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  • Maria Teresa Trucillo

Bram Stoker

Se davvero c’è un aldilà, se cioè esiste la seppur minima possibilità che la nostra coscienza non si spenga con la morte ma conservi occhi e orecchie per spiare quelli che restano, Abraham Stoker, detto Bram, si starà divertendo un bel po’ da almeno cento anni a vedere il frutto della sua immaginazione reinterpretato in migliaia di modi diversi.

Dracula – sotto tutti i punti di vista eterno – sta ai romanzi sui vampiri come Uno Studio in Rosso sta alle detective story: due classici meravigliosi, epici, e che introducono personaggi destinati a divenire influencer indiscussi del loro genere letterario di appartenenza.


A dirla tutta, Dracula non è più neanche un libro. Dracula è un nome, è un insieme di stereotipi che coinvolgono solo in parte il Conte descritto da Stoker, ma che negli anni si è arricchito seguendo milioni di interpretazioni diverse. Alcune sono più riuscite di altre, ma tutte partono dal fascino magnetico che solo la sfida agli archetipi può alimentare con costanza.


Ma torniamo alle origini. Bram Stocker nacque, protestante, nella cattolicissima Irlanda del 1847. Fu un autore molto prolifico: scrisse dodici romanzi e più di venticinque raccolte di racconti.


La sua vita fu segnata principalmente da due eventi: una malattia che lo costrinse a letto fino agli otto anni (e che lo avrebbe spinto a indagare da adulto in molte sue opere il tema del sonno senza fine) e la conoscenza di Sir Henry Irving, famoso attore teatrale che gli permise di accedere alla scena degli spettacoli londinesi. Fu proprio grazie alla frequentazione con Irving che Bram incontrò Sir Arthur Conan Doyle, una conoscenza che gli sarebbe stata molto utile per elaborare la sua strategia di scrittura narrativa per il romanzo Dracula.


Un altro incontro importante per Bram fu quello con Ármin Vámbéry, uno scrittore e viaggiatore ebreo ungherese che gli parlò per la prima volta di Vlad Terzo di Valacchia, la figura storica che contribuì in larga parte all’elaborazione sul personaggio di Dracula. Proprio a seguito di questo incontro Bram cominciò la stesura del romanzo che gli avrebbe impegnato sette anni di lavoro, anche se alcune versioni cominciarono a circolare già nei primi anni ’90. Si trattava di scartafacci destinati agli occhi di amici e conoscenti a cui Bram chiedeva giudizio, forse perché già così catturato dalla sua storia da temere di non vederne i limiti.


Dracula fu pubblicato lo stesso anno di molti titoli importanti: Parigi di Émile Zola, un romanzo naturalista e sperimentale; Capitani Coraggiosi di Rudyard Kipling, un romanzo di formazione; L’uomo invisibile di H.G. Wells e La sfinge dei ghiacci di Jules Verne, romanzi fantascientifici; La fede che guarisce, un saggio di Jean-Martin Charcot, una sorta di investigazione delle possibilità di usare la religione e la superstizione per la guarigione di malattie come le isterie femminili. Charcot viene anche citato nel romanzo Dracula dal personaggio di Van Helsing e una delle sue teorie, quelle dell’ipnosi come possibile cura alle isterie, viene inscenata all’interno del castello del Conte.


Il panorama letterario dell’ultimo decennio dell’Ottocento fu quindi caratterizzato dagli ultimi strascichi del simbolismo francese e da nuove pulsioni che spingevano la narrativa verso l’esplorazione dell’inconscio e della mente: tutti filoni che in qualche modo convergono in Dracula e nel viaggio di Stoker tra le paure dell’uomo più innominabili, tra cui spicca il furto del sangue come violazione di quanto c’è di più sacro, la materia pulsante della stessa anima.


Per la stesura di Dracula, Stoker si ispirò al romanzo gotico di fine Settecento: ad autori cioè come Horace Warpole, Anne Radcliffe, e altri. Il tema del vampirismo derivò da composizioni come La sposa di Corinto di Goethe e soprattutto dal racconto Il Vampiro di John Polidori, assistente e medico privato di Lord Byron. Secondo la leggenda, durante un pomeriggio piovoso del 1816 a Ginevra nella villa di Byron, Polidori, Percy Bysshe Shelley e a sua moglie Mary vollero passare il tempo componendo racconti dell’orrore: da quella sfida nacquero il racconto di Polidori e il Frankestein di Mary Shelley, con cui il romanzo di Stoker condivide la struttura, dato che entrambi sono composti da diari e lettere dei protagonisti che sono anche narratori.


La fortuna di Dracula, come accennato all’inizio di questo articolo – che vuole essere solo spunto e non può permettersi una reale profondità di interpretazione (significherebbe rubare molto più tempo della solita media di lettura di sette minuti) – attraversa più di cento anni di produzioni culturali letterarie, cinematografiche, televisive, multimediali.


Per tutti noi Dracula ha le fattezze spaventose di Max Schreck, l’eleganza di Bela Lugosi, il carisma di Christopher Lee, il fascino perturbante di Gary Oldman, la classe di John Carradine, e mille altri volti ritagliati da tipi diversi di narrazioni. Tra tante spicca, a mio avviso, il Dracula prodotto dalla BBC nel 2020 (A blood-sucking delight, secondo il Guardian). Tre puntate in cui si dipanano due linee temporali, il Now e il Then, che mescolano il romanzo di Stoker con una proiezione del conte Dracula nella Londra dei giorni nostri, a caccia di Mina e Lucy nei night inglesi.


Per quanto riguarda i libri, invece, segnalo I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato (Carbonio Editore, 2019, traduzione di Matteo Curtoni) di Valmadir Asmudsson (e Bram Stoker).


Il libro parte da una circostanza molto curiosa: alla fine del 2013, Hans Corneel de Roos un autorevole ricercatore olandese, scoprì per puro caso mentre revisionava il suo saggio Dracula, tra realtà e finzione, delle incongruenze con la versione originale del Dracula dello scrittore irlandese. Ebbe così inizio il progetto di traduzione del romanzo completo Makt Myrkranna, che svelò una clamorosa scoperta destinata a far scalpore: infatti l’edizione islandese del romanzo non era una semplice traduzione, bensì un altro libro, una sorta di versione sorella come la ribattezzò lo stesso de Roos.


Nel 1900, infatti, lo scrittore Valdimar Ásmundsson pubblicò a puntate su Fjallkonan, giornale da lui fondato, una traduzione in islandese di Dracula dal titolo Makt Myrkranna. Ad accompagnarla, una prefazione dello stesso Bram Stoker. Ma Ásmundsson non si era limitato a tradurre il romanzo, lo aveva praticamente riscritto. Il testo islandese presentava diverse modifiche nei contenuti della trama, una lunghezza decisamente ridotta a favore di un ritmo più serrato rispetto all’originale e diverse differenze di trama e personaggi.


Il valore di questo testo, però, è enorme per gli studiosi di Bram Stoker, perché all’epoca era lo scrittore stesso a curare i propri diritti di traduzione e dialogare con l’estero; il che lascia spazio all’ipotesi che il manoscritto recapitato a Ásmundsson fosse davvero diverso in molte parti dall’originale pubblicato a Londra, che fosse, cioè, uno di quei primi Dracula in scartafaccio che giravano tra gli amici di Bram.


E se I poteri delle tenebre aggiunge poco all’esperienza di interpretazione del personaggio Dracula a cui siamo ormai abituati, resta comunque una preziosa, ulteriore e autentica finestra sul concentrato di miti e suggestioni interiorizzati da Stoker nel corso della vita e che continuano a farci visita tramite quel ricamo tragico e meraviglioso che è la figura del Conte eterno.