Cerca
  • Claudia Manildo

Blue, Il colore della giustizia, Leobi

«Di che colore è la luna?» si domanda a un tratto Noah, scarabocchiando sulla sua lavagnetta con una grafia tremolante in Blue, Il colore della giustizia di Leobi. Ma la risposta è uno dei dubbi più grandi inerenti alla relatività delle cose e del mondo che ci circonda. «E chi può dirlo, ci sono molti modi di vedere la luna. C’è chi la vede gialla, chi bianca, chi nera» risponde Felix Fisher, uno degli esseri più spietati di Daberdin, una piccola cittadina della Germania dove il razzismo si è impossessato della guida del paese.


Leobi autopubblica Blue, il colore della giustizia, nel 2021, un libro young adult immerso in una realtà distopica e al tempo stesso spaventosamente attuale. Lo scrittore in erba ha affrontato una delle tematiche più spinose a livello sociologico; attraverso uno stile acerbo, ma al tempo stesso diretto ed efficace, arriva al lettore come un pugno nello stomaco. Il racconto ruota attorno a Noah, un protagonista particolare con cui il lettore si troverà fin da subito in stretta confidenza: sarà lui a doverlo trasportare nel dolore e nella miserabile angoscia di Daberdin, dove i cittadini sono avvolti da un’aurea di tristezza, divisi in settori corrispondenti alle loro etnie.


Il blu è il colore salvifico; il più neutro, attraverso cui il nero, il bianco e il giallo spariscono, diventando semplicemente mani che si cercano, bocche che gridano e occhi che implorano un mondo diverso. Noah è ossessionato dal blu, e sarà proprio la sua ossessione ad aprirgli gli occhi sulle ingiustizie e i soprusi che si ritrovavano a vivere i cittadini di Daberdin.


Di che colore è la luna? C’è chi pensa sia bianca, chi gialla nelle notti più buie, eppure non è mai importato a nessuno da quando ha brillato nel cielo.


Il razzismo a Daberdin nel libro di Leobi


Daberdin è un’ipotetica cittadina tedesca, Leobi la descrive come un luogo chiuso, soffocato da questa scia d’odio nei confronti del diverso, uno di quei luoghi che non si è mai integrato al resto del mondo. La città viene descritta come divisa in tre settori, che durante il corso della storia daranno vita alle contese tra classi.


Il settore A veniva definito Dab Town, il più rinomato, dove vivevano i capitalisti tedeschi; il settore B, invece, dedicato alle contaminazioni bizantine e il settore C per la parte orientale, tra sushi e ristoranti cinesi. Noah abitava in ancora un altro settore, il settore Z: quest’ultimo corrispondeva a una parte limitrofa della città, dove abitavano gli spiriti erranti e coloro che non si curavano delle differenze di razza.


Dai più piccoli ai più grandi, tutti i cittadini di Daberdin erano affetti da questa patologica forma di stupidità: i settori si contendevano il territorio e chi ci viveva si ritrovava fin da bambino a vivere in una società dove la stigmatizzazione era il processo sociale più diffuso come rappresentazione dei rapporti interpersonali. È all’interno di questo scenario che il protagonista, attraverso la sua diversità, riuscirà ad accorgersi della grande bugia sulla quale si ergeva la cittadina.


Noah, il viaggio interiore del protagonista e la presa di coscienza


Il protagonista all’inizio del libro è un ragazzo che vive il suo quotidiano cercando di sopravvivere alle storture regalate dalla realtà che si trova a vivere. Noah non è un razzista, è colui che guarda e passa, senza dare troppo peso allo squallore delle genti di Daberdin. È un pittore ma il suo animo glaciale rimane freddo e non turbabile.


La città per Noah è un film noioso, un cancro che ti logora da dentro a poco a poco; ma a lui poco importava, non aveva voglia di commentare il quotidiano, né di risolvere i problemi altrui.

Noah, insomma, è quella parte presente in ognuno di noi, quando persi nel nostro da fare, nella nostra lotta alla sopravvivenza, giriamo la faccia alle oscenità che ci circondano, ignorando il presente e sperando in un futuro prossimo.


Lo sviluppo del racconto si ha quando il protagonista incontra Otto Van Turner, un musicista nero che, contemplata la sua bravura, gli offre un lavoro come insegnante di disegno in una scuola della cittadina. Così Noah fa quel passo in avanti, interrogando la sua coscienza: da artista di strada, venduto tra una fazione e l’altra per la creazione di murales offensivi, diventa un maestro, qualcuno nella posizione di poter dire la propria.


È a contatto con i bambini che il pittore inizia a prendere consapevolezza del fatto che la piaga sociale del razzismo fosse già evidente nei primi disegni d’infanzia. La presa di coscienza lo porterà lungo il racconto in un viaggio a contatto con le cose umane, con i sentimenti, quelli che aveva spento ormai da tempo per via del suo passato.


«Non poteva credere che quei bambini così piccoli e acerbi nei confronti della vita fossero contagiati da questa patologica forma di stupidità.» Leobi, Blue, il colore della giustizia, 2021, p.58

L’arte come atto di ribellione: la cultura ci salva


Tra le varie opere d’arte dipinte da Noah, quella che più colpisce in assoluto è la Statua della Libertà. L’autore Leobi rivede in quel simbolo la libertà perduta dalle persone di Daberdin:


La bella donna […] invece di imbracciare la tavola e impugnare la torcia sorreggeva tre neonati, uno nero, uno bianco e uno giallo […] il messaggio era chiaro: la donna simbolo dell’accoglienza e femminilità. L’America libera, benché affetta dal razzismo. Leobi, Blue, il colore della giustizia, 2021, p.134

Il messaggio di Leobi è chiaro: una Daberdin libera come l’America, questo il suo sogno. Non un mondo utopico, dove il razzismo scompare dalle civiltà, bensì un paese capace di combattere il lato oscuro della medaglia. Come? Attraverso la cultura e gli studenti speranzosi dietro i banchi di scuola.


Da Daberdin a Gotham City: l’esclusione del diverso nel film Joker


Daberdin ricorda la Gotham City ricostruita nel film Joker di Todd Phillips. In merito al concetto di diverso Matteo Ferraresi, in Solitudine, il male oscuro delle società occidentali, mette in risalto la risata isterica di Joker: un disturbo comportamentale dovuto al senso di inadeguatezza legato allo stare in un ambiente che lo mette a disagio, etichettandolo appunto come diverso.

«La sua risata non è una manifestazione di umorismo, è un disturbo nervoso» scrive infatti Ferraresi; la risata come incarnazione di nosenso, dell’incapacità di comunicazione in un mondo dove vince solo il più forte.


La sensibilità nascosta nei silenzi di Noah è equiparabile alla fragorosa risata di Joker: entrambi due spatriati di una terra che non sentono propria, che li isola e li bastona con il peso dell’identità. Il protagonista di Blue, il colore della giustizia riuscirà a creare la stessa ribellione che arriverà a Gotham: ma lo farà attraverso il colore.


Blue, il colore della giustizia: l’arte sconfigge il razzismo


Sarà l’ossessione di Noah per il blu a vincere sul razzismo, il racconto d’azione porterà il lettore a un’esasperazione emotiva attraverso i tragici episodi che coloreranno gli ultimi capitoli del libro. L’esplosione del blu scenderà su tutti i cittadini: nessuno riuscirà più a distinguere gli abitanti di Daberlin per settore, per la prima volta le loro mani potranno intrecciarsi in quelle degli altri senza paura di mescolarsi; blu con blu.


L’arte e il colore come manifesto dell’uguaglianza, dell’integrazione e della difesa del più debole. «Di che colore è la luna?» si domanderà a un tratto Noah, scarabocchiando sulla sua lavagnetta. Probabilmente blu, risponderà il lettore affacciandosi dalla finestra di casa guardando in cielo.


Fonti che hanno supportato la stesura dell'articolo


Ferraresi M., Solitudine, il male oscuro delle società occidentali, Einaudi, 2020

Leobi, Blue, il colore della giustizia, 2021