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  • Sara Curzel

Colazione da Tiffany, Truman Capote

Ponete il caso di trovarvi nella New York del 1943, per la precisione nell'Upper East Side. State uscendo dal bar di Joe Bell, dove avete appena preso un cocktail. Ecco, girando l’angolo, vi troverete tra la Settantesima e l’Ottantesima. C’è un palazzo di arenaria, con una scala antincendio, proprio accanto a quella chiesa con il campanile azzurro. La porta nera e le persiane grigie del piano terra si trovano appena saliti i gradini e se date un’occhiata alle caselle postali ne troverete una con un curioso biglietto da visita che, in una scrittura molto elegante, recita: Signorina Holiday Golightly, In viaggio.


È probabile che la suddetta signorina Golightly si trovi davvero in viaggio, oppure sia nel suo letto a dormire perché ha fatto le ore piccole e per rientrare a casa, avendo scordato le chiavi del suo appartamento, ha suonato nel cuore della notte a uno dei suoi vicini. Forse a quello del piano di sotto o forse al signor Yunioshi. Il giovedì di sicuro non la trovate perché prende il treno delle 8:45 diretta a Sing Sing. Sì, avete capito bene… È una storia lunga. Magari trovate il suo gatto rosso sulla finestra, non ha un nome, lei dice di non avere il diritto di dargliene uno. Sono entrambi indipendenti ed entrambi devono trovare il loro posto nel mondo. Se, invece, passate semplicemente in uno di quei giorni nei quali ha la strizza, uno di quelli nei quali sente che sta per succedere qualcosa di brutto, ma non sa cosa, beh in quei giorni, allora, la trovate da Tiffany. Tutto piuttosto schematico? È probabilmente tutto l’opposto. Perché Holly è «un bluff. Ma un vero bluff».


Holly Golightly è probabilmente uno dei personaggi più leggeri, quasi impalpabili, quanto drammatici che si possano trovare nel mondo della letteratura. È certo una gran testona, impossibile da dissuadere quando s’intestardisce su qualcosa, anche e soprattutto quando si tratta di pensare e agire verso un determinato termine: l’appartenenza.


Io amo New York, anche se non è mia nel modo in cui dev’esserlo un oggetto, un albero o una strada o una casa, qualcosa, in ogni caso, che mi appartiene perché anch’io appartengo a lei. Colazione da Tiffany, Truman Capote, Garzanti, p. 88

La ragazza creata da Mr. Capote è selvaggia, non può e non vuole essere ingabbiata, addestrata o, a ogni modo, salvata. Lei stessa non riesce a sopportare di vedere niente in gabbia, qualunque cosa sia, nemmeno se si tratta di pensare all’eventualità di comprare una di quelle vecchie e grandi gabbie per uccelli che stanno in bella mostra in alcuni negozi, o quando si tratta di dare un nome a un gatto salvato sulla riva del fiume. Holly vive perennemente in un viaggio, alla ricerca di se stessa, ma soprattutto alla ricerca di un luogo al quale appartenere. Di nuovo. Questa è la parola chiave, il leitmotiv della sua vita.


Io non voglio essere padrona di niente finché non saprò di averlo trovato, il posto dove io e le cose siamo legate tra noi. Colazione da Tiffany, Truman Capote, Garzanti, p. 41

A pensarci bene, Holly è uno di quei personaggi stratificati e reali, di quelli che, scavando più nella profondità dell'aspetto esteriore, nascondono un animo spaventato e la sua storia lo testimonia. Ha il terrore di essere lei stessa l’animale in gabbia, ma è anche stanca di stare da sola. Vuole apparire come un’anima che si prende una perenne una vacanza fuori dalla vita, ma lotta contro la sua natura, il desiderio di libertà, e il bisogno di stabilità. Perennemente in compagnia delle persone sbagliate, ma comunque in compagnia. È per questo che il narratore della sua storia, quel vicino del piano di sotto, la definisce una romantica squilibrata. Una ragazza della quale è difficile non innamorarsi, ma allo stesso tempo un tipino dal quale ci si allontana anche facilmente.


Insomma, Holly è sì un bluff. Ma un vero bluff. È un reale frutto dell’immaginazione di Capote, ma c’è di più. Ci sono un paio di punti interessanti nella storia di Capote sul modello che ha ispirato la sua Holly, ma anche su quello che ha ispirato il narratore della sua storia. In gran parte, il narratore suona come una personificazione dell'autore stesso. Nel 1933, Capote si trasferì a New York per vivere con sua madre e il suo nuovo marito, si diplomò al liceo nel 1942 e iniziò a lavorare presso il New Yorker. Durante questo periodo iniziò anche la sua carriera di scrittore. I punti di contatto fra lui e il narratore sono molteplici. E Holly?


C’è un'altra fonte biografica: la madre di Capote, Lillie Mae (un'evidente somiglianza con il vero nome di Holly, Lulamae) aveva uno spirito non molto diverso dalla ragazza creata su carta e inchiostro, ha anche cambiato nome quando ha lasciato suo figlio ai parenti per trasferirsi a New York. Nato come Truman Streckfus Persons, i genitori di Truman divorziarono quando lui aveva quattro anni e lui andò a vivere con i parenti di sua madre, appunto, a Monroeville, in Alabama. Quando poi si trasferì a New York prese il cognome del nuovo marito di sua madre, Capote, appunto. Pare, quindi, che lo scrittore abbia messo molto di sé in questo romanzo.


Ma torniamo da Holly, qualche anno più tardi. È sempre la ragazza perennemente in fuga e perennemente proiettata verso un approdo, che sembra non arrivare mai e che, quando arriva, si rivela non essere quello giusto e sicuro che lei sognava. Perennemente in conflitto con il senso di appartenenza e di libertà, due concetti che nella sua testa, nel suo cuore, sembrano non poter andare di pari passo. Le brutte vicende passate durante l’infanzia, certo, l’hanno segnata, anche se dal racconto, quello scritto dal suo “vicino del piano di sotto” proprio ora, mentre state guardando il palazzo in arenaria, s’impara a conoscerla come una ragazza che si rifiuta di rimanere a terra, anche quando un uomo gentile le offre un rifugio, un riparo sicuro e una famiglia. Una ragazza con un obiettivo, che ha deciso di lavorare sodo per arrivare ad afferrare, rifiutandosi di accontentarsi di meno.


Insomma, dov’è adesso che siete tornati davanti a casa sua? La risposta non è chiara e, forse, preferiamo che le cose stiano così…


Non puoi dare il tuo cuore a una creatura selvatica: più lo fai, più forti diventano. Fino a quando sono diventate tanto forti da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. Colazione da Tiffany, Truman Capote, Garzanti, p. 77

Lei stessa lo confessa, lo ammette, di sapere qual è il prezzo della sua libertà e quale destinazione solitaria e forse anche un po’ deludente l'attende alla fine del viaggio:


è meglio guardare il cielo che viverci; un posto così vuoto, così vago, solo un paese dove va il tuono e le cose scompaiono. Colazione da Tiffany, Truman Capote, Garzanti, p. 77

In questo modo possiamo immaginarla ancora in viaggio, in Africa, magari, a posare come modella per una scultura, in una fattoria piena di cavalli in Messico, o in qualsiasi parte del mondo a suonare con la chitarra e canticchiare quella sua canzoncina dai toni agrodolci…