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  • Annalaura Casciano

Bianco è il colore del danno, Francesca Mannocchi

Bianco è il colore del danno è l’ultimo romanzo della giornalista, reporter di guerra e scrittrice Francesca Mannocchi, edito Einaudi e presente nella collana Stile Libero Big.

L’autrice, in queste pagine, racconta la piega che ha preso la sua vita da qualche anno; infatti, il libro è una forte e sincera autobiografia e si apre con una sorta di profezia:

Un giorno avevo otto anni, i capelli corti e una disperazione appena sbocciata, pensai: nei miei trent’anni mi ammalerò. E così è stato. Mannocchi F., Bianco è il colore del danno, Einaudi, Torino 2021

Si intuisce bene, dunque, qual è il motivo scatenante che ha portato Mannocchi a scrivere questo libro. La scrittrice è, infatti, affetta da una malattia neurodegenerativa: la sclerosi multipla recidivante remittente. Malattia senza cura al giorno d’oggi ma per cui si fa molta sperimentazione. Prima di questo momento, però, Mannocchi vive una vita serena, colorata dagli affetti, da suo figlio e dal suo compagno, svolgendo un bellissimo lavoro. Infatti, Mannocchi è una giornalista che collabora con numerose testate ed è anche reporter in zone di conflitto come Siria, Libia e Iraq; si è occupata di migrazioni e per la stessa casa editrice è uscito, nel 2019, Io Khaled vendo uomini e sono innocente, che narra storie di migrazione dal punto di vista del trafficante di persone Khaled.


Un giorno, però, i colori della vita di Francesca Mannocchi si schiariscono ed inizia così a prevalere il bianco.


Da questo momento in poi la sua vita cambia. Bianco è il colore del danno è il titolo dato a questo libro che prende spunto proprio dalla sua malattia e dalla definizione del medico nello spiegare cosa le stava succedendo, ovvero, il modo in cui la sclerosi multipla si è presentata nel corpo della scrittrice. Infatti, il bianco è il colore delle placche che la malattia produce nel cervello delle persone colpite:

[...]nelle sequenze della risonanza si vede il cervello grigio, i ventricoli all’interno sono neri e si vedono chiazze bianche. Il grigio del cervello dovrebbe essere uniforme, invece non lo è perché la malattia produce placche, come un pennello che sgocciola, un pennello intriso di vernice bianca che cade giù, [...] ora so che ho un danno, che il mio danno è di colore bianco [...] Mannocchi F., Bianco è il colore del danno, Einaudi, Torino 2021

Il tema della malattia non è trattato in modo da suscitare pena o utilizzato come espediente di giustificazione da parte dell’autrice; la malattia le provoca rabbia e paura, diventa un ostacolo per la sua quotidianità, per lei che è abituata ad esplorare luoghi pericolosi, essendo appunto una corrispondente da territori di guerra.


Con questo libro si entra per intero nella vita, nei pensieri e nella testa di Mannocchi.


La narrazione non è lineare, si sviluppa come una sorta di diario in cui compaiono pensieri, liste dei desideri, dati scientifici; grazie a questo punto di vista dall’interno in questo libro - la cui lettura non è affatto semplice considerato l’argomento - si legge un realismo sincero e diretto, alle volte crudo, altre persino consolatorio. La diagnosi della malattia consente di analizzare molti degli aspetti della vita della scrittrice e delle relazioni con i suoi familiari, soprattutto con il figlio Pietro; così come si parla di cambiamento, specialmente quello corporeo.


Il corpo cambia, l’atteggiamento della scrittrice muta e lo sguardo degli altri nei confronti della malata è diverso. Quando la scrittrice scopre i primi sintomi di quella che sarà poi la sua malattia si trova a Palermo «in una stanza laccata bianca che avevo chiamato Gemma» dove si ritrova improvvisamente paralizzata lungo tutto il lato destro del suo corpo. In quel preciso istante arriva una nuova consapevolezza, la sensazione che la premonizione infantile si stesse avverando e che il proprio corpo stesse diventando un luogo completamente estraneo da abitare.


Insieme a Mannocchi, alla scoperta della malattia e ai controlli per la sclerosi multipla, si entra anche nel Sistema Sanitario Nazionale, nella maniera in cui vengono gestite determinate dinamiche ospedaliere e di cura, si varcano le porte delle sale d’aspetto in cui si conosce nuova gente, in cui si è tutti uguali e allo stesso tempo tutti così diversi. Luoghi in cui si nota la differenza tra i veterani e i novellini della malattia: i primi rassegnati e stanchi, i secondi pieni di speranza.


Il rapporto con gli altri e il loro giudizio nei confronti della persona malata è stato un tema cardine dell’evento organizzato nell’ambito del Festivaletteratura di Mantova dal titolo La parola bianca, a cui Francesca Mannocchi ha partecipato.


Se il guasto c’è deve essere evidente, se è abbastanza evidente sei più che malato, ti trasformi in una vittima. E se sei una vittima, i sani ti riconoscono, ti compatiscono, ti tollerano, hanno pietà. Essendo commiserato puoi commiserarti a tua volta e su questo costruire un pezzo di identità. Così il danno finisce per coincidere con quello che sei. Mannocchi F., Bianco è il colore del danno, Einaudi, Torino 2021

La malattia provoca un cambiamento drastico nella persona, ma soprattutto in ciò che gli altri pensano di essa: si smette di essere chi si è e si diventa «il malato», «quello che ha la sclerosi», si diviene una persona da compatire, che fa pena perché tante delle azioni naturali compiute fino a quel momento non potranno più essere fatte.

Tuttavia, anche lo sguardo della scrittrice nei propri confronti si modifica: la paura di farsi le iniezioni in autonomia, il volersi «sollevare dall’atto della somministrazione» la costringono a chiedere aiuto ai propri cari e in un certo modo a credere di non essere davvero lei quella coinvolta, sebbene sia la destinataria della puntura e della terapia.

Solo nel momento in cui la scrittrice acquisisce consapevolezza del gesto intimo della terapia, si prende effettivamente le responsabilità della somministrazione.


In Bianco è il colore del danno, il tema della malattia risulta essere un pretesto, poi, per mettere sul piatto nuovi argomenti.


«Lo sguardo è già un giudizio» dice di fronte a tante persone sedute distanziate e con mascherina all’interno del Palazzo della Ragione. Il giudizio di cui è spesso vittima Francesca Mannocchi, e che riporta anche nel libro, è riferito al suo essere madre e al modo in cui svolge il proprio ruolo.

All’interno del Bianco è il colore del danno, infatti, Mannocchi, tenta di sdoganare, attraverso la propria vita personale, lo stereotipo del ruolo della madre e i pregiudizi legati alla maternità. Alla donna e alla madre è legata l’idea del sacrificio, della devozione nei confronti della propria famiglia e in particolare dell’accudimento della prole, ma non si prende mai in considerazione l’idea che quando nasce un figlio, non è automatica la trasformazione della donna in una madre.


La scrittrice ha davanti a sé uno scoglio da superare che non le permette di trovare l’equilibrio tra la malattia e la maternità, poiché anche svolgere determinate azioni semplici in alcuni momenti risulta impossibile; dunque non riesce sempre a far fronte alle necessità del figlio, il quale spesso interpella il padre, il “genitore sano”, quando ha bisogno di aiuto.


«È dunque solo l’imperativo dell’accudimento a fare di una donna una madre?»


Per il suo modo di essere madre, la giornalista subisce critiche e giudizi da parte delle altre madri che la considerano degenere e che la disprezzano e le contestano la decisione di non rinunciare al proprio lavoro, di partire e di lasciare il figlio Pietro con la nonna.

La nascita del figlio, però, è legata anche al presentarsi della malattia: la gravidanza infatti, potrebbe essere stata l’evento scatenante della malattia che aspettava solo di essere risvegliata, i cui sintomi si sono presentati pochi mesi dopo il parto.


Il rapporto conflittuale con la maternità dà la possibilità di indagare anche altri legami familiari della scrittrice e il modo in cui lei è cresciuta; interessante è il suo rapporto con la nonna Rita, l’ammirazione che prova per lei e gli insegnamenti da lei ricevuti. In questo libro si legge, poi, la paura del padre nei confronti della malattia della figlia, l’amore di sua madre, la vicinanza di Alessio, suo compagno e padre di Pietro.


Bianco è il colore del danno non è un libro facile, non si può leggere a cuor leggero; è necessaria la consapevolezza che si sta per assistere a una storia vera di una donna; una giornalista, non ancora quarantenne, costretta a convivere con una malattia neurodegenerativa.


È un libro che fa riflettere sul valore delle cose, sulle occasioni da cogliere quando si presentano. Abbatte gli stereotipi della maternità e dà una visione realistica dell’essere malati, senza pietismi o vittimismo.


Bianco è il colore del danno non è un libro affatto statico, anzi il dinamismo è presente dall’inizio alla fine. E per riprendere le parole della scrittrice all’evento di Mantova: «è un libro in movimento, un libro di salti. Sapevo dove sarei arrivata, ma non da dove sarei partita. La storia è nata scavando nell’unico archivio sincero che abbiamo, depurato dagli inganni della memoria, ossia il nostro corpo».