volesse dar a intendere a sé stesso che questi ultimi, e non la sua recita, siano frutto d’artificio.

Al tempo stesso, la violenza della finzione è tale da plasmare la crescita del Mishima narratore, fino a lasciarlo maschera più che uomo di carne.

Una violenza di questa natura può nascere, forse, soltanto dal non amare sé stesso. E questo, in definitiva, appare essere il tratto saliente di un uomo i cui tentativi di essere normale, in una chiave eteronormativa della società, sempre finiscono per puzzare di colpa. Cosicché anche l’innamoramento, che egli crede autentico, per Sonoko, unico altro personaggio di rilievo delineato nel romanzo, è messo in dubbio. Ogni sentimento, perfino il più puro, assume i contorni trasfigurati di un patetico attorcigliarsi di pensieri, di un enigma già risolto. E, nel momento in cui la recita dei sentimenti e delle finzioni raggiunge la sua spannung, il narratore rivela a sé stesso che la sua coscienza «era pungolata dalla felicità di essere amato. O forse agognavo a qualche infelicità ancora più decisiva» (p.170).




Fonti che hanno supportato l’articolo

D’Aniello T., Confessioni di una maschera di Yukio Mishima, Sololibri.net, 9 dicembre 2013;

Mishima Y., Confessioni di una maschera, Feltrinelli, Milano 2002;

Mishima Y., Lezioni generali per giovani samurai, Feltrinelli, Milano 2014;

Stokes H.S., The Life and Death of Yukio Mishima, Rowman & Littlefield, Lantham (Maryland) 2000 (pp. 30–32).

Date M., Judicial record of Mishima Incident, Kodansha 1972 (pp. 117–122).