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  • Edoardo Sanzovo

Chiudere una storia

In una recente intervista Davide Orecchio, autore di Storia aperta, riferendosi al cosiddetto secolo breve, definisce il Novecento un secolo in realtà lunghissimo. Un secolo che Pietro Migliorisi, protagonista del suo nuovo romanzo, attraversa nella sua interezza.

Pietro Migliorisi è nome già noto a chi ha avuto la fortuna di leggere l’ottimo libro d’esordio di Orecchio Città distrutte: sei biografie infedeli (2011), in cui, tra le varie pseudobiografie che mischiano ricerca storiografica e inventiva narrativa, ve n’è anche una ispirata ad Alfredo Orecchio, intellettuale comunista e padre dell’autore. Già in occasione di quel primo assaggio della vita di Orecchio/Migliorisi, il cui racconto in quel caso s’interrompeva con la fine della Seconda guerra mondiale, l’autore prometteva di approfondire in futuro la vita dell’alter-ego del padre:


«[…] prometto che presto (o tardi oppure mai) escogiterò nuove pagine, racconti, dettagli. Mostrerò gli errori, le delusioni, descriverò ogni ruga con la precisione di un pittore di parole». Davide Orecchio, Città distrutte: sei biografie infedeli, Gaffi, Roma, 2011, p. 143.

Promessa rinnovata nel racconto Il mondo è un’arancia coi vermi dentro contenuto in Mio padre la rivoluzione (2017), raccolta unita dal filo rosso della Rivoluzione d’ottobre e del comunismo:


«Quando racconterò Pietro Migliorisi? Me lo domando da molto mentre accumulo materiali, fonti edite e inedite, primarie, secondarie e annuso l’epoca come se un archivio ne custodisse gli aromi. Il lavoro prosegue». Davide Orecchio, Mio padre la rivoluzione, Minimum Fax, Roma, 2017, p. 215.

Ed ecco che, a dieci anni (e quattro libri) dal primo incontro con Pietro Migliorisi, Orecchio con Storia aperta mantiene la promessa fatta e porta a frutto un lavoro di ricerca lungo vent’anni, cominciato nel 2001, poco dopo la morte del padre. Perché Storia aperta è un libro di ricerca – a confermarlo le quasi cento pagine di fonti e materiali consultati dall’autore e apposti in appendice al romanzo – che unisce verità e finzione, tratto caratteristico anche delle precedenti pubblicazioni di Davide Orecchio, nei cui lavori si riconosce la sua formazione da storico. Ma è anche un libro che ha nella scrittura la sua forza, perché Orecchio è scrittore vero, che nel raccontare una vita lunga oltre cinquecento pagine dimostra abilità nella gestione del ritmo e delle pause narrative, necessarie in un’opera di tali dimensioni.

Storia aperta è dunque il racconto di una vita, quella di Pietro, nato a Enna nel 1915. Prima giovane intellettuale fascista, volontario nella campagna di Somalia ed Etiopia, da cui a soli ventun anni torna inevitabilmente cambiato; poi, con lo scoppio della guerra, è soldato controvoglia nella fallimentare spedizione in Grecia, cui seguirà una maturazione politica che lo vedrà prima essere arrestato per aver tramato contro la vita di Galeazzo Ciano, poi unirsi ai Gap di Roma nella lotta per la liberazione della città. In questa prima parte del romanzo viene rappresentato il conflitto interiore di un giovane ragazzo cresciuto e educato nel regime fascista, che pian piano prende coscienza delle sinistre storture di ciò in cui crede (viene naturale il rimando a Fiori italiani di Luigi Meneghello); ma è anche la lacerazione di una convinzione che ha scandito la prima parte della vita di un uomo: si assiste dunque alla liberazione da un incantesimo e a confermare quest’elemento ipnotico dell’educazione fascista sono le continue triplici ripetizioni di frasi come: «Oggi ho ucciso tutto il mio fascismo, oggi o mai più, oggi o mai più, oggi o mai più» (Davide Orecchio, Storia aperta, Bompiani, Milano, 2021, p. 241) o «[…] vedo il futuro dove sto andando, ed è rosso, è rosso, è rosso […]» (ivi, p. 242); «[…] non sono fascista, non sono fascista, io non sono fascista» (ivi, p.135).


Una cantilena che prosegue nella seconda parte del romanzo, perché la macchia della gioventù fascista di Pietro lo insegue anche nel dopoguerra e mai si cancellerà: ora Pietro è comunista, scrive per un giornale e insegue il sogno di diventare scrittore, di «mostrare il gigante d’inchiostro che ha[i] dentro»; ma in realtà la sua unica aspirazione è quella del riscatto, quel «riscatto umano» di cui Italo Calvino parla nella prefazione del 1964 al suo Il sentiero dei nidi di ragno e che riguarda chiunque si sia battuto per la liberazione, «anche […] chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché […]».Eppure Pietro l’ha avuto un perché: il suo non essere più fascista, il suo essere diventato comunista. E al comunismo dona infatti la seconda parte della sua vita, alla disperata ricerca di una figura paterna all’interno del partito (Togliatti, Di Vittorio, Berlinguer), perché Pietro ha «l’ossessione dei capi e dei padri». Piano piano però anche il comunismo svela i suoi lati oscuri (il ’56; i gulag di Stalin; la resistenza tradita) e va sgretolandosi, ma persiste in Pietro il desiderio di uguaglianza, la rabbia verso i ricchi e i padroni del mondo, uniche certezze nella sua vita insieme all’amore per Michela, moglie da cui è stato lasciato una volta finita la guerra, in quanto reo di aver tradito il fascismo, e che gli intima di non cercarla, ma promette che gli scriverà tenendolo aggiornato sulle sorti di Vasco, loro figlio.


Ed è proprio la corrispondenza con Michela, insieme ad altri brevi capitoli ucronici in cui ci vengono raccontate possibili vite alternative di Pietro, a modulare i cambi di ritmo del romanzo che da serrato (anche a causa dell’utilizzo di asindeti, polisindeti, anafore e frasi brevi scandite da continui punti fermi) si allenta lasciando respiro a chi legge la bella prosa di Orecchio, che, come nelle sue precedenti pubblicazioni (su tutte l’ottimo romanzo Stati di grazia e Il regno dei fossili), non disdegna la sperimentazione e si diverte nel giocare con le infinite possibilità della narrativa: oltre alla già citata ucronia c’è spazio anche per pseudobiblia di borgesiana memoria (entrambi elementi già presenti in Mio padre la rivoluzione) oltre che per lunghe porzioni di romanzo in seconda persona singolare e prima persona plurale.


Perché Pietro Migliorisi è un io che non fa raccontare solo se stesso. La sua storia è la storia di una generazione e di un’epoca, è la storia di un conflitto, di un riscatto e della ricerca di un’identità (tema centrale nella produzione di Orecchio). È la storia di un secolo tutt’altro che breve, in cui, e lo confermano le innumerevoli fonti citate dall’autore, la voce di Pietro Migliorisi, alter-ego di Alfredo Orecchio, si fa coro. Ma è anche, e soprattutto, la storia, lunga vent’anni, di un autore e di un suo personaggio e di un figlio e di un padre, che finalmente si chiude come certifica Orecchio nella preziosa Nota che conclude il romanzo: «E ora, con sollievo, non mi resta che aggiungere la parola fine».


Fonti che hanno supportato la stesura dell’articolo


Calvino I., Il sentiero dei nidi di ragno, Garzanti, Milano, 1990.

Orecchio D., Città distrutte: sei biografie infedeli, Gaffi, Roma, 2011.

Orecchio D., Mio padre la rivoluzione, Minimum Fax, Roma, 2017.

Orecchio D., Storia aperta, Bompiani, Milano, 2021.

Orecchio D. (intervista a), Davide Orecchio, Storia aperta – Il fascismo del padre, Rai Cultura.