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  • Edoardo Sanzovo

Boris Pahor, riscoprire noi stessi

La Nave di Teseo, piaccia o non piaccia, è casa editrice dalle mille risorse e dai mille volti. Uno di questi è rivolto ai Balcani, penisola a noi confinante la cui storia spesso ignoriamo. Eppure, la storia della penisola balcanica è anche la storia della nostra, di penisola. A testimonianza di ciò, basta leggere alcune delle opere di autori e autrici pubblicati dalla casa editrice di Elisabetta Sgarbi: la croata Daša Drndić o gli sloveni Lojze Kovačič e Boris Pahor, per fare qualche esempio. E proprio quest’ultimo, quel Boris Pahor recentemente scomparso alla veneranda età di 108 anni, nel suo saggio-memoir Tre volte no scritto a quattro mani con Mila Orlić denotava l’approssimazione con cui l’Italia si occupa della propria storia: «[…] l’Italia tende a travisare o a selezionare la propria memoria storica, lasciando che la passione nazionale o la volontà politica prevalgano sulla realtà dei fatti».[1]


Per comprendere meglio quindi la storia del nostro paese, vengono in soccorso proprio le opere di questo autore sloveno, la cui biografia già di per sé sembra la trama di un libro. E difatti la maggior parte dei suoi romanzi altro non sono che il racconto, neanche poi tanto romanzato, della sua vita. A partire dai racconti della prima sezione de Il rogo nel porto, in cui Pahor, nato nella Trieste asburgica del 1913, racconta i primi passi mossi nella Trieste da poco incorporata al Regno d’Italia, sotto la cui egemonia comincia la terribile persecuzione fascista contro il popolo sloveno. Il racconto eponimo della raccolta narra, attraverso gli occhi del piccolo Branko, del 13 luglio 1920, giorno in cui un gruppo di fascisti incendia il Narodni Dom, ovvero la casa della cultura slovena sita nel centro di Trieste a pochi passi da Piazza Oberdan. È solo uno dei tanti eventi tragici che scandiscono l’infanzia di Pahor e dei tanti sloveni presenti a Trieste e zone limitrofe: dal divieto di parlare la lingua slovena (pena punizioni corporali e umiliazioni) alla difficoltà di ambientarsi nelle scuole italiane, passando per le recite interrotte dalle camicie nere. E però, se possibile, la vita di Pahor, con l’ingresso nell’età adulta, peggiora. La trilogia di romanzi composta da Oscuramento (in Italia pubblicato per la prima volta solo pochi mesi fa), Una primavera difficile e Dentro il labirinto racconta delle vicende di Radko Suban, alter-ego dell’autore, a partire dalla metà degli anni ’30 fino al primo dopoguerra. Si assiste dunque alla formazione politica di Suban, alla beffarda campagna africana in cui combatte per quello che è il suo nemico, fino all’armistizio:


Mortificati lo eravamo anche perché quel padrone che ci trattava peggio degli schiavi delle sue colonie – cui mai però aveva tolto la lingua -, ci obbligava a vestire una uniforme che non ci apparteneva e con quei colori di attaccare addirittura gli Alleati che si battevano contro il fascismo prima e il nazismo poi.[2]

E poi la lotta clandestina, gli scritti politici per la liberazione della Slovenia dal giogo nazifascista, la prigionia e la conseguente deportazione in cinque diversi campi di concentramento: Natzweiler, Dachau, Dora, Harzungen e Bergen Belsen, nei quali però non seguiamo Radko Suban, perché come egli stesso afferma in Una primavera difficile: «Quel mondo non si può raccontare».[3] Racconta invece Pahor del difficile rientro in società, prima in Francia e poi in una Trieste irriconoscibile, la cui comunità slovena vive ormai oltreconfine. Un trittico fondamentale per ripercorrere, attraverso le vicende del suo protagonista, la difficile sopravvivenza del popolo sloveno all’interno del territorio italiano durante il ventennio fascista. Ed è proprio questo elemento pedagogico il punto di forza dei tre libri, lungo la cui narrazione spesso l’attenzione per la prosa lascia spazio alla volontà di illustrare il proprio pensiero, in passaggi che, soprattutto nei dialoghi tra i personaggi, risultano fin troppo didascalici. Pahor dà infatti il meglio di sé quando lascia che a parlare sia la natura, in particolare quella montana: è nelle descrizioni del Carso che la sua penna si esalta, e non potrebbe essere altrimenti vista la grande passione dell’autore per Srečko Kosovel, poeta sloveno morto a soli ventidue anni, i cui versi avevano nell’altopiano non solo la loro musa ispiratrice, ma anche il loro principale oggetto d’interesse.

Eppure, se la narrazione della trilogia con protagonista Radko Suban racconta solo il prima e il dopo la permanenza nei campi, in Necropoli, il suo vero capolavoro, Pahor smentisce le parole del suo alter-ego e racconta l’atrocità dei lager. Svestiti i panni di Radko, l’autore ritorna nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof sui Vosgi a vent’anni dalla sua liberazione e lascia che la penna segua la mente in un percorso a ritroso lungo l’orrore dei lager, vere e proprie città della morte:


Le città crematorie sono […] costruite per lo sterminio: per questo non fa differenza in quale reparto tu sia impegnato. Un barbiere radeva la morte, un magazziniere la vestiva, un infermiere la spogliava, uno scritturale segnava delle date accanto ai numeri dopo che, per ciascuno di essi, l’alto camino aveva fumato in abbondanza.[4]

È tra le pagine di queste memorie, pubblicate in patria nel 1967, che Pahor lascia il segno nella letteratura del Novecento andando a unirsi ad altri grandi narratori che hanno narrato l’olocausto vissuto dall’interno dei campi, come Imre Kertész, Primo Levi e Jorge Semprún. Per Pahor un’esperienza perfino beffarda, dal momento che gli sloveni di Trieste e del suo golfo furono schedati nei campi come italiani:


Noi sloveni del litorale affermavamo ostinatamente di essere jugoslavi. Il cuore e la mente si ribellavano al pensiero di essere eliminati come appartenenti a una nazione che, dalla fine della Prima guerra mondiale, aveva sempre tentato di assimilare gli sloveni e i croati.[5]

Sorge spontaneo domandarsi dunque il perché dei ritardi nella pubblicazione dell’opera di Pahor, vista la grande attinenza con la storia del nostro paese (per tacere della sua cittadinanza: nato a Trieste, dove ha praticamente sempre vissuto); la prima traduzione di Necropoli vide la luce in Italia soltanto nel 1997 per merito delle Edizioni del Consorzio culturale del Monfalconese, tanto stimabili quanto marginali nel panorama editoriale nazionale. Soltanto undici anni dopo Fazi Editore ripubblicò il libro in questione. Visto il successo di Necropoli, seguirono poi le ristampe di titoli già presenti in cataloghi di editori minori e le pubblicazioni del resto dell’opera di Pahor, in cui a svettare sono soprattutto gli scritti saggistici: su tutti Piazza Oberdan, che, unendo brevi testimonianze, racconti, memorie e aneddoti, risulta un ottimo antipasto sia per chi vuole avvicinarsi allo scrittore triestino sia per chi vuole saperne di più circa l’oppressione fascista della popolazione slovena.

Perché conoscere la storia è utile affinché essa non venga strumentalizzata, come spesso avviene qui da noi. E la storia del confine orientale italiano è una storia tanto complessa e problematica quanto banalizzata e, purtroppo, strumentalizzata. Come ricorda Paolo Rumiz, a riguardo dell’istituzione del giorno del Ricordo, siamo infatti «l’unica nazione europea che ha ben due giorni dedicati alla Memoria. E siamo anche gli unici a servircene non tanto per chiedere scusa quanto per esigere scuse da altri».[6] Un tema su cui lo stesso Pahor ha fatto luce nei suoi scritti:


Mi aspettavo che la legge sul giorno del Ricordo si impegnasse a far conoscere obiettivamente i conflitti che hanno lacerato queste terre, invece mira alla costruzione di una memoria unica e parziale, che non esito a definire prettamente nazionalista, perché denuncia i soprusi subiti dagli italiani e tace quelli che loro hanno perpetrato.[7]

Libri da rileggere, parole da ricordarsi, quando ci verrà chiesto di ricordare solo ciò che fa comodo a qualcuno.


Fonti che hanno supportato la stesura dell’articolo

Boris Pahor, Tre volte no, [con Mila Orlić], Rizzoli, Milano, 2009.

Boris Pahor, Una primavera difficile, Zandonai, Rovereto, 2009.

Boris Pahor, Necropoli, Fazi, Roma, 2008.

Boris Pahor, Piazza Oberdan, Nuova dimensione, Portogruaro, 2010.

Paolo Rumiz, Rumiz sulle rimozioni nella memoria storica in Italia, Bora.la, 10.02.2009, https://bora.la/2009/02/10/rumiz-sulle-rimozioni-nella-memoria-storica-in-italia/.


[1] Boris Pahor, Tre volte no, [con Mila Orlić], Rizzoli, Milano, 2009, p. 7. [2] Boris Pahor, Piazza Oberdan, Nuova dimensione, Portogruaro, 2010, p. 63. [3] Boris Pahor, Una primavera difficile, Zandonai, Rovereto, 2009, p. 279. [4] Boris Pahor, Necropoli, Fazi, Roma, 2008, p. 202. [5] Ivi, p. 12. [6] Paolo Rumiz, Rumiz sulle rimozioni nella memoria storica in Italia, Bora.la, 10.02.2009, https://bora.la/2009/02/10/rumiz-sulle-rimozioni-nella-memoria-storica-in-italia/. [7] Boris Pahor, Tre volte no, [con Mila Orlić], Rizzoli, Milano, 2009, p. 8.